• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

lunedì 1 luglio 2024

The Devil's Bath - Il bagno del diavolo (2024)

Titolo originale: "Des Teufels Bad". Veronika Franz e Severin Fiala, i registi del bellissimo "Goodnight Mommy", tornano con un film ambizioso, con l'intento di aggiungere un'inedita e terrificante storia al ciclo dei drammi-horror d'epoca a sfondo religioso: il "suicidio per procura", un crimine documentato dalle ricerche della storica Kathy Stuart, che era comune nel XVII e XVIII secolo nell'Europa centrale e in Scandinavia. Era commesso prevalentemente da donne depresse con tendenze suicide, che temendo la "dannazione eterna" prevista per il peccato del suicidio nella religione cristiana, commettevano un omicidio, spesso un infanticidio, per poi consegnarsi alle autorità per essere giustiziate. In questo modo, diversamente dal suicidio, avevano una piccola possibilità di ottenere la confessione, l'eucaristia e l'esecuzione pubblica religiosa. E così ottenere anche la "salvezza" della loro anima. Il film, ambientato nell'Austria del XVIII secolo, segue le vicende di Agnes (Anja Plaschg) e Wolf (David Scheid), due novelli sposi e umili contadini, che hanno difficoltà ad avere un figlio. La motivazione di ciò, seppur non viene mai esplicitata, sembra essere l'omosessualità di Wolf che rifiuta continuamente il coito con Agnes. Le tensioni all'interno dell'abitazione cresceranno con le visite quotidiane della madre di Wolf (Maria Hofstätter), che imporrà ad Agnes la sua gestione domestica e le sue usanze. Agnes dall'animo fragile e malinconico ma fortemente religioso, cadrà lentamente in una profonda depressione che la porteranno ad isolarsi nella sua fede e nei suoi sensi di colpa. Tenterà di fuggire dal villaggio per tornare nella casa di sua madre e suo fratello, ma sarà costretta a tornare da Wolf per adempiere ai suoi doveri di moglie. Al suo rientro il suo stato mentale peggiorerà, portandola alla follia.
Il film ha il grande pregio di aver realizzato una ricostruzione storica impeccabile, che si percepisce immediatamente dalle incontaminate ambientazioni dei boschi e dalle casette in pietra, dai dettagli dei costumi e degli utensili d'epoca, tutto è catturato dal talentoso direttore della fotografia Martin Gschlacht ("Lourdes", "Goodnight Mommy", "Revanche"). Meno si potrebbe dire sul ritmo, lento per buona parte dello sviluppo degli eventi, che però si riscatta con un climax esplosivo nell'ultima mezz'ora, il cui merito è tutto nella toccante quanto disturbante performance di Anja Plasch, conosciuta al pubblico per il suo progetto musicale SOAP&SKIN, qui al suo primo ruolo da attrice protagonista e anche compositrice della colonna sonora. Ci restituisce un ritratto umano così disperato, estremo ed autentico, da non sorprendere che, come più volte ha dichiarato nelle interviste, ha avuto molto a che fare con la sua personale esperienza con la depressione. Meno convincente risulta invece la rappresentazione del contesto psicologico attorno al personaggio di Agnes, che rimane più sfumato perché trascurato, inficiando sulla completa riuscita del conflitto. Sembra che Veronika Franz e Severin Fiala si siano lasciati sfuggire una grande occasione, a causa di una scrittura un pò fiacca. "Il bagno del diavolo" è un film che malgrado nel suo complesso potrebbe lasciare una sensazione di incompletezza, risponde al nobile compito di far riemergere nel cinema una pagina oscura della storia umana mai raccontata. E se qualcuno avesse ancora dubbi che la religione genera mostri, allora questo film li scioglierà.

mercoledì 19 giugno 2024

In memoria di Arwen Lynch

Purtroppo ho appreso solo oggi la tragica notizia della morte di Arwen Lynch (Laura), nota blogger cinefila de La fabbrica dei sogni. Si è spenta la sera del 25 maggio a causa di un tumore contro cui ha lottato per diversi anni, con una forza d'animo incredibile, perché fino all'ultimo periodo ha mantenuto la sua positività. Soffro molto per questo, perché negli ultimi due mesi sono stato davvero poco presente sui social e in genere con tutte le mie amicizie virtuali, a causa di un progetto per cui sto lavorando faticosamente, perciò non ho potuto avere il piacere di un ultimo scambio con lei in chat o in chiamata. Laura mi diceva sempre che avrebbe tanto voluto che fossimo stati vicini di casa, per concretizzare un'amicizia virtuale che è durata da più di un decennio. Lo avrei voluto tanto anch'io. Parlare di persona, guardandoci dritti negli occhi e abbracciarci, condividere la vita e... la nostra più grande passione: il cinema. Finalmente, avremmo potuto guardare tanti film insieme. E mi avrebbe fatto conoscere molte delle cose che ancora non ho visto, perché lei ha dedicato molto tempo al cinema, arrivando a costruirsi una cultura cinematografica importante, tra le più estese in cui mi sia mai imbattuto. Ma tutto ciò non è accaduto e non accadrà, sfortunatamente il crudele destino ci ha divisi materialmente, confinati in due regioni non vicine e sopratutto costretti a una situazione personale difficilissima a causa della malattia, non solo la sua, ma anche la mia che mi priva ormai da 12 anni di una vita dignitosa, che si è trasformata solo in una deprimente forma di sopravvivenza. Solo, con una differenza, la mia non è mortale: sindrome di alcock (neuropatia del pudendo), soprannominata anche "malattia del suicidio". Non so più quanto resisterò ancora, non so neanche perché scrivo oggi queste parole, probabilmente solo per esprimere e testimoniare tutto il mio dolore, la frustrazione, la rabbia e l'ingiustizia che provo nei confronti della mia vita. Cosa farne allora di questa "vita"? Laura avrebbe detto sicuramente di lottare, insistentemente, contro il male. È il nostro dovere come esseri umani. Ci provo, ma non ce la faccio. Sono stanco. Non piango lacrime, perché non ne ho più, ma piange il mio spirito. Pensando a Laura e al cinema, la prima cosa che mi viene in mente è il suo amore per David Lynch. Perciò chiudo qui, lasciando questa scena, in dedica, alla sua memoria.

lunedì 15 aprile 2024

20 Days in Mariupol (2023)

Il 24 febbraio 2022 le Forza armate della Federazione Russa iniziarono ad invadere tutta l'Ucraina, Mariupol fu una delle prima città ad essere assediate. Come racconterà il regista Mstyslav Chernov al DW News, lui, il fotoreporter Yevhen Maloletka e la produttrice produttrice Vasylyna Stepanenko, furono gli unici giornalisti internazionali dell'AP che decisero di rimanere nella città per documentare le atrocità che l'esercito russo stava commettendo contro i civili ucraini, rimasero per venti giorni lottando per la loro sopravvivenza e alla fine con dispiacere furono costretti ad andarsene per ragioni di sicurezza. Il materiale girato in quei giorni ha dato vita a questo documentario della durata di 97 minuti e diviso in 20 capitoli che corrispondo ai giorni delle riprese, nato con la collaborazione del programma Frontline prodotto dall'emittente televisiva PBS. È una visione sconvolgente, che con le sue riprese a mano immergere lo spettatore con crudo realismo nelle tragiche vicende, facendolo sprofondare nell'orrore della guerra come pochissimi documentari siano mai riusciti a fare. Lo scopo del regista non era solo filmare il conflitto, ma testimoniare la sofferenza delle persone, perciò la telecamera si sofferma sulle reazioni emotive delle famiglie che perdono i loro figli, dei bambini in lacrime che in pochi giorni si son visti strappare la loro vita, dei dottori e degli infermieri che tentano di fare di tutto per aiutare i malati negli ospedali rimasti senza energia elettrica e risorse mediche, delle persone che vengono saccheggiate delle loro proprietà e di quelle che vagano come spettri e senza meta per la città distrutta dopo aver perso le loro case e tutto ciò che gli apparteneva. Ma il culmine delle atrocità arriva il 9 Marzo, giorno 14, quando l'esercito russo bombarda l'ospedale pediatrico Mariupol, un'azione genocida che lascia inermi dal dolore. Secondo un rapporto dell'Human Rights Watch si stima che almeno 8.034 persone abbiamo perso la vita a Mariupol, le autorità ucraine hanno dichiarano 25.000 morti nel conflitto e circa 7.000 civili uccisi sotto le macerie delle loro case a causa dei bombardamenti, le statistiche dei funzionari ucraini sostengono che il 90% degli edifici residenziali della città sono andati distrutti.
"20 Days in Mariupol" è difficile da descrivere e di più guardarlo, è l'inquietante testimonianza di come in breve tempo un qualsiasi paese europeo possa trasformarsi in macerie, è un film che va affrontato perché mai come in questo momento di grande crisi globale abbiamo bisogno di condannare e allontanare la guerra. Il film ha ricevuto molteplici riconoscimenti nel 2024, tra cui il premio Oscar come migliore documentario, il premio BAFTA per il miglior documentario e un DGA Award per la miglior regia in un documentario. Il film è stato proiettato anche all'inizio della 78ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.


Ci siamo sentiti in colpa per essere andati via. Sentivamo di dover fare di più. E allora è nata l'idea di fare un film.  Perché quando la gente guarda il telegiornale, vede trenta secondi o forse un minuto, un minuto e mezzo. E questi sono solo pezzi, non hanno un quadro completo. E il film fornisce il contesto,  permette di comprendere la portata della distruzione, la portata della sofferenza, attraverso la quale sono passati gli ucraini e gli abitanti di Mariupol. Quando parlo al pubblico, dico sempre che avete visto venti giorni, ma c'è stato un ventunesimo, un ventiduesimo, un trentesimo e un novantesimo giorno.

venerdì 8 marzo 2024

Femina (1991)

Quinto lungometraggio per il cinema di Piotr Szulkin, girato dopo la sua nota tetralogia fantascientifica, è basato sul romanzo "Il padiglione dei piccoli predatori" (Pawilon małych drapieżców, 1988) scritto dalla femminista Krystyna Kofta, che ha collaborato anche alla stesura della sceneggiatura. La protagonista del film è Bogna, interpretata da Bogna Wegner, una giovane donna trentenne che rimane sola a casa con suo figlio dopo che il marito è partito in viaggio per lavoro. Un giorno riceve per telefono la notizia che sua madre è morta, così intraprende un viaggio nella sua città natale per organizzare il funerale, mentre i ricordi della sua infanzia infelice le ritornano in mente. Scopriamo che Bogna è cresciuta con una madre dominante e severa, molto devota al cristianesimo, di fatti il suo stesso nome di battesimo è una dedica a Dio (in lingua slava "bog" significa "dio" e il "-na" è un suffisso femminile). Ma la sua infanzia è stata anche segnata dal comunismo e dal culto di personalità, in uno dei flashback vedremo la piccola Bogna costretta in ginocchio dalla madre a cantare un inno sovietico, e in altri in preda ad un incubo ricorrente dove lo spettro di Joseph Stalin le fa visita sul suo letto per possederla. Bogna approfitta dell'assenza del marito e della morte della madre per abbandonarsi a delle avventure sessuali, sradicandosi da tutti quei dogmi e quelle inibizioni che hanno formato la sua educazione. Come la "Bella di giorno" di Luis Buñuel sperimenta anche la prostituzione, ma lo sguardo di Szulkin non è altrettanto oscuro, la sessualità di Bogna è uno strumento di liberazione e anche le scene più irrequiete, come quella dove fa sesso con un malato di mente, si risolvono con una catarsi. Questo perché Szulkin attraverso il passato della protagonista costruisce anche una lettura politica, quella della fine del totalitarismo socialista della Repubblica Popolare di Polonia e l'inizio del liberalismo. Un nuovo respiro che Bogna è pronta ad accogliere per quanto amare possano essere le conseguenze, sua madre le diceva «la curiosità è il primo passo verso l'inferno», ma lei fa di quella curiosità, ora espressa dall'antiproibizionismo, uno strumento di esperienza e formazione.
La fotografia, curata da Dariusz Kuc, adotta un obiettivo a lunghezza focale corta nelle sequenze dei flashback, provocando un allungamento e ingigantimento degli spazi, proprio come se vedessimo attraverso gli occhi di Bogna da bambina. Alcune immagini più che dei flashback sono delle vere e proprie allegorie dell'interiorità della protagonista, come la poetica scena di un paesaggio agreste dove Bogna bacia un bambino, quello che sarà il suo futuro marito, e insieme si dirigono verso la collina guidati da una candida luce all'orizzonte. Scena che si ripete nel finale, ma Bogna e suo marito sono adulti e in compagnia del loro figlio, il paesaggio è cosparso da una suggestiva nebbia ed è abitato da pecore, potrebbe rappresentare simbolicamente Arcadia, il luogo mitico dove l'uomo vive in pace e armonia con la natura. "Femina" è il film più ostico del regista, non ha raccolto buoni consensi da parte del pubblico e della critica, eppure è uno dei suoi migliori perché al di là degli ingranaggi narrativi spesso criptici e sfuggenti, ha delle immagini di grande potenza evocativa che si imprimono nella mente. 
Il film trabocca di grandi brani di musica classica, ci sono Mozart, Tchaikovsky e Wagner che commentano musicalmente le immagini come se fossero dei veri sottotesti.


«Nell'ironico Femina (1991), film ricco di simboli, Piotr Szulkin si fa beffe della vacuità dei rituali politici e religiosi polacchi. Sfata l'aspetto rituale della cultura polacca e il suo carattere martirologico. La protagonista (Hanna Dunowska) è combattuta tra cattolicesimo e ideologia comunista: flashback onirici pieni di immagini bizzarre rivelano l'oppressione della sua infanzia. L'immagine che riappare nel film è quella di Stalin appeso a un lampadario. Questo trattamento del totalitarismo è nuovo nelle opere di Szulkin. I suoi primi film di fantascienza antitotalitari utilizzavano messaggi politici appena nascosti, facilmente decifrabili dal suo pubblico.»

giovedì 7 marzo 2024

La guerra dei mondi - Il prossimo secolo (1981)

Titolo originale: Wojna światów – następne stulecie. È il secondo lungometraggio della tetralogia fantascientifica del regista polacco Piotr Szulkin, preceduta da "Golem" (1980) e seguita da "O-Bi, O-Ba. Koniec cywilizacji" (1984) e "Ga, Ga". (1985). "La guerra dei mondi - Il prossimo secolo" è probabilmente il migliore dei quattro, è tematicamente basato sull'omonimo capolavoro di H.G. Welles, tuttavia ha anche legami stretti con il romanzo distopico "Limes inferior" dello scrittore polacco Janusz A. Zajdel. Programmata la sua uscita nelle sale nel 1981, fu bandito dal governo polacco perché presentava parallelismi con il contesto politico della Repubblica Popolare Polacca, così ne posticipò l'uscita di due anni, il 20 febbraio 1983. Come racconterà il regista in un'intervista rilasciata a Film Comment Magazine, il ministro che diede il lasciapassare al film, in seguito, fu persino licenziato. 
Il film inizia con un servizio televisivo che annuncia che sulla Terra è arrivata un'astronave aliena e che è stata accolta festosamente dalla popolazione locale, gli extra-terrestri al loro interno provengono da una civiltà avanzata e la loro missione è quella di condividere le loro conoscenze con gli esseri umani. Dopo seguiamo da vicino la vita di Iron Idem (Roman Wilhelm), il telecronista di un noto e popolare programma televisivo nazionale, l'Idem's Independent News. Un giorno senza preavviso qualcuno cambia il testo di un notiziario che ha preparato, infastidito Iron si lamenta con il suo capo (Mariusz Dmochowski) minacciando di lasciare il programma. Quando torna a casa, la polizia accompagnata da un alieno fa irruzione nella sua abitazione, distrugge tutto e rapisce sua moglie (Krystyna Janda) che mette in un sacco nero, dicendogli che se la rivuole indietro deve imparare ad amare gli alieni. Iron decide di collaborare e gli viene spillata nell'orecchio una targhetta, una sorta di pass per ottenere piccoli privilegi burocratici. Così usa il suo programma per fare propaganda e incoraggiare le persone a donare il loro sangue allo Stato, che è il principale nutrimento degli alieni, ma nonostante ciò gli vengono privati sempre più diritti, viene cacciato dal suo stesso appartamento e umiliato dai suoi vicini. Mentre assiste alla repressione dell'apparato statale sempre più feroce nei confronti dei liberi pensatori, tenta vari piani per ribellarsi e raccontare a tutti la verità di quello che sta accadendo davvero nel Paese.
Piotr Szulkin con evidenti influenze surrealiste, dirige un film straordinariamente scritto e magnificamente fotografato in maniera espressionista da Zygmunt Samosiuk che predilige le tonalità bluastre e luci glaciali, in connessione con l'aridità d'animo che si respira nei personaggi. Il film, teso intelligentemente in un'atmosfera continuamente ambigua, ci induce a dubitare continuamente di quello guardiamo, persino degli alieni che sono interpretati da semplici nani vestiti d'argento che potrebbero essere umani travestiti da quello stesso governo che li sta strumentalizzando per i suoi fini. Il film fa della sua economia estetica la sua forza, mentre si poggia su una narrazione solida e complessa. Quando gli intrighi e i risvolti sembrano slacciarsi e risolversi, altri se ne aprono, interrogandoci sulla natura dei precedenti, come una scatola cinese, conducendoci a un finale incredibile: una spietata riflessione sulla manipolazione dei medium e, al tempo stesso, il tragico manifesto di un corpo che, seppur morto, è spirito vivo in cerca di una salvezza escatologica da quel totalitarismo materialista che ha schiacciato la sua esistenza. Grandioso è Roman Wilhelm che interpreta il protagonista, ci dona anche uno dei discorsi più belli della storia del cinema quando sale sul palco del concerto d'addio ai marziani e urla al mondo la verità, anche se nessuno è disposto ad accettarla.


«Non mi sono mai considerato un regista di film di fantascienza. I miei film sono socio-psicologici, forse anche sociali. Naturalmente c'è sempre l'opportunità di realizzare un film di valore in qualsiasi genere, ma oggi, quando si tratta solo di vendere prodotti, è così raro. Non faccio fantascienza, ma piuttosto prendo in prestito dalla sua estetica.»

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