• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

martedì 17 maggio 2022

E se oggi... fosse già domani? (1973)

Titolo originale: Voices. Pellicola ingiustamente finita nel dimenticatoio del regista britannico Kevin Billingoton, una tesa ghost story racchiusa in un dramma dentro una stanza, pochissime infatti sono le scene degli esterni, l'orrore si condensa nello sviluppo psicologico dei due protagonisti, una coppia in crisi a causa della scomparsa del loro unico figlio, presumibilmente morto di annegamento mentre loro consumavano un rapporto sessuale (qui è impossibile non pensare ad "Antichrist" di Lars Von Trier). La coppia tenterà di ricongiungersi stabilendosi in una vecchia casa che la moglie ha ereditato, ma qui le cose precipiteranno perché lei comincerà a sentire delle "voci" ed avere delle visioni di una donna e due bambini appartenenti al secolo scorso, il marito tenterà di riportarla alla ragione, ma inutilmente. La forza del film è nella capacità di sollevare tensione nella totale naturalezza degli eventi rappresentati, qui gli "intrusi" entrano in scena con le loro scene di vita quotidiana, non hanno alcun carattere horror se non la loro inspiegabile presenza, è lo scontro con questa realtà che genera l'inquietudine e che il regista ha saputo ben adoperare, aggiungo, con un'onestà quasi rara. A parte qualche ridondanza e piccola ingenuità nei dialoghi, gli attori David Hemmings e Gayle Hunnicutt sono totalmente incanalati nei loro ruoli e ci trasportano in modo avvincente in questo angosciante e delirante viaggio, fino al finale sconvolgente, che ha fatto sicuramente scuola a moltissimi registi del genere. Da recuperare.
Il film in Italia uscì al cinema con il titolo improponibile "E se oggi... fosse già domani?" e trasmesso in TV con i titoli "Presenze" e "Strani fenomeni", come al solito ci distinguiamo sempre per queste appropriazioni bizzarre! 


Una versione in VHS del film circola qui su Youtube. Ma il prossimo 22 Giugno il film uscirà finalmente in DVD nella sua versione restaurata.

venerdì 6 maggio 2022

Nous, les enfants du xxème siècle (1994)

Che la vita dei bambini nei Paesi dell'ex URSS non fosse affatto facile, l'avevamo già visto nel crudo documentario "Children Underground" diretto da Edet Belzberg nel 2001, ma forse non tutti sanno che ben sette anni prima, il regista russo Vitali Kanevsky se n'era occupato con "Nous, les enfants du xxème siècle" (Noi i bambini del XX secolo), un film realizzato grazie alla co-produzione della Francia e che oscilla tra documentario e finzione, dove è lo stesso regista ad intervistare i bambini per le strade di San Pietroburgo, molti dei quali già piccoli criminali ed emarginati dalla società, completamente abbandonati a se stessi. Ma la ricerca di Kanevsky non si ferma sulle strade, entra con occhio indiscreto anche nelle prigioni, dove interroga giovani responsabili persino di omicidi, qui ritroviamo sorprendentemente il giovane attore Pavel Nazarov, che ha collaborato con il regista nei suoi due film più noti e premiati a Cannes "Sta' fermo muori e resuscita" ed "Una vita indipendente", la sua comparsa è probabilmente il momento più emozionante del documentario e che raggiunge il suo picco quando a fargli visita è l'attrice Dinara Drukarova, con la quale ricorda i bei momenti passati insieme e scambia un bellissimo dialogo esistenziale. La sua presenza femminea, come in tutti i film di Kanevsky, diventa simbolica, portatrice di un'energia salvifica.


Il documentario colpisce anche per il tono sarcastico delle domande del regista, che a volte sembrano rompere il ghiaccio e sollevare quel velo tenebroso che avvolge i cuori dei giovani criminali o essere un tentativo per provocarli in modo da ottenere la verità, come accade nella scena in cui li ordina di rispondere alle domande mentre devono guardare i loro stessi occhi davanti ad uno specchio. A volte con durezza, a volte con tenerezza, il film ci guida verso una visione più ampia del dramma individuale, denunciando apertamente un sistema ormai marcio, corrotto fino in fondo e che il crollo dell'URSS ha tutt'altro lenito. A questo proposito, colpisce la sequenza parodistica, quasi surreale, dove il regista interroga il giovane leader di un'organizzazione criminale che si atteggia come un miliardario sul ponte di uno yatch, definendo il racket come "un contratto di lavoro volontario", come fa ben notare la critica Cati Couteu, si tratta di «una prefigurazione agghiacciante del sistema putiniano e dei costumi che hanno corrotto l'intera Russia, ma sono solo il lato esasperato di un modello che ha sedotto altri, come suggerisce il titolo: il 20° secolo di questi bambini come il lato oscuro del mondo.»

Il mio amore per i bambini ci ha portato a girare lungometraggio documentario dedicato alla vita reale nelle strade che è servito come base per il nostro lavoro. È infinitamente spiacevole che i bambini dotati non siano in grado di evitare il destino comune degli eroi di strada. Sfortunatamente, anche il nostro Pavel Nazarov, protagonista di "Sta' zitto, muori e resuscita" e "Una vita indipendente" non ha fatto eccezione. Da solo, e facendo affidamento solo sulle proprie forze, il bambino non è in grado di resistere all'influenza dell'elemento "strada". Le leggi di questo elemento sono formate, di regola, dalla psicologia del ladro. Spietato, crudele, dittatoriale. Nel 1989, mentre eravamo alla ricerca dell'eroe principale Valerka, abbiamo attraversato tutti i luoghi dove potevano radunarsi i bambini, cantine, rifugi, soffitte, abbiamo visitato riformatori, carceri, campi per minori, e a quel tempo, già così come oggi, per noi era ovvio che il destino di questi bambini, abbandonati, senza sufficiente attenzione da parte dei genitori, è costruito principalmente secondo uno stesso schema. Tutto parte da innocenti sciocchezze, poi piccoli furti, poi arriva il momento delle rapine tra bande, delle rapine a mano armata, infine degli omicidi e degli omicidi compiuti con particolare crudeltà. Eppure, la speranza che molti di questi bambini saranno in grado di superare il loro destino, saranno in grado di superare se stessi. 

Il film può essere visionato qui su Youtube, ed è possibile reperire i sottotitoli in inglese qui.

giovedì 14 aprile 2022

Il poema del vento e degli alberi (1987)

Film d'animazione diretto dal regista giapponese Yoshikazu Yasuhiko nel 1987, è tratto dall'omonimo manga illustrato da Keiko Takemiya e pubblicato serialmente dal 1976 al 1980, noto per essere una delle primissime opere dette shōnen-ai, genere dedicato al romanticismo omosessuale. La storia è ambientata nella Francia del IX secolo in un collegio maschile, qui il giovane Serge Battour viene alloggiato con Gilbert Cocteau, uno studente misantropico che viene ostracizzato dagli alunni e dai professori della scuola per il suo assenteismo e le relazioni sessuali che instaura con gli studenti maschi più grandi. Serge cercherà di stringere amicizia con il compagno di stanza ed aiutarlo ad integrarsi con gli altri compagni, ma senza risultati, Gilbert assumerà sempre un atteggiamento di rifiuto e al tempo stesso seduttivo nei suoi confronti. Scopriremo che lo strambo comportamento di Gilbert ha cause profonde, è infatti vittima degli abusi fisici e psicologici di suo zio Auguste Beau, una figura rispettata nell'alta società francese, che manipola i sentimenti del ragazzo per condurlo a comportamenti masochistici. La storia si farà sempre più disturbante, il corpo esile di Gilbert sperimenterà relazioni sempre più sadomasochistiche con gli adulti, portandolo all'inevitabile autodistruzione. Serge nonostante le difficoltà e i rifiuti, non lascerà mai solo Gilbert e si prenderà cura di lui, scoprendo un sentimento più profondo dell'amicizia.
Quello che colpisce di più di questa storia è la sua forte impronta occidentale, che è resa evidente dall'estetica dei personaggi, Gilbert somiglia tantissimo al giovane Björn Andrésen di "Morte a Venezia" di Luchino Visconti, anche la presenza di rituali e simboli cristiani è onnipresente, che nella storia hanno una duplice funzione: dal punto di vista narrativo, come ostacolo morale all'accettazione della natura dei sentimenti omoaffettivi di Serge, e dal punto di vista figurativo e metaforico, al supplizio che il corpo di Gilbert subisce, messo provocatoriamente in parallelo all'immagine del Cristo crocifisso. Le animazioni di Yasuhiko mantengono un'impronta fortemente minimalista, fossilizzandosi sugli interni e favorendo una maggior tensione psicologica, la colonna sonora presenta composizioni classiche di Bach e Chopin e composizioni originali di Nobuyuki Nakamura che fanno da contrasto all'ambientazione cruda del film. Il legame sentimentale che nasce tra Serge e Gilbert viene inaugurato magnificamente dall'astrazione delle immagini finali, in cui i due corpi si uniscono in un'atmosfera celestiale, come ad ad esprimerne il sentimento puro da cui sono mossi. A detta dei fan, il film di Yasuhiko non renderebbe giustizia al manga perché racchiuderebbe un piccolissimo assaggio dell'opera, infatti dura appena un'ora, effettivamente sul passato di Gilbert e la figura di Auguste si sarebbe potuto mostrare di più, ma personalmente come spettatore estraneo al manga, devo ammettere che la sua brevità non gli impedisce di essere un film incisivo e memorabile. Oltretutto è uno dei primissimi film d'animazione a trattare questo scottante tema.
Il film con mia gran sorpresa, è stato distribuito in Italia nel 2006 in un'edizione DVD dalla Yamato Video, contenente sia l'audio originale giapponese che un doppiaggio italiano con Marisa Della Pasqua nei panni del giovane Serge e Paola Della Pasqua nei panni di Gilbert. Quindi non c'è nessuna scusa per non vederlo!

mercoledì 13 aprile 2022

Sanctuary: Lisa Gerrard (2006)

«La musica è un luogo dove rifugiarsi. É un santuario dalla mediocrità e dalla noia. É innocente ed è un posto in cui puoi perderti nei pensieri, nei ricordi e nelle complessità.» 
Queste parole significative di Lisa Gerrard ci introducono al suo documentario, un lavoro di cui si sentiva la necessità, perché è sempre stata un'artista silenziosa e lontana dai riflettori, come avvolta da un alone di mistero, mentre la sua voce e la sua musica hanno segnato e continuano a toccare profondamente la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Non ci sorprende quindi scoprire che la sua musica ha salvato vite umane sull'orlo del suicidio, come non sorprende scoprire il lato più anticonvenzionale dell'artista, quando la vediamo ricercare la musica  tra il chiassoso traffico di automobili nelle autostrade. Chi stabilisce che il suono di un traffico non possa essere un'orchestra? Lisa sfida le leggi musicali e inventa un suo linguaggio per connettersi armonicamente con il tutto. La sua voce angelica ed androgina padroneggia questo linguaggio misterioso che a tutti gli ascoltatori appare arcaico, perché è come se ci riportasse ad una fase pre-linguistica. Nel documentario vengono interpellati tutti i suoi collaboratori, dal panorama musicale (i componenti dei Dead Can Dance, di cui fa parte) a quello cinematografico (dai compositori Hans Zimmer, Jeff Rona e Peter Bourke ai registi Michael Mann, Ridley Scott e Niki Caro), tutti descrivono Lisa come una sensibilità fuori dal comune, una figura enigmatica, genuina ma complessa, anche i genitori di Lisa danno il loro contribuito raccontandoci di una donna fragile, la cui devozione artistica è tale da renderle difficile persino condurre una serena esistenza umana. Le ultime parole di Lisa rivelano che la sua è una vera missione, quella di incoraggiare le persone ad aprire la loro anima, per stabilire una comunicazione profonda con il prossimo, con la Terra e con Dio. Pochissimi artisti contemporanei si portano dentro il peso di una tale vocazione, perciò la visione di questo intenso documentario diventa urgente. E se ne esce in qualche modo rigenerati.


Il film può essere recuperato qui, mentre i sottotitoli in inglese sono disponibili qui.

domenica 10 aprile 2022

Holod 33 (1991)

«All'indomani del crollo dell'impero Russo, all'inizio di questo secolo varie nazioni soggiogate cercarono di affermare la loro indipendenza. Il tentativo dell'Ucraina fu stroncato quando fu inghiottita nella nuova Unione Sovietica. Quando Stalin salì al potere nei tardi anni '20 il Partito Comunista prese sistematicamente il brutale controllo su ogni aspetto della società. I contadini indipendenti ucraini erano un obiettivo. Stalin decise di condurli nelle "fattorie collettive" dove la vita non era molto diversa dalla servitù. Stalin etichettò i liberi contadini come nuovi nemici della società, come kulak e "nemici del popolo". Presto quasi un'intera nazione fu marchiata come "nemico del popolo". Nel 1932 il Cremlino emise delle direttive che equivalsero ad una sentenza di morte per milioni di persone. Nel terribile inverno e primavera del 1933, la sentenza fu eseguita con il semplice e terribile atto di sequestrare tutto il cibo e il bestiame. La maggior parte del grano confiscato fu venduto all'estero per finanziare l'industrializzazione Sovietica. La conseguente morte per fame in una delle più ricche zone agrarie del mondo fu a malapena percepita dal mondo Occidentale e strenuamente negata dalle autorità Sovietiche. Alcuni cronisti incluso Walter Duranty del New York Times, contribuirono all'insabbiamento negando che una carestia del genere potesse verificarsi nella nuova utopia socialista. La storia della carestia fu soppressa per più di 50 anni. Soltanto il 26 Gennaio 1990 il Partito Comunista Ucraino ammise la carestia. Solo allora, prima del suo collasso finale, il Partito ammise che Stalin e i suoi stretti collaboratori furono "penalmente responsabili" della perdita di milioni di vite nella Carestia del 1933.»
Questo testo appare avvertitamente per introdurre lo spettatore al film, subito dopo veniamo immersi nella scena di una messa ortodossa a cui partecipano un gruppo di contadini ucraini, la polizia sovietica irromperà nella Chiesa denigrando i fedeli e confiscando tutti gli oggetti sacri e preziosi. Alcuni fedeli riusciranno a prendere un calice ed a custodirlo segretamente, da qui in poi la narrazione si concentrerà su di loro. Vedremo l'umile famiglia contadina cibarsi da una zuppa acquosa, unico pasto della giornata, mentre la repressione della polizia sovietica si inasprirà sempre di più e si approprierà persino delle misere riserve del loro grano. Ben presto anche la vita degli altri contadini subirà la stessa sorte, la fame sarà sovrana, i loro corpi gracili e affamati non gli permetteranno neanche di organizzarsi e contrastare la repressione. Saremo testimoni di un'inferno che si consacrerà con la loro morte o la pratica del cannibalismo dei bambini per sopravvivere.
Il film è prevalentemente fotografato in una colorazione livida tendente all'azzurro crepuscolare che amplifica il senso di smarrimento dei contadini: appaiono come sospesi tra la vita e la morte, tra il giorno e la notte, come fantasmi che vagano in una terra vuota, senza più una radice ed identità. Sebbene il film soffra narrativamente per la lentezza e l'assenza di pathos, il film di Oles Yanchuk riesce nell'intento di rappresentare l'orrore con efficace durezza, senza mai essere gratuito. Le sue immagini si imprimono nella mente dello spettatore e ricostruiscono degnamente una memoria quanto mai oggi necessaria, per comprendere la storia di un popolo che ancora oggi deve lottare per esistere.


Il film può essere recuperato su Youtube, mentre qui è possibile scaricare i sottotitoli in italiano.


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