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mercoledì 27 marzo 2019

Un buco nel mio cuore (2004)

Lukas Moodysson, il regista svedese di Fucking Amal film consacrato da Ingmar Bergman come "Il primo capolavoro di un giovane maestro" e del già discusso Lilja 4-ever in questo spazio, nel 2004 tirò fuori un film che con moltissima probabilità quasi nessuno potrà ricordare, sopratutto in Italia, visto la scarsa e mancata distribuzione. Si tratta di Un buco nel mio cuore (A Hole in my Heart), un film che documenta il set di un film porno amatoriale in un piccolo e squallido appartamento di Stoccolma. Coinvolti nella storia saranno un regista di nome Richard (Thorsten Flinck), suo figlio Eric (Björn Almroth) e i due pornoattori Tess (Sanna Bråding) e Geko (Goran Marjanovic). Non mancheranno scene di sesso, confessioni in stile Grande Fratello, cibo, alcol, droga, giocattoli sessuali, e conflitti umilianti e violenti tra i protagonisti. I quattro ci guideranno dentro i loro drammi più profondi costruendo una sorta di girone infernale dal quale lo spettatore difficilmente troverà una via d'uscita.
Non aspettatevi un manifesto contro il porno ma neanche uno in suo difesa, le intenzioni di Moodysson vanno al di là delle istanze ideologiche femministe che impregnano il dibattito nella società occidentale, spesso anche stigmatizzanti verso gli attori del porno; come lui stesso dichiara "il film diventa parte di ciò di cui parla, è un sintomo, non una diagnosi"¹. Un sintomo esplicato dalla rappresentazione delle parafilie sessuali attuate dagli attori che diventano veri e propri rigurgiti di interiorità disturbate e ferite: Richard ed Eric metteranno in atto l'emulazione dello stupro nei confronti di Tess, simbolo femmineo sacrificale dell'intero film, destinata a subire e a ingurgitare (anche sotto forma di vero e proprio vomito) il machismo del regista e dell'attore, che si scopriranno avere alle spalle una storia di profonda delusione verso le figure femminili della propria moglie e madre. Tess diventa una sorta di "transfert" in cui la perversione sessuale viene sublimata a catarsi per permetterne la liberazione. Non a caso Moodysson considera il il mondo del porno una sorta di "orfanotrofio" per gli attori dove "ci sono forti legami tra persone che sono state abusate in passato e una gentilezza tra persone ferite e distrutte, che si prendono cura l'una dell'altra"². Le sequenze finali dopo la conclusione delle riprese del porno, accompagnate dalle musiche de "La Passione di San Matteo" di Bach, sono esplicative.
La regia sperimentale e sgrammaticata, l'uso violento del sonoro, la completa atemporalità in cui si svolgono gli eventi narrati, non fanno altro che amplificarne la sua dimensione ciclica e l'assenza di una salvifica per i protagonisti. Sono prigionieri dentro quell'appartamento, tutto è cominciato come è iniziato e tutto verrà ripetuto (il film si concluderà con lo stesso incipit).
Singolare è la figura isolata e malinconica del figlio Eric, che rimane la maggior parte del tempo chiuso nella sua stanza con le persiane delle finestre chiuse, in assenza di luce solare, vestito sempre di nero e che apre la porta della sua stanza saltuariamente per sbirciare cosa accade nell'appartamento, mentre suo padre si presta a girare il film. È una sorta di voyeur affascinato dalla figura di Tess ma l'unico incapace di sessualizzarla, userà la sua immaginazione per costruire una relazione affettiva materna con essa ed espiare le colpe del padre, uccidendolo simbolicamente.
Eric sarà anche l'unico che interromperà la registrazione filmica della sadica emulazione di stupro che suo padre e Geko avevano "scherzosamente" preparato per Tess. Lei abbandonerà le riprese, ma malgrado i segni traumatici di quella violenza preferirà ritornare sul set piuttosto che affrontare la società e la delusione di non essere accettata per partecipare al Grande Fratello. In fondo è una disadattata, un pò stupida e un pò senza carattere, ma umana e profondamente sola. L'assurdità e l'estremizzazione di questi eventi, come il felice ritorno di Tess nell'appartamento come se nulla fosse accaduto prima, vengono rappresentati registicamente con una poetica dell'enfasi "camp"³, decisamente riuscita. 
Altra scelta registica che salta all'occhio è la censura dell'immagine di ogni marchio commerciale usato nel film,  quasi a prendersi gioco della censura stessa, mentre le immagini chirurgiche di un cuore aperto e delle mutilazioni delle labbra della vagina di Tess durante la labioplastica, passano nello schermo con un parossismo disturbante. Vengono censurati anche i volti dei protagonisti quando gli attori stessi non vogliono essere filmati, in questo modo il regista "provoca" una dimensione metacinematografica che simboleggia il dominio dello stesso regista rispetto agli attori, esattamente come lo è Richard nei confronti di Geko e Tess nel filmare il film porno.
Gli oggetti inanimati esposti nel film come la vagina di gomma, il dildo o le bambole di Ken e Barbie sono continuamente confrontati con i corpi fisici dei personaggi e spesso vengono usati dagli stessi per esporre le loro narrazioni. Anche il cibo è un elemento onnipresente nel film: è continuamente consumato, sprecato, ingurgitato e vomitato, dove i volti degli attori finiscono per esserne soffocati come nell'orgia del cibo finale. Questa impersonificazione e culto nella merce è molto viva e feroce per tutto il film, ed esprime esattamente il processo di reificazione, in senso marxista, che la società capitalistica e consumistica ha sull'essere umano: quello di trasformarlo a oggetto o a ridurlo a "cosa". Lo stesso Moodysson ammetterà l'influenza marxista nel suo lavoro e spiega che il film parla davvero di «persone che cercano di navigare in  un ambiente in cui tutto è in vendita, dove tutto è uso e getta».
Un buco nel mio cuore è malsano, anarchico, complesso, devastante, ma un atto creativo fottutamene libero! Lukas Moodysson in una intervista fatta dall'Independet ha affermato: «è il mio film migliore, è la prima volta che mi sento veramente libero o forse non libero, ma sicuro di quello che sto facendo».
È un viaggio infernale nel fondo dell'oscurità umana dove la pornografia è il mezzo ma non il fine, il linguaggio del corpo, del sesso diviene il sintomo della condizione psicologica dei personaggi. Non a caso nell'incipit Tess chiede ad Eric di chiudere gli occhi e dirle cosa vede. Buio, carne, vuoto. Un vuoto oscuro che è come un grande buco, un buco come quello della vagina o della bocca di Tess, ripetutamente penetrato durante il film. Forse, un tentativo per entrare in contatto completamente con l'Altro e fondersi in una cosa sola e ritrovare la propria metà, quella metà che secondo una leggenda arcaica raccontata da Eric, sarebbe stata in origine insita nella natura umana ma che poi è stata staccata da un lampo, forse per una punizione divina, dividendo l'essere umano completo in due parti. Ogni ricerca dell'altra parte perduta ormai è vana, ci si lega a qualcosa per riempire quella mancanza, quel vuoto, che non potrà mai essere sostituito e riempito. Un buco nel cuore. Perdete ogni speranza voi che entrate!


Potete acquistare il film qui, i sottotitoli in italiano potete scaricarli qui.

Note: ¹,² Intervista da "The Guardian".
            ³ Nozioni del "camp" 
            ⁴ Intervista da "The Local"
            ⁵ Intervista da "Independent".

venerdì 19 novembre 2010

Lilja 4-ever (2002)

La canzone “Mein Herz Brent" dei Rammestein apre brutalmente la scena iniziale del film. Una ragazza corre per le strade di una città con il volto tumefatto, gli occhi sofferti e angosciati, spaesata in una metropoli grigiastra, chiassosa e fastidiosa. Gli uomini che la abitano sono dentro le loro macchine, travolti dalla velocità e dal rumore, sordi al grido sofferente di quella ragazza che intanto giunge su un ponte sopra un'autostrada e fissa il precipizio. Forse per buttarsi e farla finita? Con questa potente sequenza di apertura si apre l'opera di Lukas Moodysson (chi non lo conoscerà per il pluripremiato e straordinario Fucking Amal), che ci condurrà in un lungo viaggio, non solo per conoscere, ma soprattutto per immergere il nostro sguardo in quel 'grido' d'aiuto. Lilja ha 16 anni e vive in un povero e desolato sobborgo dell'ex Unione Sovietica, sua madre, un’ex prostituta, dopo aver conosciuto attraverso un'agenzia di incontri un uomo russo, deciderà di partire con lui negli Stati Uniti, promettendo a Lilja che le permetterà di raggiungerla dopo qualche mese. Ma questo abbandono temporaneo lascerà presto spazio al peggio. La zia di Lilja, per motivi economici, la scaccerà dalla sua casa costringendola a trasferirsi in un appartamento squallido. Motivi che si riveleranno ben presto menzogne, quando Lilja scoprirà che la donna si è trasferita nella sua casa. Lilja è troppo inesperta per affrontare le grandi responsabilità che le sono state imposte dagli adulti, e per difendersi dalle ingiustizie che le vengono inflitte continuamente. Rimarrà inerme, ferita, vulnerabile e rassegnata al suo crudele destino. Senza la protezione di alcun adulto, diventa facilmente il capro espiatorio per tutti gli abitanti della provincia. Così, la sua amica, dopo essersi prostituita per guadagnare una somma di denaro, cercherà di giustificarsi dalle accuse del padre, dando la colpa a Lilja, sostenendo che quei soldi erano un regalo di lei, ottenuti prostituendosi. La situazione peggiorerà quando i ragazzi del quartiere inizieranno a usare Lilja per soddisfare i loro più bassi istinti sessuali, proprio quei ragazzi che, solo poche settimane prima, si divertivano a sputarle addosso dal balcone di casa, chiamandola "prostituta" per allontanarla dal quartiere.


Accanto a Lilja c'è solo il piccolo Volodia, anche lui emarginato e senza famiglia, che diventerà il suo amico fedele quando lo salverà dal suo primo tentativo di suicidio. In questo contesto, c’è da sottolineare i meriti di una regia poetica e delicata capace di tessere un legame profondo tra i due attori. Nel film questo rapporto assumerà un valore fondamentale, rappresentando l’unico rapporto autentico in grado di proiettare una speranza per il futuro dei due ragazzi. Successivamente, Lilja incontrerà un ragazzo di nome Andrei, che la persuaderà a trasferirsi in Svezia per motivi di lavoro. Volodia, spinto dalla gelosia, è convinto che Andrei intenda approfittare di lei, ma Lilja non gli darà ascolto. Tuttavia, una volta giunta in Svezia, scoprirà amaramente che le previsioni di Volodia erano fondate: verrà venduta come schiava sessuale. Questa volta, rimarrà completamente sola, rinchiusa in un appartamento dove un uomo la farà uscire soltanto per costringerla a prestazioni sessuali con clienti di ogni età. Ad ogni suo tentativo di fuga l'uomo la picchierà e minaccerà: «La polizia ti riporterà in Russia, lì ho degli amici che ti uccideranno». Si susseguiranno diverse scene, una più disturbante dell'altra, dove tutte le inquadrature degli abusi sessuali sono riprese in soggettiva (il regista dichiarerà che il cameraman del film ha avuto persino delle ripercussioni psicologiche girandole). La violenza sistematica che circonda Lilja diventa così insopportabile che le provoca un processo di dissociazione profonda. La sua mente si isola dalla realtà e comincia a vedere l'enigmatica immagine del piccolo Volodia, raffigurato con ali, che assume il ruolo di angelo custode. Questa apparizione onirica non rappresenta soltanto una fuga dalla sofferenza, ma diventa il simbolo di una speranza interiore, un faro in grado di confortarla e guidarla durante la sua prigionia. Lilja riuscirà a scappare dall'appartamento grazie al suo aiuto, ma si perderà tra le strade della città straniera, viaggiando senza meta fin quando non noterà una macchina della polizia. A questo punto, come un deja-vu violento, ci viene ripresentata la scena introduttiva del film: Lilja è terrorizzata e corre smarrita per la metropoli, la fotografia curata da Ulf Brantås si tinge di tonalità più cupe e il brano "Mein Herz Brent" dei Rammstein acquisisce un'intensità cinematografica rara. È come se fossimo lì e stessimo guardando il mondo attraverso gli occhi di Lilja. Difficile trattenere le lacrime. Lascio a voi l'esito della sua storia, che è ispirata alla vita di Dangoule Rasalaite.


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