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  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista russa per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

sabato 17 aprile 2021

The Act (2019)

La serie è basata sulla storia vera di Gypsy Blanchard, una ragazza in sedia a rotelle che vive da sola con una madre manipolatrice e abusante. La madre soffre della Sindrome di Münchhausen per procura, ciò significa che ha passato gran parte della sua vita a falsificare diagnosi e prescrizioni mediche alla figlia per renderla disabile, sottoponendola anche ad operazioni molto invasive e crudeli come l'installazione della PEG e l'estrazione di tutti i denti. Fa tutto questo per sentirsi ammirata e compatita dalle persone estranee che vedono in lei una madre coraggiosa e amorevole che si prende cura di una figlia gravemente malata, e lo fa soprattutto per ottenere sostentamento economico da parte dallo Stato e dalle donazioni delle associazioni. Questa storia terrificante fu documentata abilmente nel 2017 dal documentario della HBO intitolato Mommy Dead and Dearest dove vi partecipò la stessa Gypsy Rose. Ma la serie ha una marcia in più, composta da 8 episodi ha una forte tensione drammatica e risulta essere molto più disturbante e angosciante, malgrado ci siano aspetti della storia che gli autori dicono di aver romanzato (come la didascalia a fine di ogni episodio ci ricorda), è davvero molto fedele agli eventi, basti pensare che molti dialoghi sono stati ripresi meticolosamente dalle vere registrazioni audio. Non è però una serie perfetta, verso il finale, proprio quando la figura materna si spezza dal tessuto narrativo, si nota un calo registico ed una marcata prolissità nello sviluppo. Ma le mancanze sono compensate del cast, l'interpretazione di Joey King nei panni di Gypsy è impressionante per la verosimiglianza e Patricia Arquette nel ruolo della madre è a dir poco monumentale (giustamente premiata ai Golden Globe del 2020). Appare anche una irriconoscibile Chloë Sevigny nel ruolo della vicina di casa, che nel colloquio finale con Gypsy darà un'ottima prova. The Act è una serie che non lascia indifferenti per la capacità di aver restituito tutta la complessità psicologica del controverso rapporto madre-figlia, a fine visione molti saranno gli interrogativi e pochissime, se non nulle, le risposte rassicuranti.


La serie può essere visionata in streaming su questo link sottoscrivendo un abbonamento al canale StarzPlay di Prime Video.

giovedì 8 aprile 2021

Sta' fermo, muori e resuscita! (1990)

Quello di Kanevsky, è un viaggio orrifico nell'Unione Sovietica guidata da Stalin nel '47. Lo viviamo attraverso gli occhi di un bambino, Valerka, che vive da solo con sua madre, senza una figura paterna perché il suo vero padre è finito in prigione. La madre, Nina, per tirare avanti sparirà dalla vista del figlio per ore, verso destinazioni ignote e senza dare spiegazioni, Valerka quando marinerà la scuola la intravedrà a fare la fila tra la folla affamata per prendere il pane o in "strani" incontri fugaci e appassionati con diversi uomini. Valerka così deciderà di guadagnare qualche soldo vendendo del tè caldo per le melmose stradine di Sutchan, qui conoscerà Galia, una ragazzina dodicenne poco più grande di lui, che lo aiuterà con i clienti e con la quale instaurerà un prezioso rapporto di amicizia. Insieme, giorno dopo giorno, si ritroveranno a condividere i dolori e le gioie di quella dura vita. Ma Valerka per il suo temperamento irrequieto e ribelle finirà per compiere una serie di monellerie, una fra tutti quella di gettare del lievito nelle latrine della scuola causando un'inarrestabile fuoruscita di "merda" dalle fogne, che lo porterà all'espulsione immediata. 
Valerka ricorda tanto l'Antoine Doinel de "I 400 Colpi" di François Truffaut, non solo per il suo carattere ribelle e l'incapacità di seguire le regole degli adulti, ma anche per come lo racconta il suo autore, attraverso uno sguardo così personale e prepotentemente vero, che riesce a restituire nell'obiettivo quell'innocenza e quell'incoscienza tipiche di quell'età, quando le esperienze traumatiche e dolorose che si assimilano non possono essere ancora comprese a livello cosciente. Quello stato di fremente ribellione, gravato dell'infelicità che comporta un'infanzia rubata come quella, è come un istinto incontenibile. E il regista Vitali Kanevsky sembra conoscerlo proprio bene, non a caso il film, come quello di Truffaut, è strettamente autobiografico. Ma qui si aggiunge l'aggravante del contesto storico: l'autoritarismo della polizia sovietica, le condizioni disumane delle abitazioni, le strade di fango, le code per la farina, i ritratti e le insegne di Stalin che invitano all'ordine (che nel contesto appaiono tragicamente ironiche), i campi di prigionia, le esecuzioni, i reduci della guerra mutilati e zoppi e infine gli intellettuali impazziti, a questo proposito, è di indelebile memoria l'insegnante di Mosca che vaga come uno spettro nella cittadina e che in una delle scene più potenti del film, lo vedremo mangiare della farina impastata con il fango, fissando, con i suoi occhi disperatamente vuoti, dritto nell'obbiettivo della cinepresa, per poi dissolversi nella luce. A questo proposito è interessante l'uso che il film fa proprio della luce, è pressoché debole, il bianco e nero del fotografo Vladimir Brylyakov mantiene tonalità scure e grigiastre, confondendo spesso gli elementi del campo con le ombre: la terra, la natura, la melma e i passi dei personaggi sul suolo si fondono in un tutt'uno indistinguibile, tutto è amplificato dal movimento frenetico della macchina da presa, non c'è spazio per la contemplazione, eppure ci sono quei pochissimi e rari momenti, come appunto quello dello sguardo dell'insegnante, in cui la luce "interviene" diffondendosi, assestando il tempo, congelandolo. É quello che succede anche quando Valerka assisterà all'annegamento di un gattino, la luce sul suo volto improvvisamente si intensificherà, come un presagio, un avvertimento, uno shock, qualcosa che cambierà radicalmente la sua percezione del mondo. Accadrà ancora nel momento più cruciale del film, verso la sua conclusione: la luce riempirà con uno flash le figure di due bambini che assisteranno attoniti alla disperazione di una donna in preda alla follia.
In un contesto del genere, il destino di Valerka e Galia non potrà che essere tragicamente segnato, i confini che li separeranno dalla libertà saranno insormontabili e anche quando la speranza di un cambiamento sfiorerà i loro cuori, verrà spazzata via in meno di una frazione di secondo.
L'epilogo violento del film, non piacerà di certo a chi si aspetterà un "classico" film sovietico; per l'impatto psicologico e la feroce denuncia mi ha ricordato il capolavoro "W.R. - Misterije organizma" di Dušan Makavejev, dove anche lì le immagini dei corpi dei "pazzi" sono i testimoni della violenza e della degradazione morale portata avanti dal regime rosso. Assisteremo così ad uno dei finali piú sovversivi e destabilizzanti che si possano ricordare in un film e che la critica cinematografica Adelina Preziosi ha perfettamente descritto come: «un'esplosione, inaspettata e scioccante, di dolore adulto che solo un'urgenza creatrice ancora più forte può trattenere sullo schermo e controllare. La memoria da sola non me sarebbe capace.» 


Il film può essere visionato su YouTube con i sottotitoli in inglese, su questo link.

sabato 3 aprile 2021

Una gelata precoce (1985)

Titolo originale: An Early Frost. Fu il primo film televisivo americano a trattare il tema dell'AIDS e ad avere un grande impatto nella cultura di massa, grazie soprattutto alla presenza di un cast importante formato da Aidan Quinn, Gena Rowlands, Ben Gazzara e Sylvia Sidney. Trasmesso l'11 Novembre del 1985 nella rete televisiva NBC, fu visto da circa 34 milioni di persone! Il film segue le vicende di Michael Pierson (Aidan Quinn), un giovane avvocato che durante un ricovero in ospedale, avvenuto a causa di una brutta polmonite, scopre di avere l'AIDS. Michael è gay non dichiarato e convive da due anni con il suo compagno Peter (D. W. Moffett), quest'ultimo dopo aver appreso con sgomento della malattia del compagno gli rivelerà che ha avuto dei rapporti sessuali a rischio con altri uomini e che quindi potrebbe averlo infettato lui come portatore asintomatico. Michael sconvolto dalla rivelazione, si allontanerà da Peter e deciderà di informare i suoi genitori del suo stato di malattia e conseguentemente del suo orientamento sessuale. 
Il film di John Erman è duro, crudo e cupo, mostra senza orpelli il calvario di un uomo schiacciato letteralmente dai pregiudizi del suo orientamento sessuale e dallo stigma della malattia. Lo vedremo essere schivato da una sorella che teme ogni contatto fisico con lui, lo vedremo essere rifiutato da un'autoambulanza a seguito di un grave attacco epilettico, lo vedremo isolato in una stanza di ospedale con gli infermieri che si rifiuteranno di entrare per portarli il cibo, tutte scene agghiaccianti che non si dimenticano e che fanno riflettere sull'enorme isteria collettiva di quegli anni e sull'incapacità delle istituzioni scientifiche di stemperarla e fronteggiarla, in parte anche volutamente, visto che l'epidemia fu strumentalizzata per essere una sorta di "punizione divina" riservata alle persone omosessuali. Ma l'aspetto più riuscito del film (che è anche lo scopo per il quale fu prodotto) è senza ombra di dubbio la rappresentazione del rapporto tra Peter e la sua famiglia, che è reso in modo estremamente realistico e toccante sotto il profilo psicologico, ad interpretare la madre c'è una straordinaria Gena Rowlands che è come una sorta di focolaio all'interno dal film, è l'unica forza che riesce a mantenere unita la famiglia e a riportate tutti al raziocinio, sopra di lei, come a vegliarla, c'è anche la figura della nonna  materna (interpretata da Sylvia Sidne), un personaggio di un'umanità e intelligenza disarmanti che sarà la protagonista di una delle scene più belle del film, quella in cui la vedremo baciare con profondo affetto il nipote (la scena risulta essere stata censurata nella versione italiana del film, cosa ulteriormente agghiacciante). Nel finale anche lo sviluppo psicologico del personaggio del padre, interpretato da Ben Gazzara, sarà il pezzo fondamentale per contribuire alla lotta del figlio contro il male. Un film il cui scopo didattico è evidente, ma che viene surclassato grazie alla tensione drammatica costruita dal cast.


Il film non gode di nessuna edizione home video in Italia, ma può essere recuperata una vecchia registrazione televisiva doppiata in italiano su YouTube, su questo link.

giovedì 1 aprile 2021

La tenerezza del lupo (1973)

Film ispirato al caso del serial killer e cannibale tedesco Fritz Haarmann, lo stesso che ispirò "M.", il noto film di Firtz Lang. La sceneggiatura è stata scritta da Kurt Raab, che recita anche nei panni del serial killer. Da un articolo di CultFrame apprendiamo che nella biografia di Kurt Raab (intitolata "L’amore è più freddo della morte"), Rainer Werner Fassbinder decise di produrre il film solo alla condizione che a dirigerlo fosse stato Lommel e non Raab, decisione che secondo quest'ultimo, fu fatta per ripicca personale di Fassbinder verso l'attore, visto che in passato erano stati amanti. Ma al di là del "dispetto" psicologico di Fassbinder, il risultato è qualcosa di inaspettatamente toccante. Il film eredita quella freddezza, crudezza e interesse all'analisi "sociologica" che sono proprie del cinema di Fassbinder, ragioni per le quali si potrebbe definire praticamente l'antitesi del film di Lang: i crimini vengono mostrati in tutta la loro efferatezza, i corpi efebi delle giovani vittime completamente nudi e i rapporti omosessuali sfacciatamente diretti all'obiettivo. Non c'è alcun velo di "moralità" a diluire l'orrore, la compassione che matura (se nasce) verso Haarmann è un processo che non scende ad alcun compromesso con lo sguardo dello spettatore. Ed è certamente questo uno dei pregi della pellicola. Le atmosfere sono pressoché prive di pathos, i crimini si consumano con una tale naturalezza nella loro ordinarietà che ne amplificano soltanto l'orrore e i personaggi che si muovono attorno al protagonista non sono meno "sporchi", partecipano indirettamente alla catena di montaggio dei suoi crimini, sfruttandolo, con la loro indifferenza, avidità e ingordigia (eh sì, si cibano anch'essi dei corpi macellati da Haarmann durante la notte). Quella di Lommel è una Germania i cui sensi sono completamente assopiti e che ha perso ogni senso morale, non è un caso che il film sia stato ambientato nel 1945, appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. 
Un pellicola ostica e straniante, psicologicamente più disturbante di quanto ci si possa aspettare ad un primo impatto, per l'atmosfera decadente e silente mi ha ricordato il "Nosferatu" di Werner Herzog (che uscirà nei cinema 6 anni dopo). Buona la prova di Kurt Raab, che è riuscito a dare quella morbosità e sofferenza che il ruolo richiedeva, il suo corpo solitario che si accascia sul letto - accompagnato dalle musiche di "Erbarme dich" di Bach - è un'immagine di indelebile memoria, così come il pianosequenza finale. Da scoprire.


Il film è disponibile in Blu-Ray nello store di Amazon su questo link, si tratta di un'edizione inglese della Arrow Video. I sottotitoli in italiano possono essere recuperati qui su opensubtitles.

martedì 30 marzo 2021

Przesłuchanie (1982)

Siamo nella Varsavia degli anni '50, il giorno del 34° anniversario della rivoluzione d'ottobre. Tonia Dziwisz è una cantante di cabaret che dopo la fine del suo spettacolo litiga con il marito e si avventura ingenuamente con due sconosciuti in un bar per ubriacarsi. Alla fine della serata, i due uomini a sua insaputa la condurranno in prigione. Tonia quando si riprenderà dalla sbornia, sconvolta, non capirà il motivo del suo arresto e quando chiederà spiegazioni alla polizia, le accuse si riveleranno sempre più incomprensibili e grottesche. Accusata di spionaggio senza mai prove tangibili, rifiuterà di dichiararsi colpevole, ma la sua onestà e resistenza sarà la sua condanna, perché verrà trattenuta in prigione per ben lunghi cinque anni, subendo torture fisiche e psicologiche di ogni sorta, volte ad ottenere forzatamente una dichiarazione della sua colpevolezza. Nel suo lungo calvario, saremo testimoni anche di altre donne distrutte dalla paranoia delle autorità sovietiche, che riveleranno il carattere sistematico dei crimini. L'opera colpisce per l'intensità dell'interpretazione di Krystyna Janda, l'attrice polacca decise di farsi torturare veramente nelle scene per restituire veridicità agli eventi. Un ritratto spietato e crudo, incorniciato da inquadrature a campo stretto, da potenti primi piani e da una fotografia desaturata, che esprimono perfettamente il carattere claustrofobico e mortificante della prigionia. Assieme ai successivi Čekist (1992) di Aleksandr Rogozhkin  e Cargo 200 (2007) di Aleksej Oktjabrinovič Balabanov, si tratta di una di quelle poche e preziose opere cinematografiche che denunciano apertamente il totalitarismo e i crimini perpetrati dall'URSS contro civili e innocenti. Non può sorprenderci che il film fu bandito per più di sette anni in Polonia fino al 1989, anno in cui il blocco sovietico fu definitivamente dissolto. Le copie del film furono clandestinamente distribuite in VHS negli anni '80, cosa che permise al film di essere conosciuto a livello internazionale. Per questa ragione concorse in ritardo al Festival di Cannes del 1990, aggiudicandosi il premio per la migliore interpretazione femminile a Krystyna Janda.


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