• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
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martedì 4 luglio 2023

Not Angels But Angels (1994)

Primo lungometraggio di una trilogia dedicata alla prostituzione minorile che il regista polacco Wiktor Grodecki ha girato nella Repubblica Ceca, come il successivo Body without soul (1996) si tratta di un documentario, a differenza del terzo Mandragora (1997) che è un film di finzione. "Not angels but angels" raccoglie le confessioni di 15 ragazzi di età che variano tra 14 ai 19 anni che vivono e si prostituiscono nella grande capitale di Praga. La maggior parte di loro dichiarano di non essere originari del posto, ma che sono finiti nella città a causa di situazioni economiche e famigliari difficili, man mano che le risposte alle domande del regista proseguono le confessioni si fanno sempre più intime e sconvolgenti. Dichiarano di preferire generalmente i clienti più vecchi e ricchi, che li selezionano in base all'abbigliamento e agli oggetti preziosi che portano, sottolineando che molti di loro provengono da Paesi Occidentali come la Germania, l'Inghilterra e gli USA, infine aggiungono che a volte non usano i preservativi con i clienti tedeschi perché si sentono rassicurati dal loro alto status sociale. Traspare una pericolosa ingenuità nelle loro dichiarazioni che arriva allo spettatore come un pugno sullo stomaco, quando scopriremo che i ragazzi finiscono per spendere molti dei loro soldi alle slot machine dimostrando chiaramente di essere vittime di una dipendenza da gioco, segnata persino dai loro visi stanchi e angosciati, il disegno di questi ritratti si farà insostenibile da sopportare. Grodecki incornicia queste anime con una fotografia espressionista che divide i loro volti in ombre dure e luci spettrali, usando spesso luci artificiali di colore rosso e blu, come i successivi lavori anche qui brani di musica classica come quelli de la Passione di Matteo di Bach e il Requiem di Mozart accompagnano le confessioni drammatizzandole, seppur rischioso questo processo non è mai dirottante o artificioso, ma incline ad esprimere la loro silenziosa sofferenza. L'uso di immagini di finzione all'interno del documentario è significativa: nel finale vedremo i primi piani nauseanti di vecchi uomini di affari in giacca e cravatta alternati dalle reali fotografie pornografiche dei minorenni sfruttati, quelle foto rappresentano la realizzazione dell'immaginario perverso di quegli uomini, mentre quei primi piani costruiti dal regista materializzano l'immaginario dei clienti basandosi sulle testimonianze dei ragazzi, questa contrapposizione risulta di grande potenza evocativa perché restituisce l'archetipo del capitalismo. 
Il titolo "Not angels, but angels" secondo il critico Douglas Messerli evoca un episodio storico cristiano descritto nell'Historia ecclesiastica gentis Anglorum (731 d.C.), in cui Agostino d'Ippona arrivato nel mercato romano vide degli schiavi biondi e di pelle chiara venduti, li chiese da dove provenissero e li risposero che erano "Angli", lui allora con un gioco di parole ribatté: "Non Angli, ma Angeli". Dopo questo incontro Agostino decise di portare il cristianesimo agli Angli. Il film di Grodecki invece, lungi dall'essere religioso, porta una delle più grandi denunce sulla mercificazione del corpo che siano mai state rappresentate sullo schermo.


Il film potete trovarlo su Vimeo, sono felice di comunicarvi che ho curato la traduzione dei sottotitoli in italiano che potete scaricare su questa pagina. Trovate anche quelli degli altri due film di Grodecki.

martedì 8 marzo 2022

Sesso sfortunato o follie porno (2021)

L'ultimo lungometraggio del regista rumeno Radu Jude, è una ferocissima satira di come non se ne vedevano sullo schermo da molto tempo.
Nell'esplicito incipit del film, assistiamo ad un breve video porno amatoriale tra una donna e un uomo, immediatamente dopo veniamo catapultati nel primo dei tre capitoli del film intitolato "Strada a senso unico", dove seguiamo Emi, la donna protagonista del sex tape, fare varie commissioni per le strade di Bucarest, attraverso le sue accese telefonate scopriamo che il video porno è stato misteriosamente caricato in rete e che ora la donna, che è un'insegnante, rischia di essere licenziata dalla scuola in cui lavora. In questa prima parte, girata prevalentemente in esterni, la macchina da presa si sofferma sui particolari di Bucarest, dai manifesti nazionalisti, ai libri religiosi esposti in vetrina, dalle sale da gioco per adulti, ai giocattoli rosa shocking per bambine, dal caos del traffico condotto da volgari conducenti, per finire ai clienti in una farmacia che affermano le proprietà miracolose dell'incenso, perché «nessuno ha preso il COVID19 dal cucchiaio eucaristico»! Una serie di immagini ordinarie ma grottesche che preannunciano quello che sarà il tema centrale del film: l'osceno. La seconda parte intitolata "Breve dizionario di aneddoti, segni e meraviglie" è quella più sperimentale ed è caratterizzata da una serie di immagini, simbolicamente enunciate da parole in ordine alfabetico, che raccontano la storia, la cultura e i costumi della società rumena (e non) rivelandone tutte le sue contraddizioni, ipocrisie e aspetti più oscuri (i legami con il nazismo, gli orrori del colonialismo, la violenza sui bambini, i diritti delle lavoratrici calpestati e tanto altro). Dopo questo irriverente e feroce intermezzo, torniamo da Ema nell'ultimo capitolo del film intitolato "Prassi e allusioni", dal carattere più teatrale, dove vediamo la professoressa confrontarsi con la preside, gli insegnanti e i genitori dei suoi alunni in una sorta di tribunale stravagante. Quello a cui assistiamo è uno spettacolo impietoso, per non dire tragicomico, dove emerge tutta la prepotenza del nazionalismo, antisemitismo e sessismo della società rumena, Ema battezzata come "professoressa porno" viene continuamente insultata, derisa e accusata persino di sostenere una fantomatica propaganda ebraica per aver raccontato agli studenti dei massacri dell'esercito rumeno sul fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale! (tematica che lo stesso regista ha affrontato più volte nella sua filmografia e trova la sua massima espressione in "I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians"). Radu in questi lunghi e pungenti dialoghi rivela le sue intenzioni, come ben afferma la critica Carmen Gray «getta il decoro nella spazzatura per rivelare l'ipocrisia dei potenti come la vera volgarità». Cosa è veramente osceno? Il sex-tape di una donna che pratica sesso non convenzionale con il suo compagno o la violenza intrisa nella società rumena?
Dopo vari scontri anche fisici, il film si conclude con tre finali, l'ultimo di questi è il più significativo, nonché il più sconvolgente ed esilarante, è quello dove vediamo Emi trasformarsi in Wonder Woman, un'immagine carica di tutta la cultura pop occidentale, che si fa duplicemente sovversiva, primo perché i primi fumetti sui supereroi furono creati dagli ebrei, secondo perché l'eroina è il frutto di un'invenzione femminista dello psicologo statunitense William Moulton Marston, ma c'è un'altra aggravante a rendere tutto così fottutamente provocatorio, l'eroina invece di essere armata con una spada, ha in mano un grosso dildo! Un fallo, simbolicamente legato al potere maschile, che ora Emi usa contro il patriarcato, per praticare forzatamente fellatio su tutti i presenti, zittendoli definitivamente! Un'assurdo e straniante rituale che sembra riecheggiare l'horror politico di "Society" e il sovversivo e reichiano cinema di Dušan Makavejev. Radu Jude ancora una volta, si conferma un autore geniale, straordinario, capace di restituirci il malessere della società contemporanea come pochissimi registi riescono a fare oggi. Il film ha vinto meritatamente l'Orso d'oro al Festival di Berlino.


Il film è disponibile in streaming su miocinema.it

venerdì 9 agosto 2019

Mandragora (1997)

Wiktor Grodecki conclude la trilogia sulla prostituzione minorile con Mandragora. A differenza dei due primi lungometraggi (Not angels but angels e Body without soul), questo film non è un documentario ma un film di finzione. La sceneggiatura ripercorre praticamente gli eventi già esplicati magnificamente nei documentari, ma condensati tutti in un unico personaggio: quello di Marek, un giovane sedicenne incompreso dal padre autoritario che scappa di casa per finire alla stazione Praga, qui subirà ogni sorta di ingiustizia e finirà nelle mani di un magnaccia che ne farà una merce sessuale. Incontrerà un giovane ragazzo di nome David, anch'esso prostituto, che lo aiuterà a liberarsi dal magnaccia e con il quale stringerà una forte amicizia. Insieme deruberanno clienti per aumentare le loro entrate, ma David finirà per usare Marek per raggiungere i suoi scopi. Il rapporto tra i due diventerà sempre più burrascoso e porterà entrambi verso l'autodistruzione.
Mandragora è un'opera difficile da giudicare, sopratutto dopo aver visto i magistrali documentari di Grodecki, lo spettatore sarà continuamente teso a paragonare le opere cinematografiche tra loro e a chiedersi la necessità di questo film. In prima analisi, vien da pensare che è certamente un film che ha delle lacune narrative perché nel suo sviluppo si notano dei "buchi" di non poco conto: per esempio, nella parte centrale del film c'è la scena del bar in cui i due giovani protagonisti vengono presi di mira da un gruppo di uomini, ma non conosceremo mai l'esito di quello scontro, similmente accade con la crudelissima scena del pestaggio dei ragazzi del quartiere dove i due vengono feriti gravemente ma non sappiamo come siano riusciti a sopravvivere. L'opera è così caratterizzata da questa discontinuità narrativa che ne pregiudica la qualità, ma il motivo non è così incomprensibile, è chiaro che Grodecki è legato molto alle testimonianze dei ragazzi dei suoi documentari, perciò la messa in scena filmica di quegli eventi appare come una sorta di collage, un memoriale collettivo. Di fatti, malgrado la frammentarietà dell'opera, la regia si dimostra all'altezza restituendo allo spettatore un'esperienza cinematografica potente e disturbante. Come per i documentari, l'opera è colma di brani classici, sopratutto di musica sacra, che non si limitano ad accompagnare l'immagine filmica ma a costruirne la sua espressione, amplificando il senso di alienazione nello spettatore. Esemplare a questo proposito è la scena dove i due protagonisti incontrano due prostitute e tra loro si scambiano dei dialoghi sconfortanti e brutali sotto le musiche di "Erbarm Dich" di J. S. Bach; o ancora la sconvolgente scena dove Marek e David sono nell'appartamento di un regista porno di nome Libor, che gira i suoi film in presenza di sua moglie e i suoi bambini come se nulla fosse, i cori di "Wir setzen uns" di J.S. Bach fanno da colonna sonora a questi momenti rendendo più insostenibile di quanto già lo sia l'ambiente degradante dell'appartamento e il sottofondo incessante del pianto della neonata trascurata dai genitori.
Il film è sorretto magnificamente dall'interpretazione di Miroslav Caslavka, al suo primo ruolo d'attore. È interessante notare che nel ruolo di David c'è David Svec che era uno dei ragazzi intervistati in Body without soul e che nel film interpreta praticamente il suo stesso vissuto! 
Il finale all'interno dei bagni pubblici della stazione di Praga, dove assisteremo all'insolubile destino di Marek e suo padre, arriva allo spettatore come un pugno sullo stomaco, risulta efficace l'uso del campo medio angolato dall'alto che rafforza l'assenza di una salvezza escatologica.
Mandragora, come nella tradizione medievale e alchimistica, è una pianta velenosa dall'aspetto di un bambino che emette un pianto letale per chi l'ascolta e che secondo la tradizione machiavellica il metodo più sicuro per coglierla è legarla ad un guinzaglio di un cane che viene lasciato libero in modo che questo tirandola permette di sradicarla udendone il lamento straziante e morendo all'istante, consentendo così al proprietario di coglierla. Il film di Grodecki si instilla nello spettatore allo stesso modo: è il gemito disperato delle giovani vittime della prostituzione usate e uccise dal mondo degli adulti, di figli spezzati da padri che non potrebbero mai udire e sopportare il loro pianto.


Il film è rimasto inedito in Italia, per questa ragione in home video potete trovare solo edizioni straniere. Su questo link potete acquistare il DVD americano, mentre i sottotitoli in italiano, di cui ho curato personalmente la traduzione, potete scaricarli su questo link.

mercoledì 27 marzo 2019

Un buco nel mio cuore (2004)

Lukas Moodysson, il regista svedese di Fucking Amal film consacrato da Ingmar Bergman come "Il primo capolavoro di un giovane maestro" e del già discusso Lilja 4-ever in questo spazio, nel 2004 tirò fuori un film che con moltissima probabilità quasi nessuno potrà ricordare, sopratutto in Italia, visto la scarsa e mancata distribuzione. Si tratta di Un buco nel mio cuore (A Hole in my Heart), un film che documenta il set di un film porno amatoriale in un piccolo e squallido appartamento di Stoccolma. Coinvolti nella storia saranno un regista di nome Richard (Thorsten Flinck), suo figlio Eric (Björn Almroth) e i due pornoattori Tess (Sanna Bråding) e Geko (Goran Marjanovic). Non mancheranno scene di sesso, confessioni in stile Grande Fratello, cibo, alcol, droga, giocattoli sessuali, e conflitti umilianti e violenti tra i protagonisti. I quattro ci guideranno dentro i loro drammi più profondi costruendo una sorta di girone infernale dal quale lo spettatore difficilmente troverà una via d'uscita.
Non aspettatevi un manifesto contro il porno ma neanche uno in suo difesa, le intenzioni di Moodysson vanno al di là delle istanze ideologiche femministe che impregnano il dibattito nella società occidentale, spesso anche stigmatizzanti verso gli attori del porno; come lui stesso dichiara "il film diventa parte di ciò di cui parla, è un sintomo, non una diagnosi"¹. Un sintomo esplicato dalla rappresentazione delle parafilie sessuali attuate dagli attori che diventano veri e propri rigurgiti di interiorità disturbate e ferite: Richard ed Eric metteranno in atto l'emulazione dello stupro nei confronti di Tess, simbolo femmineo sacrificale dell'intero film, destinata a subire e a ingurgitare (anche sotto forma di vero e proprio vomito) il machismo del regista e dell'attore, che si scopriranno avere alle spalle una storia di profonda delusione verso le figure femminili della propria moglie e madre. Tess diventa una sorta di "transfert" in cui la perversione sessuale viene sublimata a catarsi per permetterne la liberazione. Non a caso Moodysson considera il il mondo del porno una sorta di "orfanotrofio" per gli attori dove "ci sono forti legami tra persone che sono state abusate in passato e una gentilezza tra persone ferite e distrutte, che si prendono cura l'una dell'altra"². Le sequenze finali dopo la conclusione delle riprese del porno, accompagnate dalle musiche de "La Passione di San Matteo" di Bach, sono esplicative.
La regia sperimentale e sgrammaticata, l'uso violento del sonoro, la completa atemporalità in cui si svolgono gli eventi narrati, non fanno altro che amplificarne la sua dimensione ciclica e l'assenza di una salvifica per i protagonisti. Sono prigionieri dentro quell'appartamento, tutto è cominciato come è iniziato e tutto verrà ripetuto (il film si concluderà con lo stesso incipit).
Singolare è la figura isolata e malinconica del figlio Eric, che rimane la maggior parte del tempo chiuso nella sua stanza con le persiane delle finestre chiuse, in assenza di luce solare, vestito sempre di nero e che apre la porta della sua stanza saltuariamente per sbirciare cosa accade nell'appartamento, mentre suo padre si presta a girare il film. È una sorta di voyeur affascinato dalla figura di Tess ma l'unico incapace di sessualizzarla, userà la sua immaginazione per costruire una relazione affettiva materna con essa ed espiare le colpe del padre, uccidendolo simbolicamente.
Eric sarà anche l'unico che interromperà la registrazione filmica della sadica emulazione di stupro che suo padre e Geko avevano "scherzosamente" preparato per Tess. Lei abbandonerà le riprese, ma malgrado i segni traumatici di quella violenza preferirà ritornare sul set piuttosto che affrontare la società e la delusione di non essere accettata per partecipare al Grande Fratello. In fondo è una disadattata, un pò stupida e un pò senza carattere, ma umana e profondamente sola. L'assurdità e l'estremizzazione di questi eventi, come il felice ritorno di Tess nell'appartamento come se nulla fosse accaduto prima, vengono rappresentati registicamente con una poetica dell'enfasi "camp"³, decisamente riuscita. 
Altra scelta registica che salta all'occhio è la censura dell'immagine di ogni marchio commerciale usato nel film,  quasi a prendersi gioco della censura stessa, mentre le immagini chirurgiche di un cuore aperto e delle mutilazioni delle labbra della vagina di Tess durante la labioplastica, passano nello schermo con un parossismo disturbante. Vengono censurati anche i volti dei protagonisti quando gli attori stessi non vogliono essere filmati, in questo modo il regista "provoca" una dimensione metacinematografica che simboleggia il dominio dello stesso regista rispetto agli attori, esattamente come lo è Richard nei confronti di Geko e Tess nel filmare il film porno.
Gli oggetti inanimati esposti nel film come la vagina di gomma, il dildo o le bambole di Ken e Barbie sono continuamente confrontati con i corpi fisici dei personaggi e spesso vengono usati dagli stessi per esporre le loro narrazioni. Anche il cibo è un elemento onnipresente nel film: è continuamente consumato, sprecato, ingurgitato e vomitato, dove i volti degli attori finiscono per esserne soffocati come nell'orgia del cibo finale. Questa impersonificazione e culto nella merce è molto viva e feroce per tutto il film, ed esprime esattamente il processo di reificazione, in senso marxista, che la società capitalistica e consumistica ha sull'essere umano: quello di trasformarlo a oggetto o a ridurlo a "cosa". Lo stesso Moodysson ammetterà l'influenza marxista nel suo lavoro e spiega che il film parla davvero di «persone che cercano di navigare in  un ambiente in cui tutto è in vendita, dove tutto è uso e getta»⁴.
Un buco nel mio cuore è malsano, anarchico, complesso, devastante, ma un atto creativo fottutamene libero! Lukas Moodysson in una intervista fatta dall'Independet ha affermato: «è il mio film migliore, è la prima volta che mi sento veramente libero o forse non libero, ma sicuro di quello che sto facendo»⁵.
È un viaggio infernale nel fondo dell'oscurità umana dove la pornografia è il mezzo ma non il fine, il linguaggio del corpo, del sesso diviene il sintomo della condizione psicologica dei personaggi. Non a caso nell'incipit Tess chiede ad Eric di chiudere gli occhi e dirle cosa vede. Buio, carne, vuoto. Un vuoto oscuro che è come un grande buco, un buco come quello della vagina o della bocca di Tess, ripetutamente penetrato durante il film. Forse, un tentativo per entrare in contatto completamente con l'Altro e fondersi in una cosa sola e ritrovare la propria metà, quella metà che secondo una leggenda arcaica raccontata da Eric, sarebbe stata in origine insita nella natura umana ma che poi è stata staccata da un lampo, forse per una punizione divina, dividendo l'essere umano completo in due parti. Ogni ricerca dell'altra parte perduta ormai è vana, ci si lega a qualcosa per riempire quella mancanza, quel vuoto, che non potrà mai essere sostituito e riempito. Un buco nel cuore. Perdete ogni speranza voi che entrate!


Potete acquistare il film qui, i sottotitoli in italiano potete scaricarli qui.

Note: ¹,² Intervista da "The Guardian".
            ³ Nozioni del "camp" 
            ⁴ Intervista da "The Local"
            ⁵ Intervista da "Independent".

martedì 1 settembre 2015

Body Whitout Soul (1996)

«Tutte le forme d'arte seria e conoscenza - in altre parole,
tutte le forme di verità - sono sospette e pericolose.»

Questa citazione di Susan Sontag appare come un'avvertimento nell'introduzione del film di Wiktor Grodecki. Quello che sussegue sono una raccolta di disturbanti confessioni fatte da dieci ragazzi minorenni affondati nel mondo della prostituzione e della pornografia nella capitale della Repubblica Ceca degli anni '90. Parlano di come sono stati introdotti alla prostituzione nelle stazioni di Praga e di come inevitabilmente sono entranti nel sistema dello sfruttamento pornografico con l'incontro di un importante regista ceco di nome Pavel Rousek. Quando entra in scena la confessione impietosa di quest'ultimo, il film si trasforma in una vera e propria discesa all'inferno. I dettami dell'industria pornografica ci sono presentati senza orpelli, con le sue regole e pretese fatte a misura dei clienti stranieri, ma che nulla hanno a che vedere con il rispetto della dignità umana, sebbene risultino essere legalmente conformi alla normativa della grande industria tedesca per cui Rousek lavora. Il ritratto della realtà rappresentata è così disumana che vedere quei giovani prepararsi per girare il porno, con i loro corpi nudi ed esili sotto le docce, mentre si ispezionano tra loro per vedere se sulla pelle potrebbero avere segni che facciano sospettare ad una malattia, fa contorcere le budella dello spettatore più insensibile. E non è un caso che il regista, genialmente, attraverso un montaggio alternato accosta le sequenze del set porno a quelle della dissezione di un cadavere in obitorio per mano dello stesso Rousek, sì... perché quest'ultimo rivela di avere anche una seconda professione, proprio quella di essere un ottimo dissezionatore di cadaveri negli obitori!
Il montaggio alternato non fa altro che portare in luce le contraddizioni delle diverse confessioni dei protagonisti fino all'estremo, ed è la forza di questi raccordi dall'impatto sempre più violento tra una inquadratura ad un'altra che vanno a costruire il punto di vista impersonale ricercato dall'autore, intento a rivelare una verità più profonda oltre le esperienze soggettive dei singoli. Nascono così, dalle dichiarazioni dei ragazzi, una serie di importanti domande e risposte che fanno accapponare la pelle: vendere un corpo sessualmente è come vendere carne a macello? No, la carne a macello può essere venduta separatamente e dissezionata, il corpo sessualmente no. Se ad un cliente piace una parte del corpo non può essere tagliata, «bisogna dargli tutto il corpo insieme a quella parte» spiegano i ragazzi. E insieme al corpo è venduta l'anima? No, il cliente prende un corpo vuoto «come un bicchiere vuoto, perché è interessato solo a quello» rispondono ancora i ragazzi. Allora l'anima in quel momento dov'è? Il cliente fa sesso con un corpo morto? No, «il cliente prende anche l'anima insieme al corpo». 
Noi abbiamo un corpo e al tempo stesso siamo il nostro corpo, ciò implica che una parte del sé viene venduta agli altri, ma allora quali possono essere gli effetti di questa compravendita sulla nostra persona?
La risposta, alla conclusione del film diviene spietatamente chiara: la prostituzione e la pornografia rappresentano la massima espressione della mercificazione del corpo umano e la forma più totale dello sfruttamento della persona umana.
"Body without soul" è un'opera che disturba come poche, che ci spinge ad una riflessione difficile su un tema oggi più che mai discusso e che divide radicalmente il mondo tra chi tenta di criminalizzare la prostituzione e chi legalizzarla (come sta accadendo in Europa negli ultimi decenni). Probabilmente un'indagine sociologica e un saggio di filosofia sul tema, non renderebbero giustizia agli occhi sofferenti di quei ragazzi ridotti a "corpi senza anima" dal business del sesso, per questo motivo la visione del film diviene quanto mai necessaria. 
E diviene chiara anche la citazione di Susan Sontag nell'introduzione della pellicola: la verità è talmente "sospetta" e "pericolosa" che tornare ad impersonificare il proprio ruolo di consumatore passivo della pornografia sarà più semplice e accomodante che ricercare la verità dentro ogni corpo coinvolto nella compravendita. 
David, uno dei ragazzi che è stato infettato dall'AIDS, alla domanda del perché si è prostituito risponde: «L'anima voleva il denaro», questa risposta diventa un'eco lacerante che risuona nello spettatore per molto tempo. Come anche l'immagine del suo sorriso amaro, incastrato dopo la confessione di Rousek quando dichiara che: «Sembra che ci sia giustizia. A volte... dopotutto» in riferimento alla sua presunta grazia divina per essere riuscito a non contrarre il virus dell'AIDS, malgrado il suo stile di vita sessualmente attivo e poco protetto. Il sorriso amaro di David testimonia allora la sventura umana, che «sradica dalla vita, equivale, più o meno, alla morte» (Simone Weil). 
Il documentario attraverso il microcosmo dei ragazzi rappresenta abilmente la macrocosmica via crucis umana dentro la società patriarcale e capitalista. È accompagnato da notevoli brani di musica sacra, dal "Miserere" di Allegri al Requiem di Mozart, che inseriti nelle brutali confessioni dei ragazzi creano un effetto straniante ma di profonda e rara compassione.


Su questo link potete scaricare i sottotitoli in italiano, curati dal sottoscritto.



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