• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Italia. Mostra tutti i post

sabato 25 aprile 2020

Vincere (2009)

È la storia di Ida Dalser, una donna benestante che nel 1909, a Trento, lavorando come giornalista in un periodico socialista conobbe Benito Mussolini, con il quale instaurò una relazione sentimentale. La sua totale devozione per il suo amato la portò a finanziare la sua attività politica e a fondare il noto giornale "Il Popolo d'Italia", che dal 1922 divenne anche il giornale ufficiale del Partito Nazionale Fascista. Ida ebbe anche un figlio con Mussolini, di nome Benito Albino, che fu riconosciuto nel 1916 dallo stesso. La donna però fu abbandonata con suo figlio proprio quando Mussolini ascese al potere diventando il Duce e decise di sposare Rachele Guidi con la quale ebbe una figlia. Ida sosteneva di essere l'unica vera moglie di Mussolini perché aveva celebrato un matrimonio religioso con lui, il cui il certificato andò perduto (intenzionalmente?) assieme ai registri parrocchiali. Ida nonostante le continue minacce e intimidazioni da parte del Partito Fascista, decise di non rimanere in silenzio e per questa ragione fu internata in un manicomio dove vi morì in una lenta e sofferente agonia.
La tragica storia di Ida Dalser, con tutte le sue contraddizioni, oggi diviene una forte testimonianza della violenza politica, quella fascista, che ha caratterizzato gli anni più bui della storia d'Italia del Novecento. Il tradimento personale subito da Ida coincide anche con quello di Benito Mussolini rispetto al socialismo, per questa ragione la sua storia possiede una forte lettura politica.
La regia di Marco Bellocchio ci restituisce un ritratto intenso e feroce del fascismo, adotta un audace stile futurista nell'uso delle didascalie e nell'utilizzo dei filmati di archivio d'epoca, fondendo efficacemente le immagini di finzione con quelle documentaristiche. Le potenti e originali musiche di Carlo Crivelli accompagnano le scene con pathos, nella colonna sonora spicca anche un brano di Philip Glass ("The Window of Appearances") che accompagna la toccante scena innevata e notturna dove Ida getta le lettere dai cancelli del manicomio.
Ida Dalser è interpretata da una incredibile Giovanna Mezzogiorno, in quella che è la sua migliore performance della sua carriera artistica, l'intensità del suo volto in lacrime nella scena dell'interrogatorio mi ha fatto pensare a La passione di Giovanna D'arco di Carl Theodor Dreyer. È anche interessante notare la scelta di aver fatto interpretare sia Benito Mussolini che suo figlio Benito Albino dallo stesso attore Filippo Timi; da un lato la scelta sembra voler richiamare l'ossessione a quel "modello" di uomo e politico a cui il popolo italiano era fortemente ispirato e ammaliato, dall'altro amplifica il duplice abbandono di Ida che si ritroverà isolata dai due uomini - dallo stesso volto - che ha più amato nella sua vita.
Vincere è un film imponente, drammatico e crudo, capace di rappresentare con durezza la violenza psicologica tipica del totalitarismo; è un pugno sullo stomaco che non si dimentica e probabilmente è l'ultimo grande film di Bellocchio.


Il film è disponibile in Blu-Ray in un'edizione dell'Artificial Eye su questo link.

sabato 16 marzo 2013

Io e te (2012)

Lorenzo è un ragazzo di 14 anni che secondo il suo psicologo è affetto da un disturbo narcisistico di personalità che lo porta ad isolarsi e ad non avere empatia verso gli altri. Quando arriverà la settimana bianca, Lorenzo fingerà di partire con la sua classe per rifugiarsi solo nella cantina di casa sua con una scorta di viveri, un formicaio e un libro sui vampiri. La tranquilla solitudine del suo rifugio verrà però ostacolata dall'arrivo di Olivia, la sua sorellastra che non vede da molti anni. Olivia è una tossicodipendente in crisi di astinenza e metterà in crisi il piano di Lorenzo.
La storia è tratta dall'omonimo libro di Niccolò Ammaniti, che personalmente non ho letto e non ho intenzione di farlo. Quello che infatti colpisce dell'ultima opera di Bernardo Bertolucci non è la sua storia, che non colpisce di sicuro per l'originalità, ma è la capacità della macchina da presa di osservare e catturare la naturalezza i due corpi chiusi nella cantina di Jacopo Olmo Antinori (Lorenzo) e Tea Falco (Olivia). I due attori sembra che non si limitino solo ad interpretare i loro personaggi, ma a viverli. Più i minuti della pellicola scorrono, più i due si schiudono, si sfiorano, si toccano, si aggrediscono, si ravvicinano e si legano. È un processo straordinario che avviene senza che lo spettatore se ne renda conto. La fotografia di Fabio Cianchetti gioca con i contrasti tra la luce fioca e calda delle lampade e le ombre nette e profonde della cantina, dando ai volti dei personaggi una deformazione tale da accentuare la loro instabilità e la loro ricerca di calore umano.
Quella cantina diviene un luogo senza tempo, dove due anime ribelle cominciano a scoprire dei valori confrontando le loro storie, è una rottura al tempo frenetico della società. La metafora del formicaio che viene accidentalmente distrutto durante lo scontro tra Olivia e Lorenzo, diviene esemplificativo per descrivere questa rottura, disastrosa, ma necessaria per la conquista della libertà.
Colpisce Olivia, quando ripresa dall'astinenza, comincia a parlare del suo lavoro fotografico (che è quello della vera Tea Falco) in cui sottolinea la sua necessità di eliminare ogni punto di vista per ritrovare quell'armonia, solidarietà, che è il fondamento del legame umano.
Un'ultima cena e un ballo d'addio sotto le note di "Ragazzo solo, ragazza sola" di David Bowie, ci regalano uno dei momenti più intensi del film. Segue l'ultimo pianosequenza del film (di cui non rivelo il risvolto narrativo per i lettori), girato appena dopo l'ora blu dell'alba, che si conclude con un zoom sul viso di Jacopo/Lorenzo rivelando una luce diversa nei suoi occhi e nel suo sorriso. Una scelta stilistica che non può che ricondurci direttamente al volto finale di Antoine Doinel ne "I 400 Colpi" di François Truffaut, ma che non soffre di un meccanico citazionismo intellettuale (come le numerose citazioni alla Nuovelle Vague in "The Dreamers") perché oltre che essere una scelta necessaria al percorso interiore del protagonista, è una scelta guidata da un profondo senso di devozione rispetto a quei valori cinematografici che hanno inaugurato il cinema d'autore e che inevitabilmente devono continuare a rivivere, a risplendere in altri film, in altre storie moderne, oggi. "Io e Te" è sicuramente una piccola e luccicante perla del cinema italiano, che ci accompagna in un nuovo e luminoso cammino con Bertolucci.


Il film in Italia è disponibile in DVD, ma non in BLU-RAY, tuttavia se siete interessati a quest'ultimo esiste una notevole edizione dell'Artificial Eye. Può anche essere visionato in streaming su Prime Video.

martedì 2 novembre 2010

La Pivellina (2009)

Zona di San Basilio a Roma. Un giorno Patti, un'artista circense che gestisce spettacoli di strada con il marito Walter, mentre è in cerca del proprio cane in un parco vicino al suo camper, si imbatte in una bambina di circa due anni. Anche se la bambina non parla ancora bene riesce a pronunciare il suo nome: Asia. Patti comincia sospettare che sia stata abbandonata e troverà un biglietto addosso alla bambina con su scritto che la madre tornerà a prenderla. Da quel momento Patti, con l'aiuto del marito e di Tairo (un adolescente che vive in un altro camper con la nonna), decideranno di occuparsi della bimba senza mai rinunciare alla ricerca della madre. Senza alcun dubbio Tizza Covi e Rainer Frimmel sono più che influenzati dal cinema francese, riprendono la loro piccola protagonista con la naturalezza dello sguardo di Truffaut e soprattutto con lo spiazzante realismo dei Fratelli Dardenne, lo fanno attraverso l'uso della presa diretta del sonoro, dei dialoghi essenziali, della mdp a spalla e dei lunghi pianosequenza. Forse il limite è anche questo, l'influenza stilistica dardenniana sembra prevalere sui fini narrativi del film, perché il finale amaro e aperto del film, non riesce a sorprendere più di quanto in realtà vorrebbe. Ma nonostante ciò, il film è un crescendo di emozioni perché la forza dei suoi ritratti umani, così spontanei, dolorosi, gioiosi, è vera, tangibile.


Il film rappresenta bene anche uno spaccato sociale su un mondo povero e marginale come quello circense, in netto contrasto con quello piccolo-borghese dove il pregiudizio classista domina tra i rapporti umani (Es. Tario che non viene mai invitato a casa da un suo amico). C'è anche una critica istituzionale e politica in fondo ad alcune sequenze, a questo proposito fa riflettere molto la scena in cui Tairo studia su un libro scolastico la storia della seconda guerra mondiale, dove le ideologie imperialiste e fasciste sono mostrate come una naturale disputa tra due avversari, piuttosto che uno scontro morale. Ed è così che citazioni belliciste come quella di Mussolini che enuncia «ho bisogno di qualche migliaio di morti per potermi sedere al tavolo tra i vincitori» sembrano liberamente interpretabili da chi legge. E ricordiamoci che chi le legge sono giovani ragazzi che si prestano a diventare adulti. Allora ci si chiede: ma la storia che si studia a fare se non c'è critica storico-politica?


Di una tenerezza spontanea tutte quelle sequenze in cui la piccola Asia entra in relazione con Tario e Patti, come quella in cui saltella con degli stivaloni sulle pozzanghere o quella in cui tenta di imparare le parole evocando suoni e sillabe assurde. Si giunge alla scena finale con una grande suspence e con un magone in gola per la materna pietà che suscita compositamente il rapporto tra Patti e Asia.
In sostanza "La pivellina" è una piccola perla del cinema italiano che il pubblico farebbe bene a visionare, perché anche se la sua forma non è imponente, il suo contenuto, a mio avviso, è importante.

 

Il film è disponibile in streaming su Prime Video.

Post più popolari