• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

giovedì 26 gennaio 2023

Swastika (1973)

«Se Hitler è disumanizzato e mostrato solo come un diavolo, qualsiasi futuro Hitler potrebbe non essere riconosciuto, semplicemente perché è un essere umano». Queste parole del regista appaiono nei titoli di testa come un'avvertimento: tutto ciò che vedremo non è una banalizzazione o una glorificazione del nazismo ma piuttosto una riflessione sulla società tedesca e il suo rapporto con esso. Susseguiranno immagini di cinegiornali, documentari, film di propaganda e persino filmati amatoriali girati da Eva Braun, compagna di Hitler, che mostrano la loro tranquilla vita famigliare tra feste e salotti. Il materiale è finemente montato senza un narratore lasciando che siano le sole immagini a parlare e con l'aggiunta di effetti sonori e una colonna sonora che accompagnano coerentemente la vitalità e la speranza di una Germania che stava emergendo dalla Grande Depressione e che riponeva ciecamente tutta la sua fiducia al nuovo baffuto leader. Durante questa fermentazione culturale, già le immagini delle masse di persone entusiaste che sbandierano solo e soltanto svastiche per tutte le ricorrenze (persino al posto della stella su un albero di Natale) inquietano per la loro uniformità imponente, uno spettacolo così grottesco e surreale che si fa a fatica a credere che dietro quelle masse ci siano ancora individui. Lo stesso Hitler sembra essere in netto contrasto con tutto ciò, lo guardiamo quasi sempre più isolato a vivere la sua vita mondana. Ben presto le immagini famigliari e giocose di Hitler con i bambini si alternano alle violenze del suo popolo perpetrate ad altri bambini che non godono dello stesso privilegio sociale, poi si susseguono quelle dei primi negozi ebrei attaccati dai nazisti ed infine come una cesoia nel montaggio veniamo catapultati tra i resti delle masse dei cadaveri dell'Olocausto. L'effetto è straniante e terrificante. Philippe Mora, a soli 23 anni, produce uno dei film più controversi e potenti sul nazismo, sollevando questioni importanti sul problema della manipolazione delle immagini e della propaganda e non meno sulla natura del male, una forma di documentario che sicuramente ha fatto da lezione al recente lavoro del regista ucraino Sergei Loznitsa. Alla sua anteprima al Festival di Cannes del 1973 il documentario non fu capito e suscitò indignazione da gran parte del pubblico e della comunità ebraica che lo etichettò come filo-nazista, qualcuno lanciò persino una sedia contro lo schermo durante la proiezione! Dopo le polemiche il film fu proibito in diversi Paesi e soltanto nel 2010 è stato liberato dal divieto in Germania.


«Mostrando la vita quotidiana dei tedeschi e di Hitler - le feste di famiglia, gli eventi pubblici, le semplici routine - questo film ha l'effetto cumulativo di rivelare una società che è impazzita. [...] È una lezione su come l'immoralità possa assumere le sembianze della vita quotidiana. Vedi cose come piccole svastiche appese agli alberi di Natale e tutti che si godono le vacanze, e sei quasi sbalordito dal filmato. [... ] Ci sono alcuni momenti davvero incredibili, come quando Hitler accarezza il suo cane e il cane rabbrividisce. . . O quando vedi questi strani aggeggi, queste ruote con la svastica che la gente dava fuoco e rotolava giù per le colline come parte delle celebrazioni. [... ] Chiude tutto con le scene delle vittime (dei campi di concentramento) che vengono demolite con i bulldozer in tombe aperte. Questi due o tre momenti orribili sono il suo ultimo commento sulla società tedesca.»
(Programmatore cinematografico per gli Archivi Nazionali di Washington)

Il film può essere visionato in streaming su Youtube.

venerdì 13 gennaio 2023

This Is Going to Hurt (2022)

Miniserie televisiva co-prodotta dalla BCC e dalla AMC, scritta da Adam Kay e basata sul suo omonimo libro pubblicato nel 2017, una raccolta di diari che scrisse durante la sua formazione medica dal 2004 al 2010 presso il Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito. La serie è ambientata nella Londra del 2006 ed esplora principalmente le vite dei due giovani dottori che lavorano duramente nel reparto di ostetricia e ginecologia dell'ospedale pubblico, per l'appunto quella di Adam Kay interpretato da Ben Whishaw e quella della collega Shruti Acharya interpretata da Ambika Mod. La serie è divisa in sette episodi, i primi episodi ci introducono con toni umoristici nella caotica vita dei giovani medici che cominciano ad ambientarsi ed apprendere famigliarità con la pratica della professione, questo aspetto è uno dei punti forti della serie perché rende lo spettatore particolarmente partecipe allo svilupparsi degli eventi. Ma ben presto l'umorismo comincia a trasformarsi in sarcasmo e dramma: i colleghi più esperti non supportano i principianti rendendo più difficile il fluire del lavoro, il numero di richieste di soccorso è così elevato e incessante che il personale medico non riesce a farsene carico adeguatamente e a causa dei pochi dottori disponibili i più giovani sono costretti a fare turni extra. Non ci sorprendono quindi gli incidenti di percorso, Adam infatti commette un errore diagnostico mettendo in pericolo la vita di una donna e un bambino nato prematuro, un evento traumatico che lo segna profondamente. Anche la vita della giovane Shruti viene sottoposta a ritmi umanamente insostenibili, tra il duro lavoro ospedaliero e lo studio per la preparazione degli esami non riesce a trovare un attimo di riposo, un carico emotivo che graverà pesantemente sulla sua salute mentale.
I registi Lucy Forbes e Tom Kingsley non ci risparmiano le immagini sanguinolente dei parti gemellari, cesari e operazioni salva-vita all'ultimo secondo, immergendoci completamente nell'ambientazione ospedaliera, qualche volta utilizzano l'espediente della rottura della "quarta parete" creando una vicinanza tra i due protagonisti e gli spettatori, un'operazione rischiosa ma che alla fine riesce a trovare una sua giustificazione nel carattere di denuncia che diventa sempre più chiara nel finale. La serie attraverso l'omosessualità del suo protagonista, ci offre anche una travagliata relazione sentimentale che qualche volta aggiunge anche un pò di senso di humor alle vicende.
Alla fine dei conti "This Is Going to Hurt" fa davvero male, nonostante la sua apparente leggerezza scuote davvero le coscienze e anche solo per questo va vista. Memorabile è l'interpretazione di Ben Whishaw.


La serie è disponibile in streaming su Disney+.

sabato 31 dicembre 2022

L'amour violé (1978)

Non può sorprendere che il nome Yannick Bellon venga citato da Céline Sciamma tra le sue registe preferite in una recente intervista contenuta nel libro "Architetture del desiderio" (a cura di Federica Fabbiani e Chiara Zanini, pubblicato nel 2021). Yannick Bellon è stata una montatrice, regista e sceneggiatrice francese che attraverso i suoi film ha esplorato diverse problematiche della società patriarcale in particolare quelle legale alle donne, offrendo delle importanti intuizioni femministe. Inizialmente dedicò la sua attività ai documentari e solo nel 1972, quando fondò la sua società di produzione Les Films de l'Équinoxe, diresse il suo primo lungometraggio di finzione "Quelque part quelqu'un", ispirato alla sua relazione con il poeta Henry Magnan. Ma il suo film più noto e che ha fatto più scalpore è "L'amour violé" girato nel 1978 e ambientato a Grenoble. Racconta di Nicole, una giovane infermiera (interpretata da Nathalie Nell) che durante un'uscita in bicicletta nel pomeriggio, viene aggredita verbalmente da due uomini in un furgone e successivamente rapita per essere brutalmente stuprata tutta la notte dal loro gruppo di amici. Un film crudo e sconvolgente non solo per la scena citata, ma per la rappresentazione della violenza, mai gratuita, autentica, rigorosa, dettagliata, in netto contrasto con l'apparente tranquillità della cittadina e dei bellissimi paesaggi che fanno da sfondo. Ben presto scopriremo che gli uomini responsabili del'efferato gesto sono operai, lavoratori, commercianti, comuni cittadini con mogli e figli, senza precedenti penali. La Bellon arriva dritto al punto: lo stupro non può essere visto solo nella sua occasionalità e singolarità, ma anche nella sua ritualità. I quattro uomini avevano un posto riservato, erano perfettamente lucidi durante l'atto e non dimostravano alcuna empatia per la vittima. E a quest'ultimo proposito, la società non ne dimostrerà altrettanto: ridimensionerà l'evento, nel peggiore dei casi lo naturalizzerà (come fa la madre) o rifiuterà del tutto (come inizialmente farà il suo fidanzato), scoraggiando Nicole a denunciare i suoi abusanti, rivelando così il disegno più grande di un ingranaggio perverso radicato nella stessa società. Ma la protagonista nonostante subisca questi gravi risvolti psicologici e sociali, lotterà per la giustizia finendo per rappresentare la liberazione di tutte le donne. «Se attraverso le mie opere concludi che l'ingiustizia mi ripugna e la dignità mi sembra la virtù più importante, tanto meglio» dichiara Yannick Bellon. La regia si fa promotrice di questa lotta senza mai risultare pedagogica, persino la scena dei disegni dei bambini dell'asilo - chiara eredità dell'approccio documentaristico della Bellon - si incastra come un inquietate interrogativo sulla passività del ruolo della donna nella società. Pochi i primi piani, ma di rara intensità, come lo scambio finale di sguardi tra Nicole e il suo fidanzato. Una pietra miliare del cinema femminista, mi permetto di aggiungere, anche degna di essere accanto alle opere migliori di Chantal Akerman.

Yannick Bellon intende scioccare, risvegliare senza tante cerimonie le coscienze assopite, provocare l'opinione pubblica e, una volta dato l'allarme, esaminare metodicamente le parti di un dossier che vuole approfondire. L'amour violé sarà un film utile, capace di accendere subito il dibattito, un'arma nella lotta per l'indipendenza femminile e contro i valori sessisti della società in cui viviamo. 

venerdì 16 dicembre 2022

La sirenetta (1968)

Titolo originale: Rusalochka (Русалочка). Prima che il film Disney debuttasse nell'88', il noto studio d'animazione sovietico Soyuzmultfilm produsse un corto d'animazione ispirato alla versione originale della fiaba di Hans Christian Andersen. Il film fu inserito nella serie antologica Storie della mia infanzia trasmessa nel 98' sul canale americano PBS e arrivò poco dopo anche in Italia sul canale Rai 3 all'interno del programma per bambini la Melevisione. La versione doppiata italiana però differisce molto dall'originale per dialoghi e colonna sonora, compromettendo l'impronta minimalista della regia di Ivan Aksenchuk, è bene quindi evitarla. Il film gode di un'edizione restaurata distribuita dalla Krupny Plan e Soyuz Video, che ci permette di ammirare pienamente il lavoro dell'animazione, dal particolare design dei personaggi e degli elementi scenici dettagliati, all'utilizzo della tecnica del collage fotografico per la creazione di sfondi. Il film si apre nella moderna e grigia Copenaghen, dove alcuni turisti si riuniscono per vedere la famosa statua della sirena della capitale, mentre una guida turistica ne spiega il significato come simbolo dell'esistenza dell'amore. Una pesciolina sbuca nell'acqua e spiega agli altri pesci che gli umani sono stupidi a pensarlo e che in realtà «l'amore non esiste e le sirene sì». Già da questa introduzione si fa chiara la natura dell'opera, fedele alla brutalità e alla tragicità della fiaba originale. La pesciolina continua il suo racconto sulla storia della sirenetta e improvvisamente avviene una rottura stilistica: il bianco e nero e le forme goffe e impersonali dei personaggi che caratterizzano fin qui l'animazione, vengono sostituiti da un meraviglioso mondo di colori e figure più caratteristiche e simboliche. Un'esperienza visiva difficilmente esplicabile in parole e scandita da un'altrettanto suggestiva colonna sonora composta da Aleksandr Lokshin, merita una menzione la canzone originale "La tua povera nave è scomparsa nel mare" sui versi del poeta sovietico Alexander Galich e cantata dal soprano Viktoriya Ivanova, tra le musiche troviamo anche la "Toccata e fuga in re minore (BWV 565)" di Johann Sebastian Bach. Questo è un piccolo capolavoro dell'animazione che fareste bene a scoprire.





Puoi recuperare il film sottotitolato in italiano su questo link.

martedì 13 dicembre 2022

Le margheritine (1966)

Incipit pazzesco: immagini di repertorio degli aerei della US. Navy che sganciano bombe sul Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, successivamente due ragazze in costume da bagno si scambiano battute parlando e muovendosi meccanicamente come burattini, affermano che il mondo è cattivo e perverso ed è il caso che lo diventino anche loro. Dopo vedremo una delle ragazze prendere una mela dall'Albero della conoscenza del Bene e del Male ed immediatamente verranno entrambe catapultate in un appartamento, le ragazze cominceranno ad organizzare appuntamenti con dei "sugar daddy", ad instaurare relazioni sentimentali con i loro ammiratori per richiedere cibo ed a combinare una serie di scherzi e malefatte che, in ultima analisi, non riusciranno a renderle abbastanza perverse quanto i dettami della società patriarcale.
Visivamente vivace nella cromia, brillante per l'inventiva scenica e giocoso nel montaggio, ha un'estetica che ricorda il miglior cinema di Agnès Varda, ma è estremamente sovversivo nei contenuti, è una non tanta velata provocazione liberale e consumistica diretta ai Paesi socialisti dell'ex URSS, intenzioni artistiche che ho trovato vicine al cinema più sovversivo e satirico di Dušan Makavejev. Non sorprende che alla sua uscita fu bandito dal Partito Comunista Cecoslovacco per "gli sprechi" rappresentati in riferimento alle scene del cibo e fu proibito alla regista Vera Chytilová di lavorare ad altri film fino al 1975. Il film nonostante le critiche, ricevette il Grand Prix del Sindacato belga della critica cinematografica. Rimane ancora oggi un'opera fresca e moderna, nonché una delle provocazioni più belle e audaci della storia del cinema. La nota rivista cinematografica britannica Sight & Sound l'ha inserito nella lista dei 100 più grandi film di tutti i tempi.


«Il mio film ceco preferito, una delle esplosioni stilistiche e psichedeliche più esilaranti degli anni '60, è l'aggressiva farsa femminista di Vera Chytilová in "Daisies", che esplode in tutte le direzioni. In qualsiasi momento, le inquadrature possono passare dal colore intenso al bianco e nero, al seppia, a una successione arcobaleno di filtri colorati, frantumarsi in frammenti come vetri rotti, vibrare attraverso montaggi a fuoco rapido come raffiche di mitragliatrice e saltare liberamente tra tempi e luoghi» 
Jonathan Rosenbaum (M. The Critic Choise's

«Riesce ad essere allo stesso tempo viscerale e astratto, giocoso e selvaggio, intellettuale e infantile... Il film nel suo insieme è un assalto implacabile - contro le convenzioni e le forme cinematografiche e il ​​cinema stesso, contro le norme e le regole sociali e la società stessa, e infine contro lo spettatore. Questo assalto è violentemente nichilista, ma è anche assolutamente gioioso e gioioso: un'esplosione di affetto, in cui condivido mentre guardo» 
Steven Shaviro (The Pinocchio Theory)

«Un'esplosione dadaista e folle, un film che rappresenta la New Wave ceca nella sua forma più formalmente radicale ed eccentricamente accattivante... Chytilová assicura che qualcosa di inaspettato accada praticamente in ogni scena montata, giustapponendo immagini con suoni dissonanti, cambiando bruscamente i filtri colore all'interno delle scene e frammentando molte sequenze attraverso un montaggio immotivato.» 
Michael Koresky (CRITERION)

Il film può essere visionato in streaming sottotitolato in inglese qui su YouTube.


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