• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
Visualizzazione post con etichetta Coming-of-Age. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Coming-of-Age. Mostra tutti i post

mercoledì 15 novembre 2023

Kukolka (1988)

"Kukolka" (in italiano "Bambola"), conosciuto a livello internazionale con il titolo "A Little Doll",  è un film sovietico di Isaak Fridberg che purtroppo è rimasto inedito per gran parte dei Paesi in occidente fino ad oggi. Come avevamo già visto nel suo capolavoro "Walking Down the Place of a Skull", Fridberg sollevava importanti riflessioni sulla crisi dei valori che la società sovietica stava attraversando durante i burrascosi eventi della perestrojka fino al crollo dell'URSS e che, a posteriori, si sono rivelate persino profetiche. In "Kukolka" (che girò 4 anni prima basandosi sulla sceneggiatura di Igor Ageev "Una storia non sportiva" pubblicata sulla rivista Kinoscripts nel 1987), lo fece anche in maniera più diretta attraverso la storia della sedicenne Tanya Serebryakova, una campionessa di ginnastica artistica che a seguito di un grave infortunio alla schiena è costretta ad abbandonare il mondo dello sport, finendo tra i banchi di scuola di una comune scuola sovietica. L'allenatore di Tanya le dichiara che in un anno potrebbe tornare a gareggiare, ma lei consapevole di come funziona quel mondo capisce che ormai è stata abbandonata. Sentendosi tradita da quello stesso sistema e Paese che poco prima ne facevano un simbolo di orgoglio nazionale, ora la rabbia di Tanya la porta a trasformarsi in una ribelle del sistema, un simbolo della rivoluzione perestrojka. Avendo interiorizzato la cultura liberale durante le sue competizioni in occidente, comincerà a protestare contro piccole cose del sistema scolastico come la divisa femminile, fino ad arrivare a influenzare e corrompere i suoi compagni di classe prestandoli oggetti di lusso come un lettore musicale, una calcolatrice o facendoli guardare VHS di film americani, in cambio di piccoli favori che le permetteranno di ottenere il completo controllo della classe, che lei chiama "branco". La sua forte personalità e preparazione atletica le permetteranno persino di tenere testa ai bulli, diventando ben presto una sorta di leader rispettata da tutta la scuola. Il suo comportamento metterà in grave crisi la sua insegnante di classe Elena Mikhailovna, che tenterà disperatamente di ristabilire l'ordine, quel vecchio "ordine" che ormai risulta obsoleto per gli studenti; le cose precipiteranno quando inviterà i suoi alunni alla sua festa di compleanno ma alla fine non si presenterà nessuno, perché Tanya organizzerà una finta festa di compleanno al solo fine di isolarla da tutti e in particolare da Panov, un suo compagno di classe di cui è innamorata e che sospetta abbia una relazione sentimentale con l'insegnante. Elena sentendosi tradita dalla classe arriverà a mettere ai voti la nomina di un nuovo insegnante, ma inserendo come altra candidata una delle sue alunne, questo gesto provocatorio quanto grottesco sortirà l'effetto voluto: la classe imbarazzata lascerà che Elena rimanga alla sua cattedra. È interessante come Fridberg riesca tramite queste piccole azioni dei suoi personaggi a far corrispondere i sentimenti della società di quel periodo: da un lato la proposta di una democratizzazione che non gioca ad armi pari per mantenere il suo potere, dall'altro una rivoluzione avventata, a tratti arrogante, che in nome delle libertà individuali si appropria di un potere mirato a controllare la collettività. 
Ma d'altro canto come Elena dichiarerà nel finale, quando si finisce per rovinare il destino di qualcuno, alla fine si accetta di rovinare quello di chiunque, compreso il proprio. La rabbia di Tanya non solo si è trasformata in una protesta contro l'autorità ma anche contro se stessa, contro tutto ciò che lei sa che non potrà più tornare ad essere. E allora anche il futuro della perestrojka non si rivela essere così luminoso come sembrava.
Un film crudo e amaro, con una regia eclettica che dissolve la sua iniziale impronta realistica in un tetro misticismo, la cupa e glaciale fotografia di Vladimir Nakhabtsev e l'inquietate colonna sonora di David Tukhmanov definiscono particolarmente questo aspetto.
Tanya è interpretata da una indimenticabile Svetlana Zasypkina, anche lei ginnasta agonista che nel 1988 fu costretta a ritirarsi a causa dello stesso infortuno della sua personaggia, nel film infatti interpreta in gran parte se stessa, tant'è che l'attrice ha dichiarato praticamente di non aver recitato, ma di essersi semplicemente mostrata sul set per quello che era veramente. L'insegnante Elena è interpretata magnificamente dall'attrice Irina Metlitskaya, che sfortunatamente è prematuramente scomparsa nel '97. 
Nel 1989, il film al Festival di Berlino Ovest si aggiudicò il premio CIFEJ (Centro internazionale per i film per bambini e giovani) e il premio dell'UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia).
Nel 2012, lo scrittore Mikhail Androsov ispirato dalla pellicola ha scritto il romanzo "Esercizi a terra", che è una continuazione della storia raccontata nel film.


Il film può essere visionato in streaming su Youtube. 
Ho curato personalmente la traduzione dei sottotitoli in italiano che potete scaricare qui.

sabato 20 febbraio 2021

Portrait d’une jeune fille de la fin des années 60 a Bruxelles (1993)

É uno dei nove episodi di Tous les garçons et les filles de leur âge un progetto televisivo francese prodotto da Arte e trasmesso nell'ultimo trimestre del 1994. Tutti gli episodi sono diretti da registi diversi e affrontano il tema dell'adolescenza con storie diverse. Portrait d’une jeune fille de la fin des années 60 a Bruxelles è il terzo episodio diretto da Chantal Akerman e segue le vicende di Michelle, una giovane adolescente stanca e delusa della vita, non frequenta la scuola da tre mesi e passa le mattinate tra le strade di Bruxelles e dentro i cinema. Un giorno durante la proiezione di un film conosce Paul, i due si scambiano un bacio e una volta usciti dal cinema vagano per le strade di Bruxelles parlando delle loro esperienze di vita e delle loro idee su svariati temi come l'amore, la sessualità, la politica e la filosofia. Michelle confesserà a Paul di averlo baciato solo per poterlo raccontare ad un altro ragazzo e farlo soffrire, Paul, a sua volta, confesserà di averle mentito riguardo il suo presunto appuntamento con un'altra ragazza e le rivelerà di essere un disertore che è appena fuggito dal militare con la scusa del giorno di licenza. Tra i due nascerà un'intesa forte, ma contrariamente alle aspettative di una storia come questa giungeremo a un epilogo che definire destabilizzante è riduttivo. 
Chantal Akerman, vicina per intenzioni poetiche alla "crisi esistenziale" dell'ultimo cinema di Robert Bresson, mette in azione un processo di decostruzione dei codici comportamentali e delle garanzie identitarie, in questo caso, strettamente legate alla cultura eteronormativa, aprendo nuove possibilità interpretative della realtà. Questo processo culmina durante la scena del ballo finale, dove lo sguardo della macchina da presa si avvicina esasperatamente alla protagonista, lasciando che la sua soggettività domini lo spazio e facendo risalire alla coscienza tutto ciò che in qualche modo, fino a quel momento, era rimasto sotterraneo e invisibile alla superficie delle cose: il suo desiderio inespresso verso l'amica Danielle, la sua incapacità di amare, il suo sentimento di profonda alienazione e solitudine. 
Il critico Richard Brody del The New Yorkers descrive questa scena magnificamente:

Una scena di un ballo, ambientata su “La Bamba” e James Brown, ricorda in modo bruciante le estasi mescolate e gli smarrimenti della giovinezza, il brivido improvviso della solitudine in una folla che è la maledizione e l'orgoglio di un'anima sensibile e desiderosa.

Scarno, povero, minimalista ma dotato di una rara intensità, questo mediometraggio di Chantal Akerman è molto più di un racconto di formazione, è un burrascoso e malinconico viaggio esistenziale alla fine del quale permarrà un senso di smarrimento, struggimento e angoscia. L'interpretazione di Circé Lethem è memorabile.

sabato 10 ottobre 2020

L'eau froide (1994)

Quinto lungometraggio di Olivier Assayas, dal sito di "Sentieri Selvaggi" si può apprendere che il film originariamente fu concepito come un episodio di una serie televisiva collettiva chiamata "Tous les garçons et les filles de leur age", l'episodio in questione si sarebbe dovuto intitolare "La page blanche", ma successivamente fu integrato di nuovi inserti e così distribuito nelle sale cinematografiche con il nome "L'eau froide", che oggi tutti conosciamo. È una riuscita e dignitosa rappresentazione dei turbamenti emotivi che caratterizzano l'età adolescenziale e l'inevitabile conflitto con l'Istituzione scolastica, la Legge e il nucleo famigliare, quest'ultimo davvero incapace di comprendere la natura dei sentimenti aggressivi dei loro figli, malgrado sia proprio responsabile di quella stessa società autoritaria, apatica e repressiva che incombe fuori le mura di casa. Seguiamo così le vicende di Christine, una giovane adolescente introversa continuamente sballottata dai suoi genitori divorziati che tentano di ottenere la sua custodia più per dispetto reciproco che per un reale interesse del benessere della figlia. Gilles invece è figlio di una famiglia borghese, la sua insofferenza verso le regole lo porterà a commettere piccoli furti e ad avere uno scarso rendimento scolastico (con tanto di sospensioni), é follemente innamorato di Christine ma per il colpa del suo comportamento irresponsabile finirà per metterla nei guai: un giorno in un supermercato si troverà con lei e tenterà di rubare dei vinili, ma all'uscita verranno scoperti. Gills riuscirà a fuggire dalle guardie di sicurezza, mentre Christine verrà catturata. Questo evento spingerà il padre di Christine a rinchiuderla in una clinica psichiatrica, con l'ingenua convenzione di liberarla dalle "influenze negative" della madre. Assayas segue in maniera ravvicinata i corpi dei suoi personaggi, restituendoci con la macchina a spalla la caoticità e la naturalezza degli eventi. Di incredibile impatto è la lunga parte centrale dedicata alla festa dei ragazzi, dove si rifugerà Christine una volta scappata dalla clinica. Si nota immediatamente un cambio di regia: le scene sono caratterizzate da lunghi pianosequenza  - spesso in moto orizzontale, da destra a sinistra - che seguono la giovane protagonista e gli altri ragazzi mentre vivono momenti di dolore, solitudine, conflitti, violenza, riappacificazioni, fumo e sballo. Tutto è in un continuo e incessante divenire, mentre le canzoni di Janis Joplin, Donovan, Alice Cooper e Bob Dylan accompagnano i momenti "come se fossero pezzi di sceneggiatura" (Olivier Assays). La frenesia del flusso filmico si assesterà e poserà dolcemente sul ballo tra Christine e Gills, sotto le note dalla cupa e profonda "Avalanche" di Leonard Cohen. E le immagini è come se improvvisamente prendessero vita, una nuova forma, luce, che prima non c'era, è nello sguardo e nel sorriso di Christine. È la forza rigeneratrice dell'amore. Non resterà che la voglia di ricostruire il proprio mondo e la fuga da quello che ha tradito i nostri sogni, così Gills e Christine partiranno insieme per una meta incerta, per costruire una vita insieme. Ma le fughe sono estremamente difficili quando si è ancora adolescenti, sopratutto quando raccontiamo bugie a noi stessi per alimentare un'utopia. Non resterà che scontrarsi con la dura realtà nel bel mezzo del nulla, smarriti tra le acque di un fiume che spezza il paesaggio, un'interruzione simbolica. Un momento di esitazione, di riflessione che si trasforma in un foglio bianco, una lettera senza inchiostro di Christine lasciata a Gills, perché è troppo difficile e doloroso riscrivere la propria storia senza in mano una certezza. Il brusco finale di "L'eau froide" è inaccettabile, perché è quanto di più vero e duro da accettare. Oliver Assayas, con una naturalezza che richiama il cinema di François Truffaut e uno sguardo contemplativo che riecheggia Šarūnas Bartas, realizza un'opera cupa ma vibrante, intensa e memorabile.

mercoledì 15 gennaio 2020

Phenomena (1985)

Film diretto da Dario Argento nel 1985, dopo il famoso Suspiria, con una giovanissima Jennifer Connelly al suo primo ruolo da protagonista, racconta la storia di una ragazza di nome Jennifer (sì, proprio come la stessa attrice) vegetariana e che ama gli insetti, figlia di un famoso attore hollywoodiano che parte in Svizzera per frequentare un collegio femminile, nella zona però si aggira un misterioso serial killer interessato ad uccidere ragazze molto giovani. Jennifer a causa dei suoi sonnambulismi finirà inconsapevolmente di fronte alla scena dell'ennesimo omicidio, sconvolta finirà per perdersi nei boschi dove una dolcissima scimmia la porterà in salvo a casa del suo padrone, il professor Mcgregor, un famoso entomologo che studia gli insetti per aiutare l'FBI a risolvere il caso. Lo studio degli insetti che si formano nella putrefazione delle vittime diventano uno strumento di indagine fondamentale per capire quando l'omicidio è stato commesso.

Gli insetti mangiatori di cadaveri si dividono in 8 gruppi. Gli 8 gruppi si susseguono l'uno all'altro, e ognuno si insedia in un momento preciso, con dei tempi specifici. Noi gli chiamiamo gli 8 squadroni della morte. Il primo è quello dalla mosca vulgaris che deposita le larve nel cadavere in putrefazione. Ogni squadrone soggiorna 15 giorni. 15 giorni moltiplicato per 8. Quattro mesi.
Jennifer e il professore capiranno di nutrire lo stesso amore per gli insetti e stringeranno una preziosa amicizia. Ma ben presto il professore si accorgerà che il legame che Jennifer ha con gli insetti ha una natura molto più profonda di quello di un semplice osservatore biofilo, la ragazza gli rivelerà che è stata una lucciola a portarla sulle tracce di un guanto che ha perso il serial killer. Gli insetti è come se comunicassero telepaticamente con lei.

Nell'antica Grecia la farfalla veniva chiamata Psiche, la parola aveva due significati sia farfalla che anima. Perché questa associazione tra un insetto e l'animo umano? Forse perché i  misteri di entrambi sono tanti e incomprensibili.
Solo il professor Mcgregor prenderà sul serio le confessioni della ragazza. Nel collegio le insegnanti e le compagne guarderanno con sospetto i comportamenti di Jennifer, inizialmente portandola da un medico per capire la natura del suo sonnambulismo, poi deridendola e bullizzandola dopo aver scoperto le lettere scritte a suo padre dove tenta di spiegargli gli avvenimenti terribili accaduti con l'incontro del serial killer e il suo un legame straordinario con gli insetti. Ed è qui che, in una delle scene più belle e iconiche del film, Jennifer ormai in lacrime risponde agli scherni sempre più violenti delle compagne (che fingono beffardamente di essere i suoi insetti che la adorano), con il suo"amore" per loro. Così improvvisamente un'enorme manto oscuro di insetti invade l'edificio del collegio rispondendo al "richiamo d'amore" di Jennifer, terrorizzando tutti i presenti. La bellezza di questa scena sta nella sua forza simbolica: Jennifer non risponde alla violenza con la violenza, ma sceglie l'amore e gli umani si sentono minacciati da questo amore che non possono non comprendere perché troppo distanti da quella connessione che Jennifer ha con la natura e le sue creature che la abitano, anche con le più piccole al mondo.
Da sottolineare che in queste scene la bellezza suggestiva del cambio di luci della fotografia, l'accrescersi dei suoni naturali del fruscio degli alberi, del vento e degli insetti, le musiche gotiche dei Goblin, sono tutti elementi stilistici che intervengono con delicato incanto quando le facoltà telepatiche della protagonista si schiudono all'interno della pellicola.
Il finale del film è spiazzante ma originale, seppur molte domande attorno al giallo dell'assassino rimarranno senza risposta, il cerchio attorno alla vita della protagonista si chiuderà con grandi perdite. L'assenza di risposte alle indagini per molti spettatori potrà sembrare una lacuna, ma questa è una caratteristica ricorrente nel cinema di Dario Argento; tentare di conoscere e interpretare gli aspetti psicologici che scatenano la ferocia del serial killer rimangono del tutto secondari perché semplificativi, in quanto il male, o meglio il "problema del male" nel cinema di Argento rimane un campo misterioso all'interno di un territorio occulto, come i poteri psichici della protagonista.
L'unica certezza è che gli animali non umani sono i veri protagonisti del film insieme alla giovane protagonista e che insieme lotteranno per l'affermazione del bene, ma se vinceranno o meno lo saprete solo guardando questo film.
In conclusione Phenomena è una fiaba dark dalla toccante impronta antispecista, con i suoi 35 anni alle spalle, dimostra al mondo ancora la sua grande attualità e bellezza. E allora non può sorprenderci se lo stesso Argento ha dichiarato che è il suo film preferito tra quelli che ha girato fino ad oggi. 


Il film è disponibile in streaming su Rai Play.

martedì 31 dicembre 2019

Donnie Darko (2001)

Ho rivisto per la seconda volta questo film a distanza di circa dieci anni, il ricordo che conservavo era film triste e angosciante che riusciva a parlare dei turbamenti che caratterizzano l'età adolescenziale come pochi film avevo visto. Mi capita spesso di rivalutare negativamente film che rivedo a distanza di molto tempo, ma nel caso di Donnie Darko devo ammettere che mi ha sorpreso positivamente il fatto di essere rientrato a contatto con un'opera che non ha perso quella stessa potenza e quello stesso fascino. Ho rivissuto le stesse sensazioni e impressioni che ebbi quando lo visionai la prima volta.
Quando si parla di questo film potrete trovare in giro centinaia di "spiegazioni" che tentano di dare un senso agli eventi bizzarri e inquietanti dai quali il protagonista è travolto. Non a caso fu rilasciata, tre anni dopo l'uscita del film, la versione Director's Cut che nel lungometraggio conteneva delle didascalie con gli estratti degli otto capitoli del libro "La filosofia dei viaggi nel tempo" di Roberta Sparrow, che è un libro fittizio creato dallo stessa regista e ispirato liberamente alle teorie sullo spazio-tempo del fisico Andrej Linde. La sua lettura diviene una vera e propria guida interpretativa al film per lo spettatore.
Così sappiamo che gli eventi raccontati nel film avvengono all'interno di un Universo Tangente, una sorta di un duplicato dell'Universo Primario che è destinato a collassare su se stesso (esattamente dopo 28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi come Frank dirà a Donnie all'inizio del film) formando un buco nero. La causa della creazione dell'Universo Tangente sarebbe l'Artefatto: il motore di un aereo che accidentalmente si stacca e finisce dentro un wormhole (una sorta di portale temporale dentro l'atmosfera) che fa viaggiare nel tempo il motore dell'aereo portandolo nel passato e facendolo precipitare sopra la stanza di Donnie Darko. Nel film tutti i personaggi consciamente (il coniglio Frank, che è il Manipolato Morto) e inconsciamente (i Manipolati Viventi che sono tutti i personaggi vivi che circondano il protagonista) dovranno risolvere questo "paradosso" spazio-temporale aiutando il Ricevitore Vivente, cioè Donnie Darko, nell'impresa di riportare l'Artefatto (il motore dell'aereo che scopriremo essere quello in cui viaggiano la madre e la sorella di Donnie nella conclusione del film), nell'Universo Primario.
Chiaramente il carattere pseudo-scientifico di queste teorie sui viaggi nel tempo, per quanto possano risultare intriganti e suggestive per qualcuno, non rappresentano affatto la forza del film.
Anche seguendo la loro linea interpretativa, la struttura narrativa dell'opera suggerisce una chiave decisamente multi-interpretativa dove la schizofrenia paranoide del protagonista, il suo sonnambulismo, la sua solitudine, il suo disadattamento, il suo spirito ribelle e la sua ricerca verso "il sentiero di Dio" arricchiscono certamente il piano interpretativo ed è per questa ragione che la versione cinematografica dovrebbe essere considerata la vera e più riuscita versione.
Di fatti l'aspetto più interessante di quest'opera è certamente il suo impatto formale: la regia di Richard Kelly è cruda, eccentrica e dirige magnificamente gli attori (spicca il talento del giovanissimo Jake Gyllenhaal), a questo si aggiungono l'inquietante costume da coniglio di Frank ideato da April Ferry, la fotografia dalle tonalità cupe e bluastre di Steven Poster e le musiche minimaliste di Michael Andrews che contribuiscono a creare quelle atmosfere malinconiche e surreali che caratterizzano in maniera singolare il film. Gli effetti speciali sono ridotti all'osso, probabilmente a causa del budget ristretto del film, ma il regista ha saputo dosarne la giusta efficacia. Malgrado il film non si discosti molto dal "format" dei film adolescenziali americani è evidente l'influenza lynchiana e kieslowskiana, non a caso Kelly ha dichiarato che il finale del film è un omaggio a Film Blu.
Una delle scene più belle del film è proprio la scena madre che si svolge all'interno del cinema dove Donnie e la sua ragazza Rachel guardano La Casa di Sam Raimi proiettato sullo schermo. Una volta che Rachel si addormenta appare Frank che scambia con Donnie un dialogo memorabile e che finalmente rivela il suo volto sotto la maschera da coniglio. 


Donnie: "Perché indossi quello stupido costume da coniglio?"
Frank: "Perché indossi quello stupido costume da uomo?"

Frank poi ordinerà a Donnie di bruciare l'abitazione dello scrittore e speaker motivazionale Jim Cunningham (interpretato da Patrick Swayze). E come per la totalità degli eventi che si svolgono nel film non sarà un caso se, grazie all'incendio che Donnie appiccherà, i pompieri scopriranno un sentiero segreto all'interno dell'abitazione dove Cunningham girava e conservava materiale pedo-pornografico. Uno scandalo per la città perbenista e la scuola che invitava gli studenti a seguire i suoi corsi sulla "Linea della vita".
È qui tutta la fascinazione di Donnie Darko, un film capace di raccontare un viaggio metafisico e angoscioso, dove le esperienze sensibili dei personaggi, le loro credenze, le loro azioni e le loro scelte buone o cattive che siano, non sembrano adempiere un mero scopo personale (come essi stessi ingenuamente credono), ma sono al servizio di una brutale legge universale che li obbliga inconsapevolmente a vivere nel loro mondo "folle" o, come direbbe Roberta Sparrow, in un Universo Primario dove «guerra, epidemie e disastri naturali sono frequenti» e «la morte arriva per tutti noi».
Nel finale del film la risata di Donnie, prima di lasciarsi morire schiacciato sotto il motore che precipita nella sua stanza, per molti è un enigma. È un sacrificio che compie per evitare che tutto si ripeta? Probabilmente sì, se Donnie avesse scelto di rimanere vivo non avrebbe potuto resistere alle sue visioni, alla sua angoscia e soprattutto non sarebbe riuscito a sfuggire alla presenza fantasmagorica di Frank che continuerebbe a tormentarlo e ossessionarlo spingendolo a compiere nuovamente gli eventi che porterebbero irrimediabilmente alla morte di Rachel, e al viaggio intrapreso da sua madre e la sua sorellina in un aereo destinato a distruggersi, anche se il motore non finisse nel wormhole. Questa è l'interpretazione che sento più vicina. Ma se considerassimo un'altra lettura più "ottimista" della teoria di Roberta Sparrow sui viaggi nel tempo, c'è la possibilità che una volta che l'Artefatto venga riportato nell'Universo Primario non ci dovrebbe essere nessun pericolo di collisione e tutti potrebbero tornare a vivere normalmente, compreso il Ricevitore Vivente. Allora in questo caso Donnie avrebbe scelto consapevolmente di morire? Forse sì, d'altronde tutto quello che ha visto e vissuto non è stato abbastanza? Lui è l'unico vivente che ricorda perfettamente i giorni vissuti nell'Universo Tangente, gli altri hanno solo ricordi vaghi di quel vissuto come viene mostrato nel risveglio finale. Donnie ha visto troppo in quei 28 giorni, di fronte alle ipocrisie, alle discriminazioni, alle violenze di quel mondo, alla morte della sua amata e alla possibilità di affrontare nuovi disegni e combinazioni che potrebbero comportare altre problematiche, forse ha preferito qualcos'altro per il suo destino? E questo "qualcos'altro" gli si è rivelato in quanto Ricevitore Vivente? Ha a che fare con il "sentiero di Dio"? E se così fosse, per il mondo dei vivi non c'è davvero speranza? A ognuno le proprie amarissime conclusioni.
Le suggestive musiche di "For Whom the Bell Tolls" composte Steve Baker e Carmen Daye si impongono nel buio dei titoli di coda del film come un dolente canto funebre.


Il film è disponibile in una nuova edizione 4k della Midnight Factory.

venerdì 9 agosto 2019

Mandragora (1997)

Wiktor Grodecki conclude la trilogia sulla prostituzione minorile con Mandragora. A differenza dei due primi lungometraggi (Not angels but angels e Body without soul), questo film non è un documentario ma un film di finzione. La sceneggiatura ripercorre praticamente gli eventi già esplicati magnificamente nei documentari, ma condensati tutti in un unico personaggio: quello di Marek, un giovane sedicenne incompreso dal padre autoritario che scappa di casa per finire alla stazione Praga, qui subirà ogni sorta di ingiustizia e finirà nelle mani di un magnaccia che ne farà una merce sessuale. Incontrerà un giovane ragazzo di nome David, anch'esso prostituto, che lo aiuterà a liberarsi dal magnaccia e con il quale stringerà una forte amicizia. Insieme deruberanno clienti per aumentare le loro entrate, ma David finirà per usare Marek per raggiungere i suoi scopi. Il rapporto tra i due diventerà sempre più burrascoso e porterà entrambi verso l'autodistruzione.
Mandragora è un'opera difficile da giudicare, sopratutto dopo aver visto i magistrali documentari di Grodecki, lo spettatore sarà continuamente teso a paragonare le opere cinematografiche tra loro e a chiedersi la necessità di questo film. In prima analisi, vien da pensare che è certamente un film che ha delle lacune narrative perché nel suo sviluppo si notano dei "buchi" di non poco conto: per esempio, nella parte centrale del film c'è la scena del bar in cui i due giovani protagonisti vengono presi di mira da un gruppo di uomini, ma non conosceremo mai l'esito di quello scontro, similmente accade con la crudelissima scena del pestaggio dei ragazzi del quartiere dove i due vengono feriti gravemente ma non sappiamo come siano riusciti a sopravvivere. L'opera è così caratterizzata da questa discontinuità narrativa che ne pregiudica la qualità, ma il motivo non è così incomprensibile, è chiaro che Grodecki è legato molto alle testimonianze dei ragazzi dei suoi documentari, perciò la messa in scena filmica di quegli eventi appare come una sorta di collage, un memoriale collettivo. Di fatti, malgrado la frammentarietà dell'opera, la regia si dimostra all'altezza restituendo allo spettatore un'esperienza cinematografica potente e disturbante. Come per i documentari, l'opera è colma di brani classici, sopratutto di musica sacra, che non si limitano ad accompagnare l'immagine filmica ma a costruirne la sua espressione, amplificando il senso di alienazione nello spettatore. Esemplare a questo proposito è la scena dove i due protagonisti incontrano due prostitute e tra loro si scambiano dei dialoghi sconfortanti e brutali sotto le musiche di "Erbarm Dich" di J. S. Bach; o ancora la sconvolgente scena dove Marek e David sono nell'appartamento di un regista porno di nome Libor, che gira i suoi film in presenza di sua moglie e i suoi bambini come se nulla fosse, i cori di "Wir setzen uns" di J.S. Bach fanno da colonna sonora a questi momenti rendendo più insostenibile di quanto già lo sia l'ambiente degradante dell'appartamento e il sottofondo incessante del pianto della neonata trascurata dai genitori.
Il film è sorretto magnificamente dall'interpretazione di Miroslav Caslavka, al suo primo ruolo d'attore. È interessante notare che nel ruolo di David c'è David Svec che era uno dei ragazzi intervistati in Body without soul e che nel film interpreta praticamente il suo stesso vissuto! 
Il finale all'interno dei bagni pubblici della stazione di Praga, dove assisteremo all'insolubile destino di Marek e suo padre, arriva allo spettatore come un pugno sullo stomaco, risulta efficace l'uso del campo medio angolato dall'alto che rafforza l'assenza di una salvezza escatologica.
Mandragora, come nella tradizione medievale e alchimistica, è una pianta velenosa dall'aspetto di un bambino che emette un pianto letale per chi l'ascolta e che secondo la tradizione machiavellica il metodo più sicuro per coglierla è legarla ad un guinzaglio di un cane che viene lasciato libero in modo che questo tirandola permette di sradicarla udendone il lamento straziante e morendo all'istante, consentendo così al proprietario di coglierla. Il film di Grodecki si instilla nello spettatore allo stesso modo: è il gemito disperato delle giovani vittime della prostituzione usate e uccise dal mondo degli adulti, di figli spezzati da padri che non potrebbero mai udire e sopportare il loro pianto.


Il film è rimasto inedito in Italia, per questa ragione in home video potete trovare solo edizioni straniere. Su questo link potete acquistare il DVD americano, mentre i sottotitoli in italiano, di cui ho curato personalmente la traduzione, potete scaricarli su questo link.

domenica 3 maggio 2015

Mommy (2014)

Xavier Dolan, esordisce nel 2009 con “J'ai tué ma mère” all’età di soli 20 anni, un film semi-autobiografico che probabilmente aveva già detto molto del suo cinema, anticipando molte tematiche a lui vicine come l’omosessualità, l’adolescenza, la diversità e il conflitto genitoriale, che ritorneranno nei suoi film successivi, spesso con risultati piuttosto discutibili. 
La critica e il pubblico hanno accolto Dolan come una giovane promessa per il futuro del cinema francese, spesso sovrastimandolo in modo eccessivo e aumentando sicuramente l’astio di chi, come me, non è mai stato convinto dalla sua idea di cinema. Ma qual è l’idea di cinema di Dolan? 
È certamente un’idea fondata esclusivamente sullo stile, manieristica, dove gli eccessi visivi come l’uso di primi piani, rallenty, recitazione enfatica e musica extradiegetica sembrano il più delle volte essere l'esclusivo cardine dello sviluppo. Ogni film suo film è riconoscibile dallo stile e non dalla storia, ogni suo film è fondamentalmente una questione di stile. Come non rimembrare le parole del grande Carl Theodor Dreyer quando sosteneva che “ogni storia ha uno stile diverso” o ancora il genio Alfred Hitchcock quando nelle interviste fatte da François Truffaut, affermava: “I film migliori sono quelli senza stile”. Il rischio è sempre quello di costruire solo come effetto dell’artificio del cinematografo, un susseguirsi di scene magnifiche che tentano in vano di incatenarsi tra di loro, soprattutto quando lo script è povero. Ed è questo quello che succede spesso nei film di Xavier Dolan. “Mommy” non si allontana molto da questa idea di cinema (il cambio del formato, i rallenty e gli accostamenti ritmici tra musica pop/melody e immagine in videoclip style non mancano), anzi la porta alle estreme conseguenze, ma malgrado questo è certamente un’eccezione nella sua filmografia e va detto perché il film è sostenuto da una buona “idea”, una sceneggiatura ben strutturata, caratterizzata da un’introspezione avvincente dei tre protagonisti.
Mi sono inventato una legge, con cui si apre il film, che permette a un genitore di lasciare il figlio minorenne in un ospedale psichiatrico senza che un medico lo prescriva. In nessun Paese al mondo un minorenne viene rispedito a casa dal riformatorio, dopo aver commesso un atto così violento come Steve. Ho girato un film nel 2013 ambientandolo nel 2015 proprio per dire che una realtà simile potrebbe appartenere all'immediato futuro. I Governi attuali, infatti, piuttosto che investire nella sanità preferiscono farlo nell'economia.
Xavier Dolan
Il film di Dolan ci trasporta in questo futuro immaginario dove il giovane Steve (Antoine Olivier Pilon), dopo aver passato del tempo in una comunità di recupero , torna a casa  dalla madre Diane (Anne Dorval). Steve è un ragazzo iperattivo con deficit di attenzione, che si abbandona spesso a comportamenti violenti, la madre tenterà in tutti i modi di riconciliare il rapporto con il figlio, cercando di trovare un lavoro per migliorare la propria situazione economica e così permettere al figlio di studiare e trovare il suo posto nel mondo. Ma non sarà facile senza l’aiuto di un padre. Fortunatamente la loro nuova vicina di casa Kyla (Suzanne Clément), entrerà in contatto con questo nido famigliare, la donna però è affetta da balbuzie e rivelerà di essere stata una maestra che ha sospeso la sua attività a causa del suo problema; la madre di Steve non perderà occasione per accoglierla e farne l'educatrice personale di Steve. I tre protagonisti, chi per un motivo chi per un altro, si ritroveranno duramente a mettere alla prova se stessi, con la speranza di rientrare in quella società dove non sono ammesse diversità, insufficienze e inadeguatezze. 


Il rapporto complesso con i deficit di Steve, rivelerà alle due donne i loro limiti e molti aspetti di se stesse che seppellivano nel loro animo. A questo proposito è interessante la scena in cui Steve, rifiutandosi di studiare, attacca e umilia Kyla rubandole una collana e questa in preda ad una crisi di rabbia atterra Steve umiliandolo, incutendoli una paura così forte da farlo urinare addosso. La crisi rivelerà un lato oscuro di Kyla, soprattutto quando enuncerà provocatoriamente contro Steve la battuta “Ti piace così?”, con un inatteso tono perverso; lo spettatore non può fare a meno di interrogarsi se la crisi di Kyla sia un rigurgito delle sevizie subite da quel marito freddo e distante che abbiamo visto nelle sequenze precedenti del film. Ed è interessante come Kyla si sia ritrovata a far uscire questo “mostro” di emozioni represse proprio nel momento in cui si è incastrata in questa famiglia sostituendo la figura paterna. Kyla si trasformerà di pari passo, insieme a Steve, riuscendo a ritrovare un'armonia mai raggiunta nella sua vita famigliare. L’introspezione che Dolan dedica ai suoi personaggi in questo film è certamente di un'integrità inedita alla sua filmografia.
Lo dimostra anche il travagliato e controverso rapporto tra Steve e la madre, quando la madre per aiutare il figlio ad uscire da una denuncia per i suoi trascorsi nell'istituto chiederà un aiuto legale al suo vicino avvocato e lo frequenterà, Steve assumerà un atteggiamento persecutorio nei suoi confronti e in preda ad una crisi di gelosia nei confronti di quella nuova e ingombrante presenza maschile, rivelerà il suo profondo bisogno di essere amato, come nella scena toccante del karaoke sulle note di "Vivo per lei". Steve è stato abbandonato una volta e teme di esserlo ancora, non conosce amore se non quello della madre, così comincerà ad erotizzare questo amore. L'approccio fisico sembra essere l’unica àncora di Steve per conquistare la madre come ce lo racconta una sequenza del film, proprio quando Steve bacia la madre sulle labbra. Ma le conseguenze di questo tentativo disperato, saranno disastrose, in primis per il suo equilibrio mentale.

 

In una delle scene più drammatiche del film, Steve dopo essersi tagliato la vena di un polso in un supermercato, viene trascinato dalla madre e da Kyla verso l’uscita, la sequenza è caratterizzata da un rallenty con il sottofondo musicale suggestivo di “Phase” di Beck. 
I tre protagonisti sembrano volteggiare pesantemente nell'ambiente circostante come se le due donne non riuscissero più a sostenere fisicamente e psicologicamente Steve. Questa sequenza rivela una straordinaria sensibilità, trasformando quei momenti di puri tecnicismo che Dolan ci aveva abituato in passato, in vere raffigurazioni poetiche, diventando parte integrante dello sviluppo dei personaggi.
Si arriva con gran sorpresa alla scena madre del film, da cui stando alle parole del regista è nato proprio lo script del film, si tratta del "falso" finale dove gli archi e le note del piano di “Experience” di Ludovico Einaudi accompagnano la rappresentazione visiva di quel sogno “americano” nel quale tentano in vano di rientrare i tre protagonisti. Si susseguono immagini di Steve appena laureato, poi adulto, poi padre, poi sposato, con fatidica inquietudine tra il clamore e l’entusiasmo del mondo, mentre cresce la sensazione che la madre che non riuscirà mai ad amarlo per quel che è.
Alla conclusione del film, non si può far a meno di chiedersi quanto le nostre vite siano state condizionate da quel “sogno” e quante altre vite ne siano state condizionate al tal punto da spezzarle, quanto l’amore di un genitore possa essere distruttivo quando viene plasmato da quel "sogno", quanto ci sia di disadattato in ognuno di noi e in quali proporzioni riusciamo a tenere questo aspetto a bada di fronte alla società, facendo finta di non sapere che l’idea di felicità che ci è stata programmata, forse non è compatibile alla nostra facoltà psicologica, condizione economica e attitudine spirituale. Interrogativi, quelli di Dolan, che in qualche modo toccano ognuno di noi e che non si placano neanche di fronte al drammatico e liberatorio finale. Lo stesso amore che la madre prova per Steve rimane un grande e doloroso dilemma. Questa è la forza di “Mommy”, la prima opera del regista che riesce davvero a perlustrare l'animo umano, arrivando all'universale.


sabato 16 marzo 2013

Io e te (2012)

Lorenzo è un ragazzo di 14 anni che secondo il suo psicologo è affetto da un disturbo narcisistico di personalità che lo porta ad isolarsi e ad non avere empatia verso gli altri. Quando arriverà la settimana bianca, Lorenzo fingerà di partire con la sua classe per rifugiarsi solo nella cantina di casa sua con una scorta di viveri, un formicaio e un libro sui vampiri. La tranquilla solitudine del suo rifugio verrà però ostacolata dall'arrivo di Olivia, la sua sorellastra che non vede da molti anni. Olivia è una tossicodipendente in crisi di astinenza e metterà in crisi il piano di Lorenzo.
La storia è tratta dall'omonimo libro di Niccolò Ammaniti, che personalmente non ho letto e non ho intenzione di farlo. Quello che infatti colpisce dell'ultima opera di Bernardo Bertolucci non è la sua storia, che non colpisce di sicuro per l'originalità, ma è la capacità della macchina da presa di osservare e catturare la naturalezza i due corpi chiusi nella cantina di Jacopo Olmo Antinori (Lorenzo) e Tea Falco (Olivia). I due attori sembra che non si limitino solo ad interpretare i loro personaggi, ma a viverli. Più i minuti della pellicola scorrono, più i due si schiudono, si sfiorano, si toccano, si aggrediscono, si ravvicinano e si legano. È un processo straordinario che avviene senza che lo spettatore se ne renda conto. La fotografia di Fabio Cianchetti gioca con i contrasti tra la luce fioca e calda delle lampade e le ombre nette e profonde della cantina, dando ai volti dei personaggi una deformazione tale da accentuare la loro instabilità e la loro ricerca di calore umano.
Quella cantina diviene un luogo senza tempo, dove due anime ribelle cominciano a scoprire dei valori confrontando le loro storie, è una rottura al tempo frenetico della società. La metafora del formicaio che viene accidentalmente distrutto durante lo scontro tra Olivia e Lorenzo, diviene esemplificativo per descrivere questa rottura, disastrosa, ma necessaria per la conquista della libertà.
Colpisce Olivia, quando ripresa dall'astinenza, comincia a parlare del suo lavoro fotografico (che è quello della vera Tea Falco) in cui sottolinea la sua necessità di eliminare ogni punto di vista per ritrovare quell'armonia, solidarietà, che è il fondamento del legame umano.
Un'ultima cena e un ballo d'addio sotto le note di "Ragazzo solo, ragazza sola" di David Bowie, ci regalano uno dei momenti più intensi del film. Segue l'ultimo pianosequenza del film (di cui non rivelo il risvolto narrativo per i lettori), girato appena dopo l'ora blu dell'alba, che si conclude con un zoom sul viso di Jacopo/Lorenzo rivelando una luce diversa nei suoi occhi e nel suo sorriso. Una scelta stilistica che non può che ricondurci direttamente al volto finale di Antoine Doinel ne "I 400 Colpi" di François Truffaut, ma che non soffre di un meccanico citazionismo intellettuale (come le numerose citazioni alla Nuovelle Vague in "The Dreamers") perché oltre che essere una scelta necessaria al percorso interiore del protagonista, è una scelta guidata da un profondo senso di devozione rispetto a quei valori cinematografici che hanno inaugurato il cinema d'autore e che inevitabilmente devono continuare a rivivere, a risplendere in altri film, in altre storie moderne, oggi. "Io e Te" è sicuramente una piccola e luccicante perla del cinema italiano, che ci accompagna in un nuovo e luminoso cammino con Bertolucci.


Il film in Italia è disponibile in DVD, ma non in BLU-RAY, tuttavia se siete interessati a quest'ultimo esiste una notevole edizione dell'Artificial Eye. Può anche essere visionato in streaming su Prime Video.

mercoledì 2 novembre 2011

Tomboy (2011)

Laure è una giovane bambina che da poco si è trasferita con i suoi genitori in una cittadina dove non conosce nessuno. Un giorno però incontra Lisa, che per uno strano scherzo del destino (ma non troppo visto il suo vestire unisex) la scambia per un maschio. Laure non esita a cogliere l'occasione per presentarsi come Mickäel. Laure sarà felice, libera dal vincolo del sesso biologico che la definisce come "femmina", giocherà come ha sempre voluto giocare, si comporterà come ha sempre voluto comportarsi, sarà finalmente se stess*.
Cèline Sciamma, dopo il brillante esordio "Naissance des pieuvres", torna a raccontare delle problematiche che interessano le persone LGBTQ+, questa volta esponendo il complesso "problema" dell'identità di genere. Adotta uno stile documentaristico, favorendo quel "distacco" tipicamente naturalistico così caro al cinema di François Truffaut, che ci permette di seguire la nostra piccola Laure/Mickäel nel suo mutamento senza giudizi, analizzando antropologicamente quel che le accade dentro e attorno a lei. C'è una tensione che cresce nell'opera, ed è la suspence del segreto di Laure, dell'inevitabile coinvolgimento della sorella più piccola al grande gioco, che divertita le taglierà i capelli e fingerà di fronte ai suoi amici di avere un fratello maggiore. Laure/Mickäel, d'altro canto, per rendere credibile la sua nuova identità durante un bagno al laghetto con gli amici, sarà costretta ad usare un pezzo di plastilina dentro le mutandine per far sembrare di avere un pene e quando le scapperà la pipì finirà per nascondersi tra i cespugli. Pur facendosi carico di queste enormi difficoltà Laure/Mickäel non demorde e prosegue la sua affermazione identitaria nel gruppo, imponendosi credibilmente come un maschio. Ne ha la forza, la determinazione, il ruolo, il comportamento e ha anche l'amore di Lisa, che si inaugura tra i due con un bacio dietro le quinte di un boschetto di fronte al lago, alla luce del tramonto. Tutta la sua felicità dipende dall'affermazione della sua identità di genere. 
Ma questo segreto, sempre più scomodo, non potrà durare per sempre, purtroppo quel cortile non è la società, ne è solo un suo microcosmo, quello dei giochi d'infanzia che non può che finire col fare i conti con quello macro degli adulti. Quando Laure/Mickäel piccherà un suo amico perché ha fatto del male alla sorellina, si ritroverà la mamma del ragazzino a suonare il campanello di casa sua. La madre di Laure/Mickäel finirà per scoprire che il giovane Michael è proprio sua figlia! Qui Sciamma fa c'entro conducendoci ad una scena illuminante: la madre costringerà Laure/Mickäel ad indossare un abito femminile e a chiedere scusa ai suoi amici; lo spettatore sente tutta l'umiliazione e l'ingiustizia di un simile comportamento, che non è dettata da una madre cattiva che non accetta la figlia, ma piuttosto da una madre che non può comprendere la figlia («Non mi da' fastidio che giochi a fare il ragazzo. E non mi fa neanche pena»), perché costretta a confrontarsi da quell'entità "invisibile" chiamata Istituzione, che detta norme sulle questioni di genere. Istituzione che nel film è rappresentata dalla scuola, che definisce gli alunni in base all'identità cisgender, imponendo questo concetto culturale in tutta la società. La madre non può che tentare di "normalizzare" la figlia, inconsapevole dell'importanza che "l'essere maschio" ha per lei. È proprio da questa falla del sistema sociale che nasce il dramma della piccola Laure. Ma la protagonist* resisterà a quella forza istituzionale che affonda le sue radici nella cultura patriarcale, e in una scena simbolica, quanto catartica, lascerà via il suo abito femminile tra i rami di un albero. Il finale del film apre uno spiraglio di luce con quel sorriso così malizioso e tenero che Laure/Mickäel scambia con Lisa, ormai cosciente del segreto e che non sembra aver cambiato i suoi sentimenti.
Com'è possibile prevedere oltre i titoli di coda, inizierà una lunga battaglia per l'affermazione dell'identità della protagonista nella società adulta, al di là di quel piccolo cortile dove un segreto innocente e un grande sogno erano possibili. Un film dal basso budget, girato con una Canon 7D, ma tecnicamente impeccabile, il risultato è delicato, toccante, la sua forza è tutta nella due sorelle protagoniste interpretate da Zoé Héran e la piccola Malonn Lévana. È un'opera che brilla come una perla in fondo agli abissi di un panorama cinematografico sempre più costoso e scadente. Cèline Sciamma alla pari della maturità ed essenzialità dell'austriaca Jessica Hausner (che ci aveva illuminati con il suo "Lourdes"), si afferma come una delle più grandi registe del panorama cinematografico europeo. Il film si è aggiudicato il Premio della giuria al Teddy Word nel 2011. 


È disponibile in streaming su Prime Video.

sabato 20 novembre 2010

Giochi proibiti (1952)

Seconda guerra mondiale, prologo tragico: carovane di profughi si ritirano frettolosamente in Francia di fronte all'avanzata delle truppe tedesche. In seguito al mitragliamento dell'aviazione nemica, Paulette, una piccola parigina di cinque anni si allontana dai suoi genitori per inseguire il suo cane, i genitori andranno in suo soccorso ma verranno colpiti dagli spari di un mitra, Paulette rimarrà sola stringendo tra le braccia il cagnolino anch'esso morto. Scapperà e incontrerà Michel Dollè, un contadinello poco più grande di lei, il quale la guiderà alla casa dei suoi genitori.
I genitori di Michel, dopo qualche ripensamento, prenderanno in custodia la piccola Paulette e con morbosa curiosità chiederanno alla piccola di raccontare i tragici eventi della guerra di cui è stata testimone. La piccola Paulette rimane muta, i suoi occhi ingenui sono perduti e per la stanchezza si addormenta. Nella notte comincia ad avere strani incubi e metabolizza il dramma con un'esasperata e rituale attenzione verso il corpo morto del suo cagnolino, al quale rimane legatissima. Michel le parlerà della morte e della sepoltura, così la piccola il giorno seguente si appresterà a seppellire il suo cagnolino di nascosto. Quando Michel lo scoprirà l'aiuterà e le dirà di voler creare un piccolo cimitero, così il suo cagnolino non sarà solo.

- "Cos'è un cimitero?"
- "È la casa dei morti. Così stanno tutti insieme."
- "Perché stanno tutti insieme?"
- "Per non annoiarsi!"

I due bambini, all'insaputa degli adulti, si nascondono dentro questo "gioco proibito" dove il cimitero, amaro riflesso dell'angoscia della morte e della guerra, diventa l'unica fonte di ispirazione, l'unica forma efficace di evasione per esorcizzare il dolore e la crudeltà. E in seguito diverrà persino una dura prova d'amore tra i due piccoli protagonisti. Questo scenario complesso è diretto da René Clèment con grazia e lucidità, riuscendo a non cadere nei buoni sentimenti, mostrando una capacità impressionante nel cogliere sfumature emotive così sottili, che riverberano nella recitazione dei due piccoli interpreti Georges Poujouly e Brigitte Fossey. C'è un ripetitivo ma sensibile uso della colonna sonora di Narciso Yepes, è un brano semplice, minimalista, con la quale lo spettatore ne risponde subito con diretta commozione. Ma probabilmente l'aspetto più riuscito di questo film è lo sguardo d'amore innocente e puro condiviso dai due protagonisti, in netto contrasto al mondo adulto ormai indurito dagli eventi. È quell'incomunicabilità tra i due mondi, quello adulto e quello dei giardini dell'infanzia, che ci mostra senza patetismi Clement fino all'alienante e straziante epilogo del film, dove l'abbandono è brutale e la ricerca di volti famigliari è vana.
Il film vinse il Leone d'Oro. Rimane uno dei film più belli e tristi su cui mi sia mai capitato di imbattermi nell'orizzonte del cinema sui minori.


Il film è disponibile in DVD nella sua versione italiana distribuita dalla KINOS.

venerdì 19 novembre 2010

Lilja 4-ever (2002)

La canzone “Mein Herz Brent" dei Rammestein apre brutalmente la scena iniziale del film. Una ragazza corre per le strade di una città con il volto tumefatto, gli occhi sofferti e angosciati, spaesata in una metropoli grigiastra, chiassosa e fastidiosa. Gli uomini che la abitano sono dentro le loro macchine, travolti dalla velocità e dal rumore, sordi al grido sofferente di quella ragazza che intanto giunge su un ponte sopra un'autostrada e fissa il precipizio. Forse per buttarsi e farla finita? Con questa potente sequenza di apertura si apre l'opera di Lukas Moodysson (chi non lo conoscerà per il pluripremiato e straordinario Fucking Amal), che ci condurrà in un lungo viaggio, non solo per conoscere, ma soprattutto per immergere il nostro sguardo in quel 'grido' d'aiuto. Lilja ha 16 anni e vive in un povero e desolato sobborgo dell'ex Unione Sovietica, sua madre, un’ex prostituta, dopo aver conosciuto attraverso un'agenzia di incontri un uomo russo, deciderà di partire con lui negli Stati Uniti, promettendo a Lilja che le permetterà di raggiungerla dopo qualche mese. Ma questo abbandono temporaneo lascerà presto spazio al peggio. La zia di Lilja, per motivi economici, la scaccerà dalla sua casa costringendola a trasferirsi in un appartamento squallido. Motivi che si riveleranno ben presto menzogne, quando Lilja scoprirà che la donna si è trasferita nella sua casa. Lilja è troppo inesperta per affrontare le grandi responsabilità che le sono state imposte dagli adulti, e per difendersi dalle ingiustizie che le vengono inflitte continuamente. Rimarrà inerme, ferita, vulnerabile e rassegnata al suo crudele destino. Senza la protezione di alcun adulto, diventa facilmente il capro espiatorio per tutti gli abitanti della provincia. Così, la sua amica, dopo essersi prostituita per guadagnare una somma di denaro, cercherà di giustificarsi dalle accuse del padre, dando la colpa a Lilja, sostenendo che quei soldi erano un regalo di lei, ottenuti prostituendosi. La situazione peggiorerà quando i ragazzi del quartiere inizieranno a usare Lilja per soddisfare i loro più bassi istinti sessuali, proprio quei ragazzi che, solo poche settimane prima, si divertivano a sputarle addosso dal balcone di casa, chiamandola "prostituta" per allontanarla dal quartiere.


Accanto a Lilja c'è solo il piccolo Volodia, anche lui emarginato e senza famiglia, che diventerà il suo amico fedele quando lo salverà dal suo primo tentativo di suicidio. In questo contesto, c’è da sottolineare i meriti di una regia poetica e delicata capace di tessere un legame profondo tra i due attori. Nel film questo rapporto assumerà un valore fondamentale, rappresentando l’unico rapporto autentico in grado di proiettare una speranza per il futuro dei due ragazzi. Successivamente, Lilja incontrerà un ragazzo di nome Andrei, che la persuaderà a trasferirsi in Svezia per motivi di lavoro. Volodia, spinto dalla gelosia, è convinto che Andrei intenda approfittare di lei, ma Lilja non gli darà ascolto. Tuttavia, una volta giunta in Svezia, scoprirà amaramente che le previsioni di Volodia erano fondate: verrà venduta come schiava sessuale. Questa volta, rimarrà completamente sola, rinchiusa in un appartamento dove un uomo la farà uscire soltanto per costringerla a prestazioni sessuali con clienti di ogni età. Ad ogni suo tentativo di fuga l'uomo la picchierà e minaccerà: «La polizia ti riporterà in Russia, lì ho degli amici che ti uccideranno». Si susseguiranno diverse scene, una più disturbante dell'altra, dove tutte le inquadrature degli abusi sessuali sono riprese in soggettiva (il regista dichiarerà che il cameraman del film ha avuto persino delle ripercussioni psicologiche girandole). La violenza sistematica che circonda Lilja diventa così insopportabile che le provoca un processo di dissociazione profonda. La sua mente si isola dalla realtà e comincia a vedere l'enigmatica immagine del piccolo Volodia, raffigurato con ali, che assume il ruolo di angelo custode. Questa apparizione onirica non rappresenta soltanto una fuga dalla sofferenza, ma diventa il simbolo di una speranza interiore, un faro in grado di confortarla e guidarla durante la sua prigionia. Lilja riuscirà a scappare dall'appartamento grazie al suo aiuto, ma si perderà tra le strade della città straniera, viaggiando senza meta fin quando non noterà una macchina della polizia. A questo punto, come un deja-vu violento, ci viene ripresentata la scena introduttiva del film: Lilja è terrorizzata e corre smarrita per la metropoli, la fotografia curata da Ulf Brantås si tinge di tonalità più cupe e il brano "Mein Herz Brent" dei Rammstein acquisisce un'intensità cinematografica rara. È come se fossimo lì e stessimo guardando il mondo attraverso gli occhi di Lilja. Difficile trattenere le lacrime. Lascio a voi l'esito della sua storia, che è ispirata alla vita di Dangoule Rasalaite.

lunedì 18 ottobre 2010

Italianetz (2005)

Vanya è un bambino di sei anni, orfano, rinchiuso in un orfanotrofio fatiscente in un remoto villaggio russo. Per lui e gli altri bambini, la vita sembra priva di speranza, a meno che una famiglia non decida di adottarli. Per Vanya, la speranza arriva da una giovane coppia italiana, intenzionata ad adottarlo. Mentre la direttrice dell'orfanotrofio negozia con la coppia, Vanya ha un incontro casuale con la madre di un altro bambino orfano, una donna determinata a riprendersi il suo bambino. Scopre che il suo piccolo è stato ormai adottato, e, sopraffatta dal dolore e dal senso di colpa, si ubriaca. Dopo alcuni giorni, viene trovata morta, qualcuno che ipotizza il suicidio. La vicenda scuote profondamente Vanya, che comincia a chiedersi cosa accadrebbe se sua madre si presentasse mentre lui si trova in Italia con la nuova famiglia. Il dubbio lo tormenta e una "voce" interiore lo spinge a credere che sua madre non lo abbia mai voluto abbandonare. Così, decide di fuggire dall'orfanotrofio e partire alla ricerca della sua vera madre. Andrey Kravchuk, al suo secondo lungometraggio, dimostra di avere una grande padronanza con la macchina da presa ed è ben evidente l'influenza che la tradizione cinematografica sovietica di Tarkovsky e Sokurov hanno avuto su di lui. Kravchuk costruisce immagini suggestive, trasportandoci nelle mura gelide e degradate di un orfanotrofio, dove si scorgono dalle finestre i volti opachi e malinconici dei bambini in attesa della speranza e dell'amore di una famiglia che possa accoglierli. Momenti di solitudine descritti dal regista, mi hanno ricordato molto Arrivederci Ragazzi, il capolavoro di Louis Malle, anche se il contesto è differente. La fotografia cupa e nebbiosa sembra evidenziare l'incertezza del futuro di questi bambini, ma anche l'impossibilità di guardare oltre la propria realtà quotidiana, privata da qualsiasi evasione a causa della direttrice dell'orfanotrofio piuttosto gretta e avara. La vicenda del piccolo Vanya è l'unico filo narrativo teso dalla sceneggiatura, teso anche più del dovuto, perché ho avuto l'impressione che l'unica pecca del film fosse proprio la mancanza di un'indagine più corale di alcuni personaggi secondari che avrebbero meritato più attenzione e reso più solida la prima parte. La seconda parte è incentrata sulla fuga del piccolo Vanya in cerca della madre, ed è il momento migliore del film, dove tra incontri gentili e inseguimenti violenti nella città russa, tanto luminosa quanto caotica, si arriva con stupore ad un finale epifanico, che fa chiudere un occhio a qualsiasi imperfezione del film. Nell'incontro finale, Kravchuk regala un momento di altissima poesia che non può che suscitare commozione. Un elemento particolarmente interessante in questo scenario è il significato simbolico dell’acqua piovana, che, come nei film di Tarkovsky, rappresenta l’accoglienza, il ricongiungimento e il riempimento materno: il liquido amniotico che nutre il feto.


Superba, tanto che non ha nulla da invidiare a molti attori bambini nel panorama hollywoodiano, l'interpretazione del piccolo Kolya Spiridonov al suo esordio. Il film ovviamente non è uscito in Italia, ma potete trovare il DVD acquistabile online e qui fortunatamente potete trovare i sottotitoli in italiano su opensubtitles.


Post più popolari