lunedì 18 ottobre 2010

Italianetz (2005)

Vanya è un bambino orfano di sei anni, chiuso in un fatiscente orfanotrofio di un remoto villaggio russo. Per Vanja e gli altri bambini orfani la vita è senza speranza, a meno che, qualche famiglia decida di adottarli. Per Vanja, la speranza arriva da una giovane coppia italiana che è decisa di adottarlo, ma mentre la direttrice dell'orfanotrofio fa un accordo con la coppia, Vanja ha uno strano incontro con la vera madre di un altro bambino orfano decisa a riprendersi suo figlio. La donna viene a scoprire che il suo bambino è ormai stato adottato, demorsa dal senso di colpa si ubriaca e dopo alcuni giorni viene trovata morta. Qualcuno teorizza il suicidio. Vanya colpito dalla vicenda comincia a chiedersi cosa accadrebbe se la propria madre si presentasse mentre lui è in Italia con un'altra famiglia. Il dubbio lo tormenta e la sua "voce" interiore gli fa credere che sua madre non ha mai voluto abbandonarlo. Così decide di fuggire dall'istituto per mettersi in cerca della sua vera madre.
Il cinema russo ha una poetica inconfondibile e che non tutti sanno cogliere. Spesso si viene spaventati dalla sua lentezza o addirittura dalla semplicità quotidiana di quello che racconta, tanto che i più scettici tendono a confondere questo aspetto con la banalità. Spesso chi ama questi film viene anche giudicato male, pensando davvero che chi si addentra in queste visioni lo fa solo per una maniacale ricercatezza di film "diversi".
Il problema è che chi pensa ciò dovrebbe cominciare a smettere di guardare film, perché è proprio alla base di quelli che possono essere definiti "difetti" che il cinema russo costruire una poetica singolare: i silenzi, la dilatazione temporale delle sequenze e la ripetizione quotidiana dei gesti riesce a cogliere le sfumature più profonde e archetipe dell'essere umano. Il miglior cinema russo è metafisica, ed è un'esperienza che la gran parte dei registi (mettiamo al primo posto gli USA) non hanno minimamente idea di cosa significhi. Non è con i sentimentalismi delle performance teatrali, dei dialoghi prolissi o del frenetico e sempre più abusato montaggio alternato che lo spettatore può acquisire in maniera profonda qualcosa di importante dall'esperienza cinematografica. Bisognerebbe smantellare la falsa credenza che il cinema debba appoggiarsi al teatro o alle narrazioni di un libro best-seller per esistere. Non so perché sono finito a parlare di questo, ma ne sentivo il bisogno visto che ogni volta che vado al cinema mi sento insoddisfatto e preso in giro. Qualcuno dirà che il mondo è bello perché è vario, però cominciamo a chiederci quanto di vario c'è in questo mondo.
Andrey Kravchuk, al suo secondo lungometraggio, dimostra di avere una grande padronanza con la mdp ed è ben evidente l'influenza che la tradizione cinematografica russa di Tarkovsky e Sokurov hanno avuto su di lui. Kravchuk costruisce immagini suggestive, trasportandoci nelle mura gelide e degradate di un orfanotrofio, dove si scorgono dalle finestre i volti opachi e malinconici dei bambini in attesa della speranza e dell'amore di una famiglia che possa accoglierli. Momenti di solitudine descritti dal regista mi hanno ricordato molto per il capolavoro di Malle Arrivederci Ragazzi anche se lì il contesto è diverso. La fotografia cupa e nebbiosa sembra evidenziare l'incertezza del futuro di questi bambini, ma anche l'impossibilità di guardare oltre la propria realtà quotidiana, privata da qualsiasi evasione a causa della direttrice dell'orfanotrofio piuttosto gretta e avara. La vicenda del piccolo Vanya è il filo teso della sceneggiatura, filo che è teso anche più del dovuto, perché ho avuto l'impressione che l'unica pecca del film fosse proprio la mancanza di un'indagine più corale di alcuni personaggi secondari che avrebbero meritato più attenzione e avrebbero reso più solida la prima parte del film. La seconda parte è incentrata sulla fuga del piccolo Vanya in cerca della madre, ed è il momento migliore del film, dove tra incontri gentili e inseguimenti violenti  nella città russa, tanto luminosa quanto caotica, si arriva con stupore ad un finale epifanico assolutamente indimenticabile, che fa chiudere un occhio a qualsiasi imperfezione del film. Kravchuk nell'incontro finale ci dona un momento di altissima poesia che non può che commuovere. Interessante in questo scenario il ruolo significante che ha l'acqua piovana: come in un film di Tarkovsky estrinseca l'accoglienza, il ricongiungimento e il riempimento materno (il liquido amniotico è quello che nutre il feto).
Superba, tanto che non ha nulla da invidiare a molti attori bambini nel panorama delle star USA, l'interpretazione del piccolo Kolya Spiridonov al suo esordio. Il film ovviamente non è uscito in Italia, ma potete trovare il dvd acquistabile online e qui fortunatamente potete trovare i sottotitoli in italiano.

4 commenti:

  1. Ce l'ho in lista da secoli, ma ancora non ho modo di vederlo. Ma ora che so che l'hai visto anche tu, lo recupererò presto, così ne parliamo. Comincia a tremare :) [E bentornato col nuovo blog!]

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  2. perchè dovrei tremare? :p

    Comunque si vedilo, a mio parere ne vale la pena.

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