Zero Day (2002)
Il 20 aprile 1999, a Littleton in Colorado, Eric Harris e Dylan Klebold uccidono dodici studenti e un insegnante all'interno del Columbine High School, ferendone altre ventuno prima di togliersi la vita nella biblioteca dell'istituto. È uno degli episodi più devastanti della storia americana, e uno dei più indagati, raccontati e strumentalizzati. Ben Coccio, regista di Brooklyn, era in una pizzeria quando le immagini di quella strage apparvero sul televisore del locale, e invece di restarne paralizzato come spettatore iniziò a chiedersi come si potesse raccontare quella storia in modo da non tradirla. Quello che lo colpì non fu solo l'evento in sé, ma la misura in cui Harris e Klebold lo avevano pianificato, così distante dalla violenza improvvisata e circoscritta che aveva caratterizzato le stragi scolastiche precedenti. Quando nel marzo 2001 un incidente stradale lo sfiorò da vicino, quella domanda divenne urgenza concreta: «Se voglio fare un film, è meglio che lo faccia, perché il domani potrebbe non arrivare mai.»¹
Il risultato, girato in pochi mesi con un budget di ventimila dollari, è Zero Day. Andre Kriegman e Calvin "Cal" Gabriel, studenti di un liceo del Connecticut, documentano per settimane i preparativi di quello che chiamano il loro "Giorno Zero", l'attacco pianificato alla loro scuola. In una delle riprese, Cal racconta l'origine del nome, spiegando che avevano pianificato di colpire il primo giorno in cui la temperatura fosse scesa a zero gradi Fahrenheit; quando quel giorno arrivò però Andre era malato, così spostarono la data al 1° maggio 2001 mantenendo il nome originale. C'è qualcosa di agghiacciante in questa banalità, una strage battezzata con un bollettino meteorologico, quasi un appuntamento burocratico con la morte.
La videocamera in Zero Day non è uno strumento narrativo neutro, è nelle mani dei protagonisti, è il loro diario, il loro specchio, la loro arma simbolica, e quello che vediamo è ciò che loro hanno scelto di filmare, il materiale grezzo e sgranato di due adolescenti che si rivolgono all'obiettivo come ci si rivolge a un confessore o a un testimone futuro. Coccio costruisce però qualcosa di più complesso del semplice home video: Zero Day è found footage nella materia — immagini grezze, sgranate, casuali — ma si organizza come mockumentary, suggerendo che qualcuno abbia poi assemblato quel materiale e lo presenti allo spettatore come referto, come prova. La distinzione non è solo tecnica ma morale: il found footage ti mette dentro, il mockumentary ti ricorda che stai guardando qualcosa che qualcuno ha scelto di mostrarti. Tenerli insieme è la scommessa del film. Coccio era consapevole del rischio di questa operazione: «Se si trasforma in una polemica semplicistica o in un melodramma», disse, «è peggio che girare un brutto film: è come defecare sulla tomba di qualcuno.»
Questa scelta formale nasce da una scoperta fatta durante la ricerca su Columbine, quando Coccio trovò che Harris e Klebold avevano effettivamente filmato parte dei loro preparativi nei cosiddetti Basement Tapes, nastri tenuti segreti dalle autorità per anni e mai rilasciati interamente al pubblico.² Coccio capisce che la forma più onesta per raccontare quella storia non può essere la narrazione tradizionale, ma un linguaggio che aderisca alla cruda immediatezza del documento d'archivio, replicandone la natura. Il materiale grezzo dei protagonisti e la struttura documentaristica che lo inquadra non sono separabili, e la loro sovrapposizione costituisce una scelta di messa in scena radicalmente diversa da quella di quasi tutti i film del periodo. A prolungare questa strategia, oltre lo schermo, fu il sito web ufficiale del film, costruito per sembrare un rapporto di polizia dell'«Essex County Sheriff's Department», con dettagli sulla strage mai apparsi nel film finale e informazioni sui responsabili e sulle armi usate.
Se Elephant di Gus Van Sant, uscito nel 2003 e ispirato alla stessa strage, usa piani sequenza dilatati e un tempo contemplativo per trasformare la quotidianità in un paesaggio già post-apocalittico, offrendo una distanza formale che tiene lo spettatore al sicuro dentro la cornice estetica, Zero Day non concede nulla di tutto questo. La sgranatura delle immagini, il montaggio accidentale, la naturalezza con cui i due protagonisti parlano in camera di quello che stanno pianificando producono una vicinanza insostenibile. Non si osserva il fenomeno da fuori, ci si ritrova dentro, seduti sul sedile posteriore di quell'auto con Andre e Cal, mentre loro ridono e fanno scherzi e intanto si avvicinano al giorno in cui ammazzeranno undici ragazzi e un agente scolastico.
Gli attori protagonisti Andre Keuck e Cal Robertson, reclutati da Coccio attraverso un annuncio sul Backstage Magazine e incoraggiati a improvvisare lungo tutta la produzione, avevano un'esperienza esclusivamente teatrale, con alle spalle produzioni shakespeariane allo Stratford Avon Theater del Connecticut, e proprio questa discontinuità rispetto alla macchina da presa si traduce in una credibilità che un casting convenzionale non avrebbe mai potuto garantire. Tra i due si delinea una distinzione netta: Andre è freddo, privo di rimorso, quasi anestetico nei confronti delle conseguenze delle sue azioni, mentre Cal risulta più poroso, attraversato da qualcosa che assomiglia all'ambivalenza, anche se non abbastanza da fermarlo. Quello che colpisce, e che lo separa da buona parte del cinema di finzione che ha affrontato episodi simili, è la totale assenza di enfasi nel trattare il movente. Non c'è la scena rivelazione, non c'è il trauma che tutto spiegherebbe, non c'è la famiglia disfunzionale come causa efficiente. Il motivo della strage rimane deliberatamente inconcludente, e questo non è un difetto narrativo ma la scelta più fedele alla realtà, perché la strage di Columbine non ha fornito risposte definitive e qualsiasi film che pretendesse di darle mentirebbe.
La sequenza dell'attacco è costruita con una freddezza tecnica che ne amplifica il peso. Coccio abbandona il punto di vista dei protagonisti e consegna le immagini alle telecamere di sicurezza della scuola, con in sottofondo l'audio di una telefonata al 911, la voce dell'operatore che tenta disperatamente di convincere i due a fermarsi e quella di Omar, uno studente colpito a morte con il cellulare ancora in mano. Andre e Cal uccidono undici studenti e un agente scolastico, ferendone diciotto con colpi d'arma da fuoco e schegge di pipe bomb artigianali, prima di suicidarsi nella biblioteca. Non c'è sangue ostentato, non c'è spettacolarizzazione. C'è quella geometria immobile e burocratica dei corridoi ripresi dall'alto, indifferenti, che trasforma la violenza in qualcosa di ancora più intollerabile perché ordinario.
Il film non si chiude con la morte dei due. Nove giorni dopo, un gruppo di adolescenti raggiunge il memoriale, trova le croci di legno di Andre e Cal e le brucia. È la sequenza più densa dell'intera opera e la più necessaria. Chi sono questi ragazzi? Stanno compiendo un atto di giustizia? Stanno sfogando una rabbia legittima? O stanno semplicemente replicando, su scala diversa, quella stessa logica della violenza come risposta?
Vale la pena notare che Gerhard Keuck, padre dell'attore Andre Keuck, partecipa al film interpretando il padre del personaggio Andre Kriegman. La presenza di un padre vero accanto a un figlio che recita la parte di un assassino introduce una tensione reale e irrisolvibile, cancellando definitivamente il confine tra rappresentazione e vita. Un'inquietudine supplementare, quasi crudele, che il film si prende senza chiedere permesso.
Le armi non sono uno sfondo in Zero Day, sono il vero protagonista. L'accesso del tutto banale a fucili, pistole, esplosivi e coltelli, rubati al padre e al cugino di Andre senza che nessuno se ne accorgesse, è mostrato senza commento e senza sottolineatura drammatica. Coccio non urla, non polemizza, lascia che la materia parli da sola, che l'ovvietà di quell'accesso diventi insopportabile nella sua normalità.
Zero Day vinse riconoscimenti in molti dei festival dove fu presentato ³ e la critica lo accolse con favore — 68% su Rotten Tomatoes su quarantuno recensioni — eppure non incassò quasi nulla, ottomila dollari contro i ventimila del budget. Rimane un film che il mercato ha ignorato e che il tempo ha restituito nella sua piena statura. Per chi scrive è uno dei found footage più potenti mai realizzati, non perché abbia inventato il formato, ma perché ha capito meglio di quasi chiunque altro a cosa servisse davvero: non a simulare la realtà, ma a non lasciarle scampo. Ed è, insieme a Bowling for Columbine di Michael Moore, uno dei pochi film capaci di guardare la società americana e dirle che la strage non è un'anomalia, ma una conseguenza.
Note:
¹ Amy Roeder, "Zero Score", New England Film, settembre 2002.
² I Basement Tapes furono girati da Harris e Klebold nei mesi precedenti la strage. Le autorità li ritennero troppo pericolosi per essere divulgati; i nastri non sono mai stati resi pubblici nella loro interezza. Fonti: Wikipedia — Eric Harris and Dylan Klebold; Ben Coccio, "How They Did It: The Making of Zero Day", MovieMaker Magazine, 28 giugno 2003.
³ Grand Jury Award all'Atlanta Film Festival, al Florida Film Festival e allo Slamdance Film Festival (2003); Best of Festival al Boston Underground Film Festival (2003). Fonte: Wikipedia — Zero Day.
¹ Amy Roeder, "Zero Score", New England Film, settembre 2002.
² I Basement Tapes furono girati da Harris e Klebold nei mesi precedenti la strage. Le autorità li ritennero troppo pericolosi per essere divulgati; i nastri non sono mai stati resi pubblici nella loro interezza. Fonti: Wikipedia — Eric Harris and Dylan Klebold; Ben Coccio, "How They Did It: The Making of Zero Day", MovieMaker Magazine, 28 giugno 2003.
³ Grand Jury Award all'Atlanta Film Festival, al Florida Film Festival e allo Slamdance Film Festival (2003); Best of Festival al Boston Underground Film Festival (2003). Fonte: Wikipedia — Zero Day.


























