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  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica per gran parte della durata dell'opera...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

venerdì 11 novembre 2022

Ferat Vampire (1982)

Siamo appena fuori la città di Praga in una delle autostrade principali, un'autoambulanza guidata dall'infermiera Mima (Dagmar Veškrnová-Havlová) e dal dottor Marek (Jirí Menzel) viene inseguita da una strana macchina nera da corsa con il logo rosso Ferat, finendo per assestarsi davanti a loro. A bordo del veicolo c'è una giovane donna che spiega ai due di non riuscire più ad avere il controllo dell'auto e li mostra la strana pianta del suo piede completamente nera come coperta da contusioni. Mentre la donna parla con il dottore, l'infermiera Mima si siede sul posto del conducente dell'auto per controllare l'acceleratore e nota immediatamente che ha una forma stranamente appuntita. Consigliandole di riposare, il dottor. Marek e Mima ritornano sull'autoambulanza e se ne vanno. Ma poco dopo ritrovano l'auto della donna ribaltata sul ciglio della strada, il dottor Marek interviene immediatamente per salvare la donna ferita, ma nel mentre arriva velocemente un'altra ambulanza che preleva il corpo, tutta la scena è accerchiata da giornalisti e i membri del team della Ferat. La situazione è alquanto strana, tutti dichiarano con assoluta certezza che si è trattato di un banale incidente per velocità, il dottor Marek fa notare che l'auto aveva qualcosa che non andava, ma nessuno gli crede e la stessa Mima nega le stranezze dell'acceleratore che aveva notato per non mettersi contro la stampa e il team della Ferat. Marek allora va in ospedale per parlare con la donna ferita, ma scopre dal medico dell'obitorio che è morta durante il viaggio dell'autoambulanza, il che fa aumentare i suoi sospetti. Le ricerche di risposte del dottor Marek, sopratutto dopo l'incontro con lo scienziato Kaplan (Jan Schmid), lo porteranno alla sconcertante rivelazione di una verità davvero sinistra che egli stesso inizialmente fa fatica a credere: l'azienda Ferat per far fronte al consumo del carburante ha inventato un modello di auto-vampiro biologica dotata di un motore che si nutre in buona parte di sangue umano attraverso un acceleratore appuntito che funge da dente di vampiro. Un'inquietante scoperta tecnologica.
Juraj Herz 14 anni prima di "Crash" di David Cronenberg, mette in scena un horror fantascientifico che riflette - qui con toni più satirici - sul rapporto tra l'uomo e la tecnologia, il processo di meccanizzazione e la sua forza ammaliatrice che può plasmare i desideri umani, fino ad alterare completamente le sensazioni di piacere, pericolo e dolore. Le pilote della Ferat non riescono a liberarsi dal potere seducente che l'auto esercita su di loro, nonostante gli incidenti continuano a donarsi ad essa come degli zombie fino a prosciugare ogni loro energia vitale. Il film mostra anche bene come il capitalismo sfrutti il potere della pubblicità al di là di ogni logica, la Ferat proporrà 60.000 corone al dottor Marek per scrivere un articolo sulla loro auto anche se negativo, poiché l'importante è che se ne parli. Marek finirà per accettare la proposta, illudendosi che in questo modo potrà esaminare da vicino il motore dell'auto per raccogliere prove. La regia di Herz, nonostante la caratterizzazione ironica dei personaggi, riesce a regalare momenti di puro terrore come la  memorabile scena dell'incubo in cui il dottore si avvicina al motore dell'auto Ferat che scopre essere un vero e proprio organo di tessuti similmente umani. Anche la struttura circolare del film, il ripetersi delle situazioni accompagnate dall'ambiguità dei personaggi - come la scena finale dell'obitorio - amplificano l'aspetto "incubo" della realtà filmica. Questo film è un vero gioiello sottovalutato e dimenticato, che merita di essere scoperto.


Il film è disponibile in lingua originale con i sottotitoli in inglese su Youtube.

domenica 6 novembre 2022

Beauty and the Beast - Giulia e il mostro (1978)

Titolo originale: Panna a netvor, uscito in Italia con il titolo Giulia e il mostro. Non me ne vogliano Jean Cocteau e la Walt Disney ma qui ci troviamo probabilmente di fronte alla migliore trasposizione cinematografica della fiaba "La Bella e la Bestia". Juraj Herz, il genio visionario de L'uomo che bruciava i cadaveri, eredita in superficie gli stessi personaggi e ambientazioni della fiaba tradizionale ma vi dà una lettura psicologica del tutto inedita e più matura. La sua Bella si chiama Julie (Zdena Studenková), un nome che deriva dal latino Giulia e che significa "sacro a Giove" o "discendente di Giove", Giove è la divinità legata al principio di crescita ed espansione dell'Io, poiché il suo compito è di spingerlo ad avventurarsi verso il mondo esterno. La Julie nel film di Herz non ha intenzione di sposarsi come le sue sorelle perché preferisce rimanere con il padre, ma non appena quest'ultimo le racconta del patto stipulato con la Bestia (avendo strappato una rosa dal suo proibito giardino, l'uomo dovrà consegnarle una delle sue figlie in sposa altrimenti verrà ucciso), non pensa due volte ad abbandonare la sua casa per dirigersi verso il misterioso castello. Una volta lì, la Bestia le vieterà di guardare il suo corpo e poi la drogherà portandola in un letto-lapide dove sognerà la Bestia sotto forma di un bellissimo principe, risvegliando in lei il desiderio romantico e sessuale. La sua permanenza nel castello non sarà un assoggettamento, ma la scoperta di nuovi sentimenti, seppur conflittuali, e di un nuovo status visto che la Bestia la dichiarerà nuova padrona dell'intera dimora. Allo stesso modo la Bestia innamorandosi di lei, comincerà a fare i conti con quella vulnerabile parte umana nascosta ancora dentro se stesso e che ha tentato di seppellire per molto tempo. Da notare che la Bestia di Herz, interpretata da uno straordinario Vlastimil Harapes, differisce moltissimo da tutte le altre rappresentazioni cinematografiche, non è l'uomo-leone dal portamento regale a cui siamo abituati, ma è un terrificante mostro con la testa di uccello e un becco scuro dotato di ali e artigli, una sorta di gigantesco brutto anatroccolo che con il suo aspetto sporco e la sua voce ringhiante esprime tutta la frustrazione e lo stato di abbandono in cui è costretto a vivere, chiuso in una  lacerante solitudine lo vediamo nascosto nell'ombra a dialogare con un altro se stesso, come se il suo Io fosse frantumato in due parti. Sarà tentato di uccidersi o di uccidere bella per neutralizzare completamente l'umanità che vive ancora in lui. Ma non ci riuscirà, come gli farà notare Julie il suo animo non è così cattivo come quello degli uomini che dominano il mondo oltre il suo castello e che non perdono tempo a saccheggiare i suoi tesori e a macellare animali innocenti, come viene mostrato nella sagra all'inizio del film. I dialoghi tra i due si faranno sempre più intensi, Herz è bravo a temporeggiare la rivelazione dell'aspetto della Bestia agli occhi di Julia, lasciando che prima i loro animi si rivelino e leghino.
Caratterizzato da una scura fotografia crepuscolare curata da Jirí Macháne, che intensifica l'ambiguità e l'incertezza dei personaggi e guidato dalle musiche d'organo di Petr Hapka che spesso si inseriscono gravosamente e drammaticamente all'interno delle scene, è un film che provoca una grande suggestione nello spettatore e arriva dritto anche al suo cuore, perché al di là delle diverse chiave di letture che l'opera può suggerire è una chiara e spietata rappresentazione della solitudine e dell'asincronia dei sentimenti. L'amore per Herz è il miraggio di un sogno, una luce nell'abisso dell'animo umano troppo lontana dal mondo degli svegli, proprio come si inseriscono nel film le immagini oniriche di Julia con il principe. Ad un certo punto del film, quando Julie tocca gli artigli della Bestia questi si trasmutano in mani umane, ma con quelle stesse mani la creatura non potrà più cacciare com'era sua abitudine con il conseguente rischio di morire di fame; l'amore è capace di avviare un potente e miracoloso processo di trasformazione, ma è difficile adeguarsi a questo nuovo cambiamento e averne fede fino in fondo affinché la trasformazione si completi verso una vita in due. Una riflessione profonda che rifiuta la comoda soluzione finale della fiaba tradizionale. Memorabile è il meraviglioso incipit del film con i dipinti surrealisti di Josef Vyleťal, i cui particolari si muovono attraverso dissolvenze incrociate amplificandone l'atemporalità e anticipando la bellezza senza tempo di questo capolavoro.


«Il regista ha preso il romanzo originale e il suo adattamento e gli ha dato un tocco decisamente adulto, lontano dalla morale di De Beaumont e De Villeneuve che mal si adatta alle norme e ai valori del ventesimo e ventunesimo secolo. Herz stesso era riluttante a girare un'altra versione della storia dopo il capolavoro di Cocteau, ma è riuscito a sfruttare i punti di forza onirici di quel film e approfondire la storia ancora una volta. Pur mantenendo il quadro generale del racconto originale, Herz ha incorporato elementi altamente distintivi e del tutto più oscuri che sono solo transitoriamente presenti negli originali letterari francesi. In tal modo, ha creato un nuovo lavoro che pone domande (scomode) sulla morte, la sessualità e l'individualità.»

Il film può essere recuperato qui, mentre i sottotitoli in italiano sono disponibili qui.

sabato 5 novembre 2022

Variola Vera (1982)

Il film è ispirato agli eventi reali dell'epidemia del vaiolo jugoslavo che colpì il Paese nel 1972, considerata la più grande epidemia in Europa dopo la seconda guerra mondiale, almeno prima del COVID19. Goran Marković si concentra sul focolaio che scoppiò nell'ospedale generale di Belgrado, dirige il soggetto con efficace durezza, prediligendo uno stile semi-documentarista, ma la distanza non gli impedisce di soffermarsi particolarmente sulle conseguenze psicologiche delle restrizioni e dell'isolamento della quarantena all'interno dell'ospedale, dalle paure e gli isterismi del contagio della popolazione, al peso che il personale medico è costretto a portarsi dentro, fino all'esaurimento morale e fisico, che in alcuni casi porta tragicamente al suicidio. Nel cast troviamo grandi volti del cinema come Rade Serbedzija (Dr. Grujić), Erland Josephson (Dr. Dragutin) e Rade Marković (nel Sovrintendente Čole), ma a spiccare per la sua performance è Peter Carsten nel ruolo dell'epidemiologo delle Nazioni Unite che appare mascherato con dispositivi di sicurezza per gran parte della durata del film, ma che con solo i dialoghi della sua voce secca e profonda raggela l'atmosfera. Il film viene spesso etichettato come un horror e non è difficile trovarlo tra le liste dei migliori film sul genere, probabilmente a causa di alcune scene, come quelle dei malati che vagano sanguinanti e agonizzanti come zombie nei corridori dell'ospedale lasciando tracce di sangue sui muri, ma l'orrore è solo dannatamente reale e non si consuma solo con i terrificanti particolari visivi dei corpi lacerati dalle vesciche. Quei malati cercano in vano una via di fuga, alcuni si dirigono nei sotterranei per sfuggire alla quarantena, altri si dirigono con fatica al piano superiore nel drammatico tentativo di lanciarsi e porre fine alle loro sofferenze. È una visione che agghiaccia e lascia un senso di inquietudine per la mole di interrogativi che suscita, sopratutto attorno alla controversa gestione della sanità pubblica e alla misteriosa causa dell'epidemia che proprio oggi, in tempo di COVID19, ci appaiono tematiche così vicine e sentite. Allora Variola Vera si rivela un incubo dal quale l'umanità irrimediabilmente non si libererà mai, una tetra pagina di storia destinata a ripetersi.


Il film in lingua originale è disponibile qui su Youtube, i sottotitoli possono essere recuperati qui.

lunedì 31 ottobre 2022

The Signalman (1976)

È il sesto episodio della serie antologica A Ghost Story for Christmas prodotta dalla BBC dal 1971 al 1978, la storia segue le vicende di un viaggiatore che si imbatte in un segnalatore appostato all'uscita di un tunnel ferroviario. Il viaggiatore prende confidenza con il segnalatore che scopre essere turbato da un'apparizione che appare vicino al tunnel. Questa storia è l'adattamento dell'omonimo racconto di Charles Dickens pubblicato nella rivista All the Year Roundnel del 1866, a sua volta ispirato dall'incidente ferroviario di Staplehurstdel avvenuto nel Giugno del 1865, in cui Dickens stesso sopravvisse dopo aver assistito alla morte dei suoi compagni di viaggio, fu un'evento traumatico che segnò così profondamente lo scrittore da farli insorgere disturbi di panico e visioni che mai lo abbandonarono. 
L'adattamento televisivo di Lawrence Gordon Clark è probabilmente il più riuscito della serie, anche più dell'osannato secondo episodio A Warning to the Curious (1972), minimale nella cifra stilistica e sorretto dalle due interpretazioni di Denholm Elliottn e Bernard Lloydn che interpretano rispettivamente i ruoli del segnalatore e del viaggiatore, attraverso la ritualità dei loro incontri e delle loro azioni quotidiane familiarizziamo con le loro storie e le loro angosce, mentre la suggestione dell'ambientazione sospira una presenza spettrale mai davvero rivelatrice fino allo sconvolgente finale. Ed è qui la bravura di Clark, quella di aver sfruttato abilmente tutta la forza psicologica della storia, tirando la corda della tensione al massimo, lasciando così che tutto l'orrore della vicenda vibri a lungo, in un solo colpo, nella mente dello spettatore. Da sottolineare anche l'eccellente lavoro sul trucco di Toni Chapman. Un film breve ma che merita di essere ricordato tra gli horror più belli di sempre. Può essere visionato in lingua originale qui su Youtube, mentre i sottotitoli in inglese sono disponibili qui.


 
«Nonostante le riprese estremamente difficili, il capolavoro di Davies e Clarke avvolto dalla nebbia e scoppiettante riesce a fare qualcosa che il team di produzione non avrebbe mai potuto immaginare: è meglio del libro»

mercoledì 26 ottobre 2022

Kenneth Anger: "Fireworks" (1947), "Eaux d'artifice" (1953) e "Scorpio Rising" (1963)

Per me scoprire il cinema di Kenneth Anger è stata una grande rivelazione, la sua produzione è caratterizzata esclusivamente da cortometraggi che ha cominciato a girare già all'età di soli 10 anni, oggi si stima abbia prodotto 40 opere, molte delle quali purtroppo sono andate perdute. Anger è stato uno dei primi registi apertamente gay a rappresentare l'omosessualità nel cinema narrativo statunitense, quando ancora era illegale. Il suo cinema mescola ingegnosamente omoerotismo, documentario, surrealismo ed occultismo, in una produzione formale innovativa e davvero singolare per l'epoca. In questo articolo ho deciso di parlare dei suoi tre film che ho più ho amato e che vi raccomando di guardare.


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