• Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio da regista, gira per la prima volta un film in costume e con donne adulte come protagoniste...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista russa per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

giovedì 17 giugno 2021

Rosa L. (1986)

Rosa Luxemburg è certamente una delle figure più affascinanti e interessati della storia contemporanea europea, soprannominata "Rosa Rossa" sia dai suoi amici che nemici, fu una ferrea promulgatrice del socialismo rivoluzionario nonché una delle principali teoriche del marxismo consiliarista. Fondò l'1 Agosto del 1914 il Gruppo Internazionale, successivamente rinominato Lega di Spartaco nel 1916, che si oppose alla prima guerra mondiale, ritendendola un massacro imperialistico voluto dalla borghesia e contrario agli interessi del proletariato. La Lega auspicava una rivoluzione popolare che avrebbe dovuto abbattere il capitalismo militarista e imperialista. 
La forza e l'entusiasmo dirompente di questa donna straordinaria ha preso vita nel ritratto filmico della regista polacca Margarethe von Trotta datato 1986, interpretato dall'attrice tedesca Barbara Sukowa (la seducente protagonista di ''Lola'' di Rainer Werner Fassbinder), che incantò la giuria della 39esima edizione del Festival di Cannes aggiudicandole il premio per la miglior interpretazione femminile. Il film della von Trotta è essenziale, necessario e coinvolgente, non si perde nei manierismi delle ambientazioni o nella prolissità narrativa tipica dei biopic, mette al centro dell'obiettivo il pensiero e l'attivismo politico della protagonista, lasciando che siano questi a scatenare i suoi conflitti interiori e drammi personali. Un'operazione che mi ha ricordato il più recente - anche se meno riuscito - "Miss Marx" di Susanna Nicchiarelli. Le scene dei discorsi pubblici di Rosa recitati dagli occhi azzurri e appassionati della Sukowa, risultano così convincenti che si finisce per commuoversi. Colpiscono anche le sue riflessioni sul rapporto e il legame dell'uomo con la natura e gli animali, altro amore coltivato dalla Luxemburg, ch ascoltati oggi sembrano veri e propri germogli dell'antispecismo (che come movimento filosofico, culturale e politico nascerà solo decenni più tardi, negli anni '40). Sostenitrice della fratellanza internazionale del proletariato e della "rivoluzione spontanea" (in contrapposizione alla rivoluzione imposta alle masse dall'intellighenzia) fu scomoda per il Partito Socialdemocratico di Germania quanto per i rivoluzionari bolscevichi e gli stessi spartachisti che cedettero nel 1919 alle rivolte del Gennaio contro la repubblica di Weimer. Barbaramente assassinata dai Freikorps, la sua tragedia è immane, ma i suoi ideali vivono e ispirano ancora generazioni. E il film della von Trotta ne è la prova. Da vedere.


Il film è rimasto inedito in Italia, ma è possibile acquistare su Amazon Italia l'edizione inglese del film in Blu-Ray su questo link. I sottotitoli in italiano possono essere recuperati su opensubtitles su questo link.

martedì 1 giugno 2021

State Funeral (2019)

Qualsiasi cosa avesse in mente Sergei Loznitsa con questo "strano" film, è un esperimento riuscito. Si assiste per ben due ore a un lungo filmato d'archivio del funerale di Joseph Stalin, celebrato a Mosca nell'URSS del 1953. Si alternano dei filmati a colori e in bianco e nero restaurati magnificamente, permettendoci come non mai di vivere nel dettaglio quell'evento storico in tempo reale, è uno spettacolo dalle proporzioni gigantesche, che suscita un'indelebile inquietudine. Per gran parte della durata predomina il silenzio del lutto dei partecipanti sormontato dalle dolenti musiche del Requiem e delle marce funebri, il loro uso ostinato e continuo "guida" emozionalmente la folla. Il moto dei passi della folla ha una cadenza regolare e ripetitiva che somiglia quasi ad un'onda marina, il regista ad un certo punto del montaggio ne accelera il flusso del loro movimento accentuandone la meccanicità e così producendo un effetto di estraniamento, che ci induce a riflettere sulla natura delle loro emozioni. Curiose ma significative le sequenze in cui diversi artisti si attingono a realizzare opere di pittura e scultura osservando il corpo inerme di Stalin nella bara. Chiare e concise sono le dichiarazioni ufficiali provenienti da Mosca che rimbombano nei megafoni cosparsi in tutta l'Unione Sovietica e che dirigono con estrema organizzazione la cerimonia funebre fino al raduno commemorativo conclusivo, dove assisteremo ai discorsi del Capo del Partito Comunista Georgij Maksimilianovič Malenkov (nonché collaboratore di Stalin), del Primo Vicepresidente del Consiglio dei ministri Lavrentij Pavlovič Berija e del diplomatico Vjačeslav Michajlovič Molotov. Il primo descriverà Stalin come «il più grande genio della storia dell'umanità», il secondo sottolineerà l'importanza della cieca fede al Partito Comunista e l'importanza di salvaguardare la sicurezza dell'URSS dalla minaccia straniera e l'ultimo rimembrerà l'eroica vittoria contro il fascismo, glorificando l'eredità del marxismo. Tutti discorsi intrisi di una retorica persuasiva, ma traditi nella forma della loro esposizione che ne rivelano tutta l'esaltazione grottesca del culto della personalità. Suggestive le immagini finali degli operai, ferroviari e militari che interrompono gli ingranaggi della loro attività per dare l'epico addio al "divino" Stalin. É come se il tempo si fermasse davvero, l'atmosfera che pervade ha un non so che di surreale e mistico, un paradosso al materialismo tanto conclamato dall'ideologia comunista. Le didascalie dei titoli di coda spezzano l'incantesimo, portandoci con brutalità alla terrificante constatazione storica dei crimini perpetrati dallo stalinismo contro il suo popolo. Un film unico, ammaliante e sconvolgente.

«È per me fondamentale condurre lo spettatore in questa esperienza non come imparziale osservatore di un evento storico o un cultore di rare riprese d’archivio, bensì come partecipante e testimone di uno spettacolo grandioso, terrificante e grottesco, che rivela l’essenza di un regime tirannico.»

Il film può essere visionato in streaming su Vimeo, cliccando su questo link.

lunedì 31 maggio 2021

Die Konsequenz (1977)

"Die Konsequenz" (conosciuto anche con il titolo "The Consequence") è un film televisivo tedesco presentato in anteprima l'8 Novembre del 1977 sul canale ARD, adattamento dell'omonimo romanzo autobiografico di Alexander Ziegler pubblicato nel 1975, che racconta le vicissitudini di un attore omosessuale di nome Martin Kurath (Jürgen Prochnow) che finisce in prigione scontando una pena di due anni e mezzo per aver sedotto un ragazzo minorenne. Nella prigione conoscerà Thomas Manzoni (Ernst Hannawald), il figlio quindicenne del direttore del carcere, con cui si legherà sentimentalmente. Quando Martin verrà rilasciato, i due decideranno di costruire una vita insieme come una qualunque coppia, ma ogni tentativo di vivere liberamente la loro storia d'amore verrà ostacolato: la famiglia di Thomas, dopo il coming out del figlio, si opporrà alla relazione e con l'aiuto dei legali lo faranno condannare e rinchiudere in un riformatorio, dove subirà umiliazioni e violenze di ogni sorta. Il rifiuto della società e la persecuzione di matrice omofoba condizioneranno gravemente le condizioni psichiche del ragazzo, che giungerà all'età di 21 anni con dei danni irreparabili. Il film all'epoca, malgrado l'operazione di censura e boicottamento dell'emittente tedesca Bayerischer Rundfunk, ebbe un ruolo fondamentale nell'aver avviato un dialogo sulle tematiche legate all'omosessualità. Basti pensare che soltanto 6 anni prima, nel 1971, lo psicologo clinico George Weinberg coniò per la prima volta il termine omofobia nel suo libro "Society and the Healthy Homosexual" ("La società e l'omosessuale sano"), per descrivere la paura e l'avversione contro l'omosessualità. Si tratta di un film che porta con sé la coscienza progressista di quel periodo, questa onestà di fondo rende il film ancora oggi meritevole di visione. La regia di Wolfgang Petersen è delicata e incornicia la storia d'amore in un bianco e nero e un set minimalista, catturando gli amplessi dei due attori protagonisti con naturalezza e autenticità, senza alcuna morbosità. Si nota però una certa "misura" nella caratterizzazione dei momenti più forti e dei contenuti violenti, forse ha condizionato il format per il quale il film fu destinato, la sensazione è che se si fosse osato di più ne avrebbe guadagnato molto. E sebbene lo scopo didattico del film sia evidente, questo non ne ha pregiudicato affatto la potenza del suo messaggio. L'interpretazione del diciassettenne Ernst Hannawald spicca per la capacità di esser riuscito ad esprimere sul suo corpo tutto il decadimento fisico e psichico che il suo personaggio chiedeva. All'epoca la rivista tedesca Der Spiegel descrisse il film come una delle storie d'amore «più private e credibili passate sullo schermo da molto tempo».


Il film attualmente non gode di alcuna distribuzione in DVD, ma può essere recuperato in lingua originale su questo link. Ho tradotto personalmente i sottotitoli in italiano che potete scaricare su questa pagina.

mercoledì 26 maggio 2021

The Sea and Poison - Il mare e il veleno (1986)

Film di difficile reperibilità, ancora oggi non esistono edizioni home video in Occidente, ma è reperibile online con i sottotitoli in inglese. É l'adattamento dell'omonimo romanzo del Premio Nobel per la letteratura Shūsaku Endō. Racconta la controversa storia di alcuni medici dell'Università di Kyushu nel 1945, che su ordine dei militari giapponesi eseguirono degli atroci esperimenti su pazienti cinesi e prigionieri americani. Questi esperimenti furono solo alcuni dei tanti che l'unità segreta militare giapponese, conosciuta come Unità 731, eseguì per la ricerca e lo sviluppo di nuove armi chimico-biologiche dal 1936 fino al 1946 in varie zone del territorio cinese colonizzato. Il film di Kei Kumai è anche il primo lungometraggio ad aver trasportato questa storia terribile al cinema, infatti solo qualche anno dopo uscirà in Cina lo sconvolgente "Men Behind the Sun" diretto da Tun Fei Mou, che tutt'oggi rimane per molti il primo riferimento sulla tematica, un film per certi versi più violento ma meno riuscito sotto molti punti di vista.
"The Sea and Poison" è un film straordinario, pregno di una desolante bellezza, la regia di Kei Kumai è coscienziosa e cristallina, entra nella mente dei suoi carnefici e li "viviseziona" interiormente, interrogando la loro coscienza e indagando sul loro movente, restituendo allo spettatore un ritratto umano spietato e annichilente. Il male è banale, sentenzia Hannah Arendt e nessun'altra conclusione suonerà più vera per Kumai: la sua ricerca psicologica finirà per scontrarsi con l'abisso dell'oscurità dell'animo umano, dissolvendosi nella banalità più assoluta dei sentimenti umani, quali egoismo, risentimento, vigliaccheria e adattamento. Nessuno del personale coinvolto nell'attività di quegli atroci esperimenti si rivelerà interessato realmente alla ricerca scientifica, ma spinto da cose insignificanti. 
"Il mare e il veleno", due elementi che si rapportano come l'abisso dell'animo umano e il male, il secondo è sempre solubile al primo. Che terrificante constatazione. 
Sconvolgente è la resa iperrealistica delle sequenze chirurgiche nella sala operatoria, il bianco e nero di Masao Tochizawa non pregiudica il realismo, c'è una tensione insopportabile e ci si sente come intrappolati in quella stanza. Da brividi la lunga scena della vivisezione finale, in particolare quando il chirurgo effettua un massaggio cardiaco direttamente all'organo del cuore della cavia umana, stringendolo con la sua mano. Un'immagine disturbante e di un'indelebile potenza, che mostra quanto sia altrettanto terrificante il potere che l'essere umano vorrebbe esercitare sulle altre vite, tentando inutilmente di impadronirsi del mistero della vita. Il canto O Haupt voll Blut und Wunden tratto dalla "Passione secondo Matteo" di Bach entra nella scena, con strazio e in contrasto al cinico materialismo della scena. "The Sea and Poison" è un grandissimo film, di quelli che non invecchiano mai e non ti lasciano più. 

martedì 25 maggio 2021

Men Behind the Sun (1988)

Un film di cui ho posticipato da sempre la visione, per paura di far fronte allo stress che l'orrore rappresentato mi avrebbe provocato. Ma arriva un momento nella propria vita in cui bisogna mettere da parte il proprio ego e affrontare questa paura, per acquisire una memoria e una responsabilità storica che le vittime di tali orrori ci chiedono e per capire ancora quanto poco sappiamo sulla natura dell'homo sapiens. E proprio riguardo quest'ultimo, mai questa definizione tassonomica suonerà così inappropriata, obsoleta, semplicemente errata per la specie umana, dopo la visione di questo film. Siamo nel 1945 e un gruppo di ragazzini arruolati nel Corpo della Gioventù dell'esercito imperiale giapponese, viene portato ad Harbin per prestare servizio presso un'importante e segretissima unità scientifica: l'Unità 731, guidata dal tenente generale Shiro Ishii. Qui i ragazzi verranno addestrati al fine di modificare la loro percezione dei prigionieri cinesi e non, disumanizzandoli in "maruca" (letteralmente "tronchi"): cavie da laboratorio al servizio di esperimenti estremamente sadici e crudeli, finalizzati alla creazione di nuove armi batteriologiche. Per comprendere la portata di tale evento, sono simboliche le parole del dottore che dirige le sperimentazioni e che vede questo campo di ricerca come un tentativo di avanzare le sperimentazioni umane effettuate dai nazisti sugli ebrei e altri "untermensch" (sub-umani) nei campi di concentramento. Descrivere a parole gli innumerevoli e terrificanti esperimenti a cui assisteremo sarebbe riduttivo e inutile perché non restituirebbero mai pienamente la loro brutalità e malvagità. Quelle immagini hanno un impatto così devastante per l'estremo realismo, che spesso si fa fatica a tenere lo sguardo sullo schermo e a concentrarsi sulle scene successive, Mou non entra nelle storie personali delle vittime, mantiene un distacco documentaristico, mostrando con precisione la loro sofferenza fisica e psicologica durante quegli esperimenti, gli attori da questo punto di vista hanno dato una performance impressionante. Unica cosa che però si può rimproverare al regista, è certamente quella di non aver sollevato un discorso filmico che andasse oltre la rappresentazione stessa della violenza, i momenti in cui non si consumano le atrocità sono deboli sotto il punto di vista narrativo e anche caricaturali per il basso profilo psicologico dei personaggi. Manca quella profondità e quella radicalità nella denuncia che opere come "Salò e le 120 giornate di Sodoma" o "Va' e Vedi" riescono ad esserne portatrici. Ma c'è da riconoscere almeno l'onestà di Mou nel coraggioso tentativo di aver messo in luce un pezzo oscurissimo e controverso della storia del Giappone. Un film altamente sconsigliato per i deboli di stomaco.


Il film è rimasto inedito in Italia, può essere recuperato in lingua originale acquistando il DVD su questo link e scaricando i sottotitoli in italiano qui.


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