• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

sabato 10 settembre 2022

The Animals Film (1981)

Questo documentario diretto dai registi
Victor Schonfeld e Myriam Alaux nel 1981 potremmo definirlo come il vero padre di "Earthlings" e "Dominion". Si tratta di un'indagine a 360 gradi dell'impiego degli animali e il suo conseguente sfruttamento nelle industrie alimentari e farmaceutiche, nella ricerca scientifica e militare, nell'intrattenimento, nel mondo dell'addomesticamento, nella caccia e nello sport. All'epoca si filmava con la pellicola, nessun supporto digitale, possiamo quindi solo immaginare quanto sia stato difficile avere le autorizzazioni per piazzare una macchina da presa all'interno degli allevamenti e testimoniare il processo di produzione. Il film è narrato dall'attrice Julie Christie (vegetariana e da sempre impegnata per i diritti degli animali) e incorpora efficacemente filmati di repertorio governativi segreti, cinegiornali, interviste, cartoni animati, ed estratti da film di propaganda. Nonostante l'enorme quantità di temi affrontati, è un lavoro completo, denso di contenuti, mai dispersivi, strettamente connessi tra loro e montati con maestria. Risultano particolarmente duri i filmati sulla sperimentazione animale nel campo medico e militare che il documentario mostra in gran parte nella seconda parte, per citarne solo due che lasciano abbastanza interdetti: un folle test sulle scimmie costrette a correre sui tapis roulat con elettroshock mentre venivano irradiate fino all'esaurimento come modello per la resistenza dei soldati in una guerra nucleare o il test noto come l'Arca Atomica che ebbe come fine quello di osservare gli effetti delle esplosioni nucleari sui corpi di diversi animali come pecore e cavalli, nonostante gli effetti fossero già stati ampiamente documentati dai sopravvissuti umani dopo le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki! Ma fortunatamente il film non è solo una valla di lacrime, nel finale dedica ampio spazio all'attivismo e alle dichiarazioni del Fronte di Liberazione Animale lasciando uno spiraglio di speranza nel cuore dello spettatore.
La colonna sonora originale del film è composta dal genio di Robert Wyatt, è costruita essenzialmente da sintetizzatori analogici che donano al film un'atmosfera surreale e intimista. Ci sono anche le musiche dei Talking Heads (meravigliosa l'intro con il brano "Mind" il cui testo è perfettamente in tema) e di Howard Werth. All'uscita nei cinema, il film superò la censura della BBFC e fu approvato con un certificato "AA", ma nel Novembre del 1982,  quando fu trasmesso su Channel 4 delle televisioni britanniche, andò in onda con alcune scene tagliate perché l'Autorità di radiodiffusione indipendente sostenne che poteva «incitare al crimine o portare a disordini civili».
Credo che sia uno dei migliori documentari che abbia mai visto, ha già  40 anni ma per molti aspetti è ancora drammaticamente attuale, basti pensare agli allevamenti intensivi che sono ancora oggi una realtà preponderante nella produzione alimentare dei derivati animali. Sfortunatamente è rimasto inedito in Italia, ultimamente finito nel dimenticato anche a livello internazionale, questa è una delle ragioni per la quale dovrebbe essere riscoperto e divulgato accanto ai già citati documentari che affrontano le stesse tematiche.


Il film potete scaricarlo qui, ho curato personalmente la traduzione dei sottotitoli in italiano che trovate nella sezione apposita qui. Buona visione!

venerdì 29 luglio 2022

Walking Down the Place of a Skull (1992)

Il titolo originale è Progulka po eshafotu, ma non sembra esserci concordanza sul titolo internazionale in inglese, alcuni riportano A Walk Along the Scaffold, altri Walk on the Scaffold, ultimamente sembra aver avuto la meglio il titolo Walking Down the Place of a Skull come viene riportato su Soviet Movies Online e Letterdbox. Il film è rimasto inedito in Italia e in gran parte dell'Occidente, come tutte le altre opere di Isaak Fridberg, questo è un gran peccato perché il suo cinema, come sostiene il critico Denis Gorelov, potrebbe essere usato dagli storici come un manuale che illustra i temi, le ricerche e le caratteristiche del cinema della perestrojka. Progulka po eshafotu è stato distribuito in DVD in una versione ridotta di circa 30 minuti, che è quella che ho visionato perché sfortunatamente la versione televisiva integrale è sprovvista di sottotitoli in  qualsiasi lingua. Il film ha come protagonisti una giovane coppia (interpretata dagli attori Dmitriy Pevtsov e Olga Drozdova), di cui non sapremo mai i nomi, che ha deciso di prendersi una pausa dalla vita urbana e rilassarsi nella natura, progettano così di affittare per un mese una camera nella fattoria della nonna di lui. L'anziana li consiglia di andare nella fattoria dei tartari poco distante da lì e che è abituata ad accogliere i turisti, la coppia si incammina nel bosco, ma il percorso risulta più lungo del previsto così arrivata la sera, stanca, si trova costretta a passare la notte in una vecchia casa abbandonata nel bosco. Il mattino seguente, cominceranno a manifestarsi degli strani eventi inspiegabili che impediranno alla coppia di abbandonare il posto. 
Già dai primi minuti quello che colpisce immediatamente è la grande atmosfera del film, dosata magistralmente da una fotografia onirica di luci soavi ma ombre dure, da un'ambientazione boschiva densa che disorienta e da una colonna sonora ossessiva e inquietante composta dal genio Artemiy Artemiev (figlio di Edward Artemiev conosciuto per la sua collaborazione con Andrej Tarkovskij). Ma la cifra stilistica è ridotta all'essenziale, non c'è molto trucco, nessun effetto speciale, l'orrore è alimentato dall'ambiguità delle situazioni che vivono i personaggi e dall'assenza di risposte. La suspence arriva al suo apice ogni qual volta entra in scena un uomo misterioso, interpretato da uno spaventoso Boris Plotnikov (anche se si fa fatica a crederlo è lo stesso de L'Ascesa di Larisa Shepitko), anch'esso anonimo, da alcuni critici è stato identificato come un Demiurgo per la sua capacità generatrice, ma nel film viene anche spiegato che il suo potere ha causato disordine e sofferenza sulla Terra, nonché l'ira di Dio, perciò credo che la sua figura sia più sovrapponibile all'Anti-Dio, Anticristo o Diavolo, così come viene sostenuto dal catarismo. Fridberg attraverso la superficie di un "thriller mistico" entra nella profondità di una crisi umana senza precedenti nella storia dell'URSS e che di fatti ha portato al suo immediato disfacimento nello stesso anno. Il film è ricco di perspicaci metafore e allegorie, la giovane battezza ironicamente la vecchia casa nel bosco come «un hotel con cinque stelle sovietiche», ma quella stessa casa si trasformerà in una grande macchina di desideri, pronta ad offrirle una vita adagiata con le migliori prelibatezze direttamente dal mercato occidentale come avocado, arachidi, kiwi e cocco. Accetterà tutte quelle tentazioni materiali perché si sente semplicemente appagata, pur riconoscendo che potrebbero essere solo un'illusione o «un'allucinazione da droghe» come razionalmente tanta di spiegarle il suo ragazzo. Questa potrebbe essere l'URSS che avanza verso il libero mercato e le tentazioni dell'Occidente.

I cittadini che sono cresciuti nel seno della cultura umanistica russa, che hanno assorbito anche il marxismo occidentale, con la caduta del socialismo, sono stati abbandonati a se stessi in termini esistenziali ed ideologici - e sono stati immediatamente vittime di intraprendenti, potenti catturatori di anime, campioni di insegnamenti esoterici di persuasione gnostica. Il Misterioso dice di essere il Demiurgo, di aver creato il nostro mondo imperfetto - e che conserva ancora il sogno, avendo ingannato l'Altissimo Dio, di ricominciare tutto da capo.
D'altra parte il giovane la contrasta, combatte insistentemente contro queste illusioni, preferendo la vecchia vita, non perché la nuova non sia piacevole ma perché all'illusione preferisce la realtà. Ciononostante le sue convinzioni non lo porteranno da nessuna parte, ogni fuga sarà vana perché il cambiamento è ormai alle porte: in una scena del film, durante una fuga, indossa persino una maglietta di Batman, quasi a marcarne ironicamente il suo individualismo (l'eroe dei fumetti è spesso associato all'anarchismo) e la sua cieca impresa eroica volta a schiacciare il nemico per salvare la sua amata. Ma chi è davvero il nemico? L'uomo misterioso e il suo "talento" di appagarli? Quando questo rivelerà la natura della genesi del mondo sconvolgerà la coppia, ma l'annuncio di una nuova possibilità per il futuro dell'umanità lascerà spazio a degli interrogativi di non facile risposta. Si arriverà a un finale amaro e potentemente metafisico, la sequenza del "reset" dell'ultimo cervello è sconvolgente quanto il cinema più epilettico di Andrzej Żuławski
Walking Down the Place of a Skull è decisamente uno dei film più inquietanti che abbia mai visto, la sua visione scuote, non ti lascia via. Per molte analogie nella trama e nelle tematiche affrontate non vi è alcun dubbio che, 17 anni dopo, Lars Von Trier ne abbia tratto qualche spunto per il suo Antichrist, sorge spontaneo chiedersi il perché abbia dedicato il film a Tarkovskij e non a Fridberg? Riscopriamo questo capolavoro e diamogli i giusti meriti.


Il film può essere visionato qui, per questa versione ho curato la traduzione in italiano dei sottotitoli che potete scaricare qui. Se invece vi interessa la versione televisiva integrale potete guardarla qui.

lunedì 25 luglio 2022

Il quinto sigillo (1976)

Il film è ispirato all'omonimo romanzo del 1963 di Ferenc Sánta. Siamo a Budapest nell'Ungheria del 1944, dominata dal Partito delle Croci Frecciate, un gruppo di amici composto da Gyurica (Lajos Öze), un cinico orologiaio, Király (László Márkus), un venditore ambulante di libri e Kovacs (Sándor Horváth), un umile falegname, si riuniscono ogni sera in un tavolo nel bar di Bèla (Ferenc Bencze), un uomo rude che sa il fatto suo, per scaldarsi dalle oscure giornate invernali. Király rivela a tutti di essersi procurato della carne di vitello vendendo dell'arte romanica e alcune opere di Hieronymus Bosch, proprio di quest'ultimo si intrufolano, sinistramente nel montaggio del film, le sue immagini oniriche e demoniache mentre gli amici conversano tra loro, scherzando sulla misera della loro vita. Poco dopo nel bar fa misteriosamente irruzione Károly Keszei (István Dégi), un uomo zoppo che è tornato dal fronte, il gruppetto lo invita ad unirsi al loro tavolo. L'uomo rivela di essere un fotografo artistico e specula sul ruolo della sua professione, qui la conversazione prende una strada sempre più filosofica fintanto Gyurica, pone una domanda piuttosto strana al gruppo. Li chiede di immaginare di morire a breve e di avere la possibilità di rinascere, ma di essere obbligati a scegliere una delle due vite: quella dello schiavo Gyugyu che subisce supplizi e torture di ogni sorta, o quella del suo padrone Tomóceusz Katatiki che si macchia di crimini efferati senza provare alcun rimorso per tutta la vita. L'inquietante domanda scuoterà tutti, insinuandosi nella loro coscienza per tutta la notte.
Costantemente pervaso di un'atmosfera tetra e claustrofobica, dove la stessa macchina da presa rimane imprigionata negli interni guardando con timore gli esterni e dipinto da una fotografia livida illuminata pallidamente da lampadine, nulla di queste suggestive ed efficaci scelte stilistiche può prepararci al brutale finale. Se Novecento, come affermò Bernardo Bertolucci, è un film psicologico sul fascismo, allora il film di Zoltán Fábri è un manuale di psicologia sul fascismo. Lo sguardo di Fábri racconta la violenza oltre il sangue, le percosse, le esecuzioni e i particolari macabri dei film di guerra a cui siamo abituati, lo fa guardando all'interno dell'oscurità umana, restituendoci il ritratto psicologico di una piccola borghesia letteralmente "violentata" dal vero volto del potere autoritario. È il grosso prezzo da pagare per quella stessa classe che ingenuamente ha tentato di esorcizzarlo con la sua morale cristiana, ad addomesticarlo con la pretesa di qualche compromesso in denaro ed a diluirlo nell'illusione che impersonificando il ruolo dello schiavo quando è più conveniente, tutto può essere sopportabile. Ma non si può sfuggire all'orrore totalizzante del potere e non si può sopportare il fascismo. Fábri questo lo sa bene e lo rappresenta degnamente, con una tecnica altrettanto eccezionale nella pianificazione degli spazi delle inquadrature, nei decisi movimenti di macchina e nella direzione degli attori. Il quinto sigillo è un film durissimo, uno dei migliori del cinema ungherese e, mi permetto di dire, anche di tutta la storia del cinema. Il titolo è un chiaro e provocatorio riferimento all'Apocalisse di Giovanni, nel testo biblico si fa riferimento alle anime sacrificate in attesa della giustizia divina, nel contesto del film il senso sacro del sacrificio viene alimentato dallo Stato fascista. Non è la prima volta che un film sulla seconda guerra mondiale viene intitolato con una citazione dell'Apocalisse, è successo più tardi anche con Va' e Vedi, il capolavoro di Elem Klimov.


Il film è rimasto inedito in Italia, ma può essere facilmente recuperato su internet. Sono felice di comunicarvi che ho curato la traduzione in italiano dei sottotitoli del film, potete scaricarli qui.

mercoledì 6 luglio 2022

It Is Not the Homosexual Who Is Perverse, But the Society in Which He Lives (1971)

Rosa von Praunheim
è il nome d'arte che ha scelto Holger Mischwitzky, per ricordare alla gente il triangolo rosa che gli omosessuali dovevano indossare nei campi di concentramento nazisti e il quartiere di Francoforte di Praunheim dove lui crebbe. Un nome potente, che rivendica la propria identità e la propria responsabilità storica come civile e che ha inaugurato un'attività artistica e politica rivoluzionando un'epoca. "Non è l'omosessuale ad essere perverso, ma la situazione in cui vive" fu girato da Rosa nel 1970 con la collaborazione del sociologo Martin Dannecker, il titolo è infatti tratto da un libro di quest'ultimo, il film dura solo 67 minuti ed è ambientato a Berlino dove seguiamo le vicende di Daniel, un giovane gay che si innamora di un uomo di nome Clemens con il quale cercherà di vivere una relazione sentimentale imitando un qualunque matrimonio borghese, ma solo dopo quattro mesi la relazione finirà perché Daniel si innamorerà di un uomo più anziano e ricco, quest'ultimo però ben presto lo tradirà. Daniel si ritroverà solo, immerso nella sottocultura gay e la violenza che ne consegue a causa dell'emarginazione, si abbandonerà ad una vita promiscua e ad esperienze sessuali sempre più fugaci come quelle tra i parchi notturni e i bagni pubblici, fin quando non incontrerà Paul, che lo porterà in un appartamento condiviso con altri gay. Nel film i dialoghi sono insonorizzati, perché ci sono delle voci narranti che commentano le scene in modo critico e provocatorio, alcune di queste appartengono ai personaggi del film come se fosse il flusso della loro coscienza a parlarci, a volte sembra addirittura che le voci coincidano con i dialoghi che enunciano gli attori, ma non ci è dato sapere se è una coincidenza o un effetto voluto, questo produce un forte estraniamento nello spettatore che è portato a guardare le scene di vita e le azioni quotidiane sotto un punto di vista completamente nuovo. La scena finale dove Daniel, Paul e gli altri gay discutono nudi e si avvicinano l'uno all'altro è pervasa dall'ambiguità, potrebbe essere l'inizio di un'esperienza sessuale di gruppo, che però il commento del film tradisce portando quell'avvicinamento a un atto di rivoluzione politica. E sta qui la spietatezza e la genialità del lavoro di Rosa, quello di focalizzare l'attenzione dello spettatore sull'idea che mobilita i corpi. Educare e coincidere il pensiero e l'azione verso la rivolta, per la liberazione omosessuale. Questo è cinema politico all'ennesima potenza. Nonostante il film sia degli anni '70 i temi centrali del film sono ancora drammaticamente vivi e scomodi: l'isolamento, i pregiudizi, l'ossessione per la virilità maschile, le esperienze sessuali fugaci e l'oggettificazione dei corpi che negli ultimi anni hanno avuto un grande sviluppo nella realtà virtuale (cyber sex, chatroulette, app di incontri, onlyfans, ecc.) sono realtà rappresentative e tangibili all'interno della comunità gay e che ricoprono con un velo di ipocrisia le tanto libertà sessuali proclamate dalle società liberali. 

Il film è connotato dalla rabbia e dalla frustrazione che si erano accumulate nella mia vita omosessuale a Berlino. Ero convinto che non potessimo sempre e solo aspettare passivamente la gentilezza della società perché qualcosa cambiasse a nostro vantaggio. ... Il nostro film doveva provocare, fare uscire i gay e gli etero dalla loro pace e farli parlare. Non volevamo assolutamente un film che glorificasse o compatisse i gay. Per noi era importante scoprire la vita dei gay senza risparmi.

Rosa von Praunheim

La prima del film avvenne il 31 gennaio 1971 al Festival del cinema di Berlino. Lo stesso anno furono fondate le prime organizzazioni gay tedesche a Berlino e Francoforte sul Meno. Il 31 gennaio 1972 il film fu diffuso per la prima volta in televisione dalla Westdeutscher Rundfunk (WDR), l'emittente pubblica regionale della Renania Settentrionale-Vestfalia in tarda serata. La trasmissione sulla prima rete nazionale (ARD) avvenne poco meno di un anno dopo, dopo essere stata inizialmente annullata. In Baviera, l'ente televisivo regionale (Bayerischer Rundfunk) decise di oscurare temporaneamente il primo canale per evitare la diffusione del film.

Gli omosessuali non vogliono essere omosessuali, ma vogliono piuttosto essere borghesucci e sentimentali come i cittadini medi. Desiderano una casa accogliente, da condividere con un compagno onesto e fedele senza farsi notare, in una relazione simile al matrimonio. Il compagno ideale deve essere pulito, serio e genuino, un ragazzo intatto e fresco, amabile e giocherellone come un pastore tedesco. Poiché vengono disprezzati dai borghesi come se fossero malati e di valore inferiore, gli omosessuali cercano di essere ancora più borghesi, per eliminare il loro senso di colpa con un eccesso di virtù borghesi. Sul piano politico sono passivi e si comportano da conservatori come ringraziamento del fatto che non vengono ammazzati. Gli omosessuali si vergognano della loro inclinazione sessuale, perché in secoli di educazione cristiana gli è stato inculcato che sono dei porci. Perciò fuggono lontano da questa crudele realtà in un mondo romantico fatto di kitsch e di ideali. I loro sogni sono i sogni delle riviste, i sogni di un essere umano al fianco del quale possono liberarsi dalle difficoltà della vita quotidiana in un mondo che consiste solo d’amore e di romanticismo. Non sono gli omosessuali ad essere perversi, ma la situazione in cui devono vivere.

Dal film


Il film può essere visionato qui, in lingua originale sottotitolato in inglese.

sabato 25 giugno 2022

The Entity (1981)

Basato da un romanzo di Frank De Felitta che ha collaborato anche alla sceneggiatura del film, prende ispirazione da un caso realmente accaduto negli Stati Uniti nell'estate del 1974, quello conosciuto come il caso di Doris Bither, una madre single con quattro figli che abitava a Culver City, la cui vita tranquilla fu improvvisamente stravolta da una misteriosa presenza, definita da lei come un'entità invisibile, che faceva ripetutamente irruzione nella sua camera da letto per stuprarla brutalmente. L'entità quando si manifestava lasciava un odore nauseabondo e abbassava la temperatura della sua stanza, la donna sostenne anche che a volte le sembrava che non fosse sola ma aiutata da altre entità più piccole, la situazione precipitò quando queste cominciarono a maltrattarla anche di fronte ai suoi figli. Doris si rivolse a diversi psichiatri, che sostenevano che la donna soffriva di allucinazioni e che queste diventavano persino collettive in presenza dei figli, la donna fiduciosa si fece curare seguendo anche terapie farmacologiche che però non risultarono efficaci ad allontanare le moleste presenze. Disperata prese la decisione di rivolgersi ad alcuni studenti di fenomeni paranormali dell'Università della California, che dimostrarono che la donna non solo non soffriva di alcuna patologia mentale, ma che i segni e i lividi sul suo corpo dimostravano percosse che non poteva essersi procurata da sola. La sua casa fu ispezionata per dieci settimane dal parapsicologo Barry Taff e dal suo assistente Kerry Gaynor che confermarono un'attività di poltergeist all'interno della casa e scattarono alcune misteriose fotografie oggi divenute famose, come quella in cui Doris è seduta sul letto, con a fianco un lungo arco luminoso fluttuante. L'autenticità delle foto fu attestata dalla redazione scientifica di Popular Photography.


«Ero spaventata. Non sapevo come sarebbe stato modificato o commercializzato. Ma sapevo che Sid vedeva nel film il potenziale per affrontare l'argomento da un punto di vista umanistico e psichiatrico, dal punto di vista di una madre... e ho sentito che era un rischio utile.»
Nel film Doris Bither diventa Carla Moran, interpretata dall'attrice Barbara Hershey che fu scelta per il ruolo soltanto dieci giorni prima della produzione. Il film è caratterizzato da molti primi piani e angoli olandesi che il regista dosa efficientemente costruendo una tensione psicologica rara in un film horror. Lo stesso regista Sidney J. Furie ha persino sostenuto di non aver mai considerato il suo film un horror ma piuttosto un film di «suspence soprannaturale». Gli effetti speciali sono stati curati da Stan Winston (Terminator, Alien, Jurassic Park, per citarne alcuni) e non sono mai appariscenti, ma minuziosamente studiati per rendere la presenza dell'entità il più realistica possibile: nelle scene in cui vediamo il corpo nudo della Hershey palpato, venne costruito un corpo realistico in lattice dove al suo interno c'erano delle ventose che permettevano di manipolarlo per restituire l'effetto delle dita invisibili che si imprimono sulla pelle. La costruzione del corpo costò alla produzione 65.000 dollari.
La sceneggiatura di De Felitta funziona, si nota una certa prolissità nella parte della diatriba tra Carla e il suo psichiatra, ma la tensione è sempre accesa. In origine pare che ci fosse una sottotrama che accentuava il rapporto incestuoso di Carla nei confronti del suo figlio più grande Billy, tra cui una scena onirica in cui la donna fantasticava di "rubare" la sua verginità, probabilmente questo aspetto controverso avrebbe bilanciato maggiormente la tesi psicologica suggerita dallo psichiatra nel film, arricchendo la lettura dell'opera. E mi permetto di suggerire, che sta proprio qui il limite di Entity, il non aver osato di più, il non aver voluto essere più scomodo. Ciononostante all'epoca durante le prime proiezioni ci furono proteste da parte di molte donne che ritennero il film offensivo a causa delle sue rappresentazioni di violenza sessuale. 
Non un capolavoro quindi, ma un grandissimo film carico di scene disturbanti guidato da una Barbara Hershey perfettamente incarnata nel ruolo e che mangia la scena al resto del cast, merita un'ultima nota  quella tremenda musica martellante curata da Charles Bernstein, che risuona durante la comparsa dell'entità e che contribuisce ad acuire un'atmosfera davvero inquietante, da incubo, che difficilmente lo spettatore dimentica. Martin Scorsese l'ha definito uno dei film più spaventosi della storia del cinema, come dargli torto? 



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