mercoledì 2 novembre 2011

Tomboy (2011)

Laure è una giovane bambina che da poco si è trasferita con i suoi genitori in una cittadina dove non conosce nessuno. Un giorno però incontra Lisa, che per uno strano scherzo del destino (ma non troppo visto il suo vestire unisex) la scambia per un maschio. Laure non esita a cogliere l'occasione per presentarsi come Mickäel. Laure sarà felice, libera dal vincolo del sesso biologico che la definisce come "femmina", giocherà come ha sempre voluto giocare, si comporterà come ha sempre voluto comportarsi, sarà finalmente se stess*.
Cèline Sciamma, dopo il brillante esordio "Naissance des pieuvres", torna a raccontare delle problematiche che interessano le persone LGBTQ+, questa volta esponendo il complesso "problema" dell'identità di genere. Adotta uno stile documentaristico, favorendo quel "distacco" tipicamente naturalistico così caro al cinema di François Truffaut, che ci permette di seguire la nostra piccola Laure/Mickäel nel suo mutamento senza giudizi, analizzando antropologicamente quel che le accade dentro e attorno a lei. C'è una tensione che cresce nell'opera, ed è la suspence del segreto di Laure, dell'inevitabile coinvolgimento della sorella più piccola al grande gioco, che divertita le taglierà i capelli e fingerà di fronte ai suoi amici di avere un fratello maggiore. Laure/Mickäel, d'altro canto, per rendere credibile la sua nuova identità durante un bagno al laghetto con gli amici, sarà costretta ad usare un pezzo di plastilina dentro le mutandine per far sembrare di avere un pene e quando le scapperà la pipì finirà per nascondersi tra i cespugli. Pur facendosi carico di queste enormi difficoltà Laure/Mickäel non demorde e prosegue la sua affermazione identitaria nel gruppo, imponendosi credibilmente come un maschio. Ne ha la forza, la determinazione, il ruolo, il comportamento e ha anche l'amore di Lisa, che si inaugura tra i due con un bacio dietro le quinte di un boschetto di fronte al lago, alla luce del tramonto. Tutta la sua felicità dipende dall'affermazione della sua identità di genere. 
Ma questo segreto, sempre più scomodo, non potrà durare per sempre, purtroppo quel cortile non è la società, ne è solo un suo microcosmo, quello dei giochi d'infanzia che non può che finire col fare i conti con quello macro degli adulti. Quando Laure/Mickäel piccherà un suo amico perché ha fatto del male alla sorellina, si ritroverà la mamma del ragazzino a suonare il campanello di casa sua. La madre di Laure/Mickäel finirà per scoprire che il giovane Michael è proprio sua figlia! Qui Sciamma fa c'entro conducendoci ad una scena illuminante: la madre costringerà Laure/Mickäel ad indossare un abito femminile e a chiedere scusa ai suoi amici; lo spettatore sente tutta l'umiliazione e l'ingiustizia di un simile comportamento, che non è dettata da una madre cattiva che non accetta la figlia, ma piuttosto da una madre che non può comprendere la figlia («Non mi da' fastidio che giochi a fare il ragazzo. E non mi fa neanche pena»), perché costretta a confrontarsi da quell'entità "invisibile" chiamata Istituzione, che detta norme sulle questioni di genere. Istituzione che nel film è rappresentata dalla scuola, che definisce gli alunni in base all'identità cisgender, imponendo questo concetto culturale in tutta la società. La madre non può che tentare di "normalizzare" la figlia, inconsapevole dell'importanza che "l'essere maschio" ha per lei. È proprio da questa falla del sistema sociale che nasce il dramma della piccola Laure. Ma la protagonist* resisterà a quella forza istituzionale che affonda le sue radici nella cultura patriarcale, e in una scena simbolica, quanto catartica, lascerà via il suo abito femminile tra i rami di un albero. Il finale del film apre uno spiraglio di luce con quel sorriso così malizioso e tenero che Laure/Mickäel scambia con Lisa, ormai cosciente del segreto e che non sembra aver cambiato i suoi sentimenti.
Com'è possibile prevedere oltre i titoli di coda, inizierà una lunga battaglia per l'affermazione dell'identità della protagonista nella società adulta, al di là di quel piccolo cortile dove un segreto innocente e un grande sogno erano possibili. Un film dal basso budget, girato con una Canon 7D, ma tecnicamente impeccabile, il risultato è delicato, toccante, la sua forza è tutta nella due sorelle protagoniste interpretate da Zoé Héran e la piccola Malonn Lévana. È un'opera che brilla come una perla in fondo agli abissi di un panorama cinematografico sempre più costoso e scadente. Cèline Sciamma alla pari della maturità ed essenzialità dell'austriaca Jessica Hausner (che ci aveva illuminati con il suo "Lourdes"), si afferma come una delle più grandi registe del panorama cinematografico europeo. Il film si è aggiudicato il Premio della giuria al Teddy Word nel 2011. 


È disponibile in streaming su Prime Video.

5 commenti:

  1. ehyy bentornato, bellissimo film, l'ho visto è raccontato in maniera delicatissima da una regisa molto sensibile da non perdere eh? :)

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  2. l'hai descritto proprio bene, come merita. vero, una novità il modo in cui queste situazioni umane vengono raccontate.

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  3. Piccolo capolavoro che ci regala ancora una volta la produzione straniera! Céline Sciamma, come hai detto tu, dopo l'incisivo Naissance des Pieuvres torna a parlare della tematica omosessuale ma stavolta scardinando i principi fondamentalisti che la pongono spesso nell'adolescenza critica. Stavolta sono gli occhi e l'animo di una bambina e di chi la circonda a rendere il tutto fantastico. Bellissima recensione! Da non perdere per nessuno motivo!

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  4. mi fa piacere vedere tutti questi pareri concordi!

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  5. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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