• Céline Sciamma al suo quarto lungometraggio da regista, gira per la prima volta un film in costume e con donne adulte come protagoniste...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

martedì 25 gennaio 2022

Santa Sangre (1989)

L'idea del soggetto nacque da Roberto Leoni mentre lavorava in un biblioteca di un ospedale psichiatrico e studiava casi sul disturbo dissociativo di identità, così propose l'idea al produttore Carlo Argento, che l'apprezzó subito e aggiunse anche qualcosa alla storia. Dopo decisero che il regista più adatto a rappresentarla poteva essere solo Alejandro Jodorowsky. Quest'ultimo accettò e collaborò con Leoni per riadattare il soggetto secondo la sua immaginazione, ispirandosi anche al caso del noto serial killer messicano Gregorio Cárdenas Hernández. Il risultato fu "Santa Sangre" una storia il cui protagonista è Fenix, un ragazzo che cresce in un circo con una madre fanatica religiosa, nota guru di una setta religiosa che è devota a un'inquietante ragazza di legno senza braccia e un padre volgare e irresponsabile, che subisce il fascino della seducente donna tatuata del suo circo e che lo porterà a tradire la moglie. Attorno a questo squallido contesto famigliare, Fenix si innamorerà della piccola Alma, una bambina sordomuta, figlia della donna tatuata, che con la sua innocenza e purezza solleverà il suo spirito nei momenti difficili. Ma una notte i continui dissidi tra i genitori esploderanno in un'orribile carneficina a cui Fenix assisterà come spettatore inerme, facendo crollare per sempre la sua salute mentale. Fenix, a vent'anni, si ritroverà completamente solo in un ospedale psichiatrico, delirante, imprigionato dalle sue esperienze traumatiche, come un animale ormai incapace di comunicare con il mondo umano. Gli psichiatri tenteranno di reintegrarlo nel mondo con esiti negativi, fin quando la madre tornerà a riprenderselo e insieme torneranno a lavorare nel circo e creare dei nuovi spettacoli per il pubblico. Questo film rappresenta certamente una delle vette più alte di Jodorowsky perché vi è un perfetto equilibrio tra forma e contenuto, come succede solo con le grandi opere. Nella prima parte del film veniamo immersi in un'atmosfera surrealista, sanguinolenta e macabra, che stordisce persino per la fanfara visiva delle scenografie barocche e il predominio dei colori rossi. A questo si aggiungono l'elemento grottesco nella caratterizzazione dei personaggi e il loro humor nero, che inizialmente ci estraniano dal dramma. Eppure questo incredibile tornado filmico è destinato a stemperarsi progressivamente, lasciando ampio spazio allo psico-dramma, che prende vita attraverso il delirio edipico che vive il protagonista con il ritorno di sua madre e che lo porteranno inevitabilmente all'autodistruzione, fino alla disfatta totale del suo immaginario. Nel finale avviene uno straordinario processo di purificazione dell'immaginario filmico stesso, attuato dall'entrata in scena di Alma (Anima), un personaggio fondamentale nella storia, che si rivela essere l'archetipo dell'innocenza, la luce della coscienza di Fenix, che in termini junghiani rappresenterebbe il lato femminile inconscio dell'uomo, il mezzo con il quale può arrivare alla completa conoscenza del Sé. 
"Santa Sangre" è un'opera di struggente poesia e bellezza, la cui visione potrebbe essere paragonata ad uno strano incubo agrodolce il cui risveglio ci riporta ad un'immediata presa di coscienza del proprio essere, finendo in lacrime. Il film, lungo tutto questo viaggio, sembra prenderci per mano e dirci che in fondo ad ogni male non c'è niente che l'amore non possa guarire, anche quando dell'amore ci è rimasta solo la nostalgia del cuore. Magnificamente impersonificato nei ruoli è il cast, spicca la bravura di Axel Jodorowsky, figlio del regista, nel ruolo di Fenix, arrivano al cuore le musiche di Simon Boswell e impressivi sono i costumi creati da Tolita Figueroa. Se non lo avete ancora fatto, vedetelo. Vi prego, fatevi questo favore.


venerdì 21 gennaio 2022

Sharp Objects (2018)

É l'ultima fatica di Jean-Marc Vallée prodotta prima della sua prematura scomparsa, ed è anche la sua opera più complessa, sperimentale e audace. Ispirata all'omonimo romanzo di Gilliam Flynn, la miniserie, prodotta dalla HBO, è scandita da otto episodi che ci immergono nel mondo di Camille Preaker, una giornalista che soffre di alcolismo e che a seguito della scomparsa di due giovani ragazze nella sua città natale, Wind Gap, il suo capo decide di mandarla lì come reporter. 
Vallée si approccia alla storia prediligendo una narrazione interiore stettamente visiva, strutturata da un montaggio parallelo per associazione simbolica, in cui azioni, gesti, immagini, rievocano in Camille, i ricordi della sua infanzia e adolescenza tormentata. Si rimane disorientati, confusi, dalla forza oscura di queste reminescenze, che a volte prendono la forma di spettri che infestano il presente, come quello di Marian, la sua sorella più piccola morta a seguito di una grave malattia. L'alcol non potrà che acuire queste visioni invece di allontanarle, come Camille tenterà disperatamente di fare, la sua presenza in quel luogo sarà scomoda non solo per se stessa, ma anche per gli altri. Si scontrerà con i buoni padri di famiglia che ai tempi del liceo la stuprarono e che ora la pregano di non scrivere su di loro, con quelle madri, un tempo compagne liceali, che ora la giudicano per non essersi "completata" come donna figliando e, come se non bastasse, con una madre perbenista e ostile che tenterà di allontanarla dalla sua nuova sorrelastra Amma, per il timore che possa esercitare una cattiva influenza su di lei. Camille porta il peso della colpa, dell'inadeguatezza e della vergogna inflittagli da quel mondo patriarcale e dalla famiglia, inciso proprio sul suo corpo, che appare ora come una geografia di cicatrici che non osa mostrare a nessuno, il prodotto dall'autolesionismo che praticava da adolescente. Le ricerche sul caso saranno sommerse da un velo di omertà e i pregiudizi tipicamente provinciali si faranno sempre più vivi, finendo per trovare un capro espiatorio ai crimini, accusando un innocente. Camille continuerà a scontrarsi con tutto ciò, fino allo stremo delle sue forze, mentre affonderà completamente dentro se stessa, dentro le sue stesse cicatrici, affrontando faccia a faccia i suoi demoni interiori e facendo finalmente luce sul suo passato traumatico. Quello che scoprirà sarà una verità agghiacciante, un macigno psicologico insostenibile. Amy Adams nei panni di Camille, esprime magistralmente questa discesa infernale, in una delle migliori interpretazioni femminili mai viste sullo schermo. Tutto quello che c'è da sapere su "Sharp Objects" è che sarebbe un peccato rivelarlo, costruita sulla falsa riga di un thriller - il cui finale anticonvenzionale non ha una chiara risoluzione - la miniserie è un'esperienza plumbea e frastornante nel dolore del trauma e solo questo è un buon motivo per guardarla.


venerdì 14 gennaio 2022

Squid Game (2021)

Hwang Dong-hyuk ha concepito questo progetto nel lontano 2008 pensando alle difficoltà socio-economiche vissute da ragazzo nella Corea del Sud, quando abitava con la madre e la nonna, e dovette vendere il suo computer da 500 euro per mantenersi, cosa che interruppe la sua attività da scrittore. In seguito scoprì i manga di sopravvivenza giapponesi come Battle Royale, Liar Game e Gambling Apocalypse: Kaiji, e fu grazie all'incontro con queste letture che lo portò a concepire Squid Game, una storia che vede come protagonista un giovane squattrinato e indebitato che - insieme ad altre 455 persone - decide di rischiare la vita in un mortale gioco di sopravvivenza gestito dai VIP, che rappresenta l'alta classe della società, al fine di conquistare un montepremi dall'ammontare di ben 45,6 miliardi di won, pari a circa 33 milioni di euro. Per ovvi motivi in Oriente l'ambizioso progetto non riuscì a trovare nessun finanziatore disposto a produrlo, finché dopo alcuni anni Netflix si è fatta avanti e lo ha acquistato per produrne una serie. E mai scelta fu così giusta, la serie ad oggi ha riscosso un successo inaspettato e ha raggiunto il record di visioni in una velocità mai vista prima. La serie è stata pubblicata il 9 Settembre 2021 e pubblicata con il doppiaggio in Italiano il 30 Novembre dello stesso anno. 

«Volevo scrivere una storia che fosse un'allegoria o una favola sulla moderna società capitalista, qualcosa che descrivesse una competizione estrema, un po' come l'estrema competizione della vita. Ma volevo che usasse il tipo di personaggi che tutti abbiamo incontrato nella vita reale.» 
Ma veniamo subito ai pregi di questa serie. La forza è quella di essere riuscita a rappresentare attraverso i personaggi principali, tutt'altro che gradevoli, un dramma corale autentico, così che gran parte di quelle vite per quanto marchiate dall'illegalità e dai vizi più infimi, finiscono per interessarci ed acquisire un peso, questo non succede perché empatizziamo con le loro storie personali, ma perché il dramma sociale surclassa quello personale: la vita di ogni personaggio è stata un fallimento perché non hanno avuto abbastanza denaro o hanno perso troppo denaro, ognuno di loro è quello che potremo definire emarginato, un disadattato incapace di integrarsi nella società capitalistica, e ora quello stesso potere che gli ha sedotti e portati alla rovina, rappresentato dai vertici della piramide sociale che nella storia è rappresentato dai VIP, assiste beffamente alla loro degradante battaglia per ottenere l'ambito premio in denaro. Tale tensione drammatica è collocata all'interno di una scenografia suggestiva e alienante nella sua imponente artificiosità: dagli edifici labirintici colorati con i colori pastello, alle enormi mura esterne dipinte con sfondi naturali per permettere al grande "lager" di mimetizzarsi tra la natura selvatica dell'isola sconosciuta, al design elegante e minimale dei crudeli giochi, per arrivare alle maschere dorate, carnevalesche e animalesche che indossano i VIP e che non possono che richiamare il perverso fascino proibito di Eyes Wide Shut


Ma veniamo ai problemi, non è difficile immaginare che una storia del genere pecchi in tutti quegli eccessi che non possono essere giustificati dall'elemento grottesco, alcuni di questi possiamo individuarli nella caratterizzazione di alcuni personaggi secondari, i quali sono ridotti a delle vere e proprie macchiette a servizio del crudele intrattenimento, due fra tutti sono il fanatico religioso e l'amante tradita, che al di là del loro isterismi, troviamo solo un profilo psicologico sciatto. Ha fatto discutere molto anche l'unico personaggio omosessuale, che è rappresentato solo da un vecchio perverso all'intero dei VIP, la cui rappresentazione non si discosta molto dai pregiudizi e dagli stereotipi sull'omosessualità portata avanti storicamente dai Paesi socialisti ed ex comunisti dell'Est, dove viene considerata un vizio, un prodotto della decadenza della borghesia. Nonostante sia evidente un grave deficit nella rappresentazione queer della storia, questa scelta, a mio avviso, non risulta del tutto inappropriata nel contesto. Trovo che il fenomeno del queerbaiting portato avanti da moltissime produzioni di Netflix o televisive sia nettamente peggiore.
La serie è ricca di colpi di scena, per la maggior parte gestiti abbastanza bene soprattutto quelli legati allo sviluppo del personaggio dell'inquietante vecchietto o al colloquio delle due ragazze più giovani durante l'episodio Gganbu, che finisce con una toccante disfatta. Ma nella fase finale del gioco, l'improvvisa riconciliazione tra i due antagonisti non è gestista adeguatamente e diventa inesorabilmente stucchevole. Invece, il finale aperto della serie ci ricorda qual è il vero pregio di Squid Game: quello di aver fatto di un vigliacco, dell'anti-eroe per eccellenza, un uomo che ha interiorizzato tutte le ingiustizie di quel perverso sistema e che ora è pronto a contrastare. Un nuovo capitolo della storia? Lo accoglieremo con curioso interesse.


sabato 8 gennaio 2022

The Defiant Ones (1958)

Volevo parlare da tempo di questo film che ho visto proprio recentemente, ma per un motivo e per un altro ho sempre rimandato. Oggi ho appreso dalla morte di Sidney Poitier e trovo che sia un dovere omaggiarlo ricordando questo film. Si tratta di The Defiant Ones di Stanley Kramer (il regista di Vincitori e Vinti e Indovina chi viene a cena) che narra di due prigionieri fuggitivi, Cullen e Joker (interpretati da Sidney Poitier e Tony Curtis), che rimanendo incatenati insieme, devono cooperare per sopravvivere e conquistare la loro libertà. Cullen è nero, Joker è bianco, la loro differenza etnica sarà motivo di continui dissidi e provocazioni, ma non avranno molta scelta, per spostarsi e rispondere persino dei loro bisogni primari dovranno essere coordinati, pensare con la stessa testa, conoscersi. E sta in questa semplice ma geniale intuizione la forza dell'opera di Kramer, l'aver "incatenato" due uomini diversi per affrontare una sfortuna comune, quelle catene da metafora di prigionia, umiliazione e costrizione, diventano la chiave per costruire un legame autentico con l'altro, la rivelazione di una fraternità che sarà indissolubile anche quando quelle stesse catene verranno spezzate. Il film è sorretto dalle interpretazioni di Poiter e Curtis, che reggono straordinariamente la metamorfosi dei loro personaggi, a questo si aggiunge una gestione avvincente delle scene d'azione e della suspense, un'ambientazione cruda e realistica, e uno sfondo di personaggi secondari dotati di una considerevole sottigliezza psicologica. Il finale è indimenticabile. Un film che fareste bene a recuperare se non lo avete ancora visto.
Per la sua performance Sidney Poitier vinse l'Orso d'argento come miglior attore al Festival Internazionale del Cinema di Berlino e il film ricevette anche ben 9 nomination agli Oscar, aggiudicandosene due come Migliore Sceneggiatura Originale e Migliore Fotografia.

venerdì 31 dicembre 2021

Nitrato d'argento (1996)

Il titolo Nitrato d'argento, suona come una licenza poetica, perché si riferisce al nitrato di cellulosa e il bromuro d'argento di cui erano composte le vecchie pellicole in bianco e nero. Il film è una vera e propria ricerca antropologica sullo spettatore cinematografico, che inizia trasportandoci nelle sale degli anni Dieci, in cui avvennero le prime proiezioni dei film muti, per poi percorrere progressivamente tutta la storia del cinema, fino agli anni Novanta, testimoniandoci l'evoluzione tecnica e artistica del cinema e di come questo abbia influito sull'uomo e le masse. Assisteremo così allo stupore del pubblico di fronte alla sparatoria del primo western, al primo bacio sullo schermo, alla sua indignazione di fronte al primo amplesso, alla rabbia della censura, alla sua noia per il film messicano El día que me quieras (1935) che guardava solo per attendere l'omonima canzone di Carlos Gardel e cantarla insieme a lui, e alla ribellione di alcuni giovani sessantottini che per riaffermare l'identità del cinema proiettano le immagini della Ingrid Bergman in Stromboli (di Roberto Rossellini), fuori dalla sala, sopra un gruppo di persone sedute a mangiare all'aperto, in una delle scene più iconiche del film. Non mancano gli omaggi a Rodolfo Valentino, Charlot e De Sica. Nel film appaiono 240 attori (che recitano almeno una battuta) e 12.000 comparse. 
La vera rivoluzione del cinema, come Ferreri ha sottolineato più volte anche nelle sue dichiarazioni, è quella di aver permesso a centinaia di persone di diversa cultura, status sociale, etnia e credenze, di ritrovarsi nella stessa sala per condividere non solo quello spazio, ma di viverlo, per stabilire una connessione reale con l'altro, rompendo moltissimi tabù della società perbenista e borghese. Diviene così il luogo di ritrovo degli amanti segreti, di tutti quelli che vogliono fornicare, dei partigiani che si nascondono dalla Gestapo, degli immigrati che vogliono imparare nuove lingue e delle classi povere che vogliono semplicemente sognare o ribellarsi. La sala cinematografica era il luogo assoluto della libertà. Pensare che oggi quella stessa libertà non ci sia più e che abbia acquisito tutt'altro senso con l'avanzare delle tecnologie che hanno esteso, fino a sostituire, la fruibilità dei film al di fuori della sala, dovrebbe farci riflettere molto e amaramente. Non a caso l'immagine che conclude il film è quella di spettatori-manichini che occupano la sala passivamente, che ci siano o meno quegli involucri di plastica è irrilevante, il rituale sociale delle sale si è sostituito a quello dell'automazione collettiva.
Questo è anche il film che chiude con grazia la carriera di Ferreri e guardandolo non si può far a meno di pensare che non poteva esserci conclusione più perfetta. Un film meraviglioso, davvero troppo sottovalutato e che andrebbe riscoperto.



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