• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
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martedì 18 marzo 2025

Flow - Un mondo da salvare (2024)

In un mondo post-apocalittico dove l’uomo è ormai scomparso, un gatto lotta per sopravvivere a un'inondazione che ha sommerso la sua casa. Costretto a rifugiarsi su una barca, incontra un labrador giocherellone, un capibara pigro, un lemure cleptomane e un serpentario ferito. Questi animali, così diversi eppure accomunati dal tragico destino, intraprendono un lungo viaggio che li porterà a scoprire non solo la forza della sopravvivenza, ma anche il significato più profondo della cooperazione. 
Fin dai primi minuti, lo spettatore viene incantato dalla straordinaria tecnica d’animazione, da un’ambientazione così ricca di dettagli che crea un'atmosfera palpabile, e dai lunghi movimenti di macchina che invitano ad immergersi completamente nella narrazione. Per la realizzazione Gints Zilbalodis, il regista lettone, ha rinunciato al tradizionale storyboard, lavorando direttamente con gli ambienti in 3D, in cui ha posizionato telecamere virtuali e inserito i personaggi, facendoli muovere nell'imponente scenario, quasi come fosse un videogame. “Questo è stato necessario,” ha spiegato, “perché ci sono molte inquadrature lunghe e complicate in cui la telecamera si muove nello spazio, il che sarebbe impossibile da disegnare negli storyboard.” L’animazione di Flow si distingue anche per il suo approccio naturalistico, lontano dall’antropomorfismo tipico dei classici Disney o Pixar. Gli animali non sono figure idealizzate o caratterizzate da tratti umani, ma incarnano comportamenti autentici, come quelli osservabili nella natura. Per ottenere questo livello di realismo, il regista si è valso della collaborazione di un team di animatori suddiviso in tre squadre, operanti in Francia e Belgio. Prima dell’inizio della produzione, gli artisti hanno trascorso una settimana insieme visitando lo zoo e studiando una vasta gamma di riferimenti fotografici e video, in modo da riprodurre fedelmente i movimenti e le interazioni degli animali. Il film, composto da 22 sequenze e 307 inquadrature, è stato completato in sei mesi, con una media di due secondi animati al giorno per ciascun animatore, evidenziando un impegno e una precisione straordinaria. Ma Flow va ben oltre l’eccellenza tecnica: è un’opera che parla di identità, trasformazione e rinascita attraverso la natura stessa. L’assenza dell’uomo – l’artefice della crisi climatica – non è un semplice sfondo, bensì una scelta narrativa potente che critica la visione antropocentrica con cui l’uomo ha sempre considerato la natura e gli animali. La stessa barca, che diventa rifugio per gli animali, ricorda l’Arca di Noè, ma in una versione senza umani, che diventa il simbolo di un salvataggio non più legato all’intervento divino o all’umanità, ma all’unità e all’armonia che possono nascere solo dalla convivenza e dalla cooperazione tra specie. In questo contesto, la cooperazione che si sviluppa tra il nuovo gruppo di animali, non si configura come un semplice mutualismo, bensì come una forma più profonda di cooperazione solidale, un nuovo paradigma in un mondo in cui i continui cambiamenti climatici mettono costantemente in pericolo l'ordine naturale.


Un aspetto interessante del film è la presenza di uno specchio che possiede gelosamente il lemure nella barca: inizialmente, gli altri naufraghi vi si riflettono con curiosità senza riconoscersi, ma nel finale, quando il gruppo si riunisce, riescono a vedersi chiaramente specchiandosi nell'acqua. Essi sviluppano un’"identità collettiva" che trascende la specie, suggerendo che la consapevolezza di sé e la costruzione dell’identità non siano processi individuali, ma emergano attraverso la cooperazione, l’integrazione e l’empatia verso l’altro.
Una delle scene più belle del film è quella in cui l’acqua si eleva in un "vortice ascensionale", sollevando sia il gatto che il serpentario da terra. In seguito, il serpentario vola in alto verso una luce nel cielo, fino a  scomparire definitivamente. Questo fenomeno naturale, arricchito dal simbolismo visivo, trasforma l’ascensione in un’esperienza mistica e sacrificale. Dopo lo straordinario evento, infatti, l’acqua si ritira, ripristinando l’equilibrio nel mondo. Parallelamente, anche la balena (dall'aspetto "mutante") assume un ruolo enigmatico e salvifico nel corso del film: durante l'inondazione, il gatto la scorge per la prima volta e, subito dopo, compare una barca destinata a salvarlo. Successivamente, la stessa balena gli impedirà l’annegamento raccogliendolo sulla sua testa e riportandolo in superficie. Nel finale, essa appare “morta” e priva d’acqua, simbolo del sacrificio e del ritorno all’ordine. Nei titoli di coda, la sua riapparizione nell’oceano – un silenzioso presagio che lascia aperto il dubbio su una possibile nuova inondazione – accentua ulteriormente il suo valore simbolico, intensificando il mistero che avvolge la sua imponente figura.
Da sottolineare, la presenza di una colonna sonora suggestiva, composta dallo stesso regista Zilbalodis insieme a Rihards Zaļupe, che intreccia i suoni naturali con le melodie elettroniche, guidando lo spettatore in un percorso sensoriale che amplifica ogni emozione e attimo di tensione. Ottoni, marimba e percussioni scandiscono il ritmo del viaggio, facendo da eco alle immagini che si susseguono sullo schermo, in un’armoniosa sinfonia che racconta una storia senza dialoghi ma densa di significati. 
Flow è uno dei più grandi film d'animazione prodotti negli ultimi trent'anni, come l'altrettanto meraviglioso La Tartaruga Rossa di Michaël Dudok de Wit, si distingue per una potenza visiva e musicale che lo rende un esempio eccezionale di narrazione senza parole. La sua visione sfida lo spettatore a ripensare il rapporto con la natura, invitandolo a considerare la possibilità che, senza la presenza distruttiva dell’uomo, la vita possa esprimere forme di solidarietà e armonia fino ad ora inimmaginabili. Si è aggiudicato meritatamente il Premio Oscar come Miglior film d'animazione del 2025. 


Il film è disponibile per il noleggio e l'acquisto digitale su Rakuten TV.

venerdì 16 dicembre 2022

La sirenetta (1968)

Titolo originale: Rusalochka (Русалочка). Prima che il film Disney debuttasse nell'88', il noto studio d'animazione sovietico Soyuzmultfilm produsse un corto d'animazione ispirato alla versione originale della fiaba di Hans Christian Andersen. Il film fu inserito nella serie antologica Storie della mia infanzia trasmessa nel 98' sul canale americano PBS e arrivò poco dopo anche in Italia sul canale Rai 3 all'interno del programma per bambini la Melevisione. La versione doppiata italiana però differisce molto dall'originale per dialoghi e colonna sonora, compromettendo l'impronta minimalista della regia di Ivan Aksenchuk, è bene quindi evitarla. Il film gode di un'edizione restaurata distribuita dalla Krupny Plan e Soyuz Video, che ci permette di ammirare pienamente il lavoro dell'animazione, dal particolare design dei personaggi e degli elementi scenici dettagliati, all'utilizzo della tecnica del collage fotografico per la creazione di sfondi. Il film si apre nella moderna e grigia Copenaghen, dove alcuni turisti si riuniscono per vedere la famosa statua della sirena della capitale, mentre una guida turistica ne spiega il significato come simbolo dell'esistenza dell'amore. Una pesciolina sbuca nell'acqua e spiega agli altri pesci che gli umani sono stupidi a pensarlo e che in realtà «l'amore non esiste e le sirene sì». Già da questa introduzione si fa chiara la natura dell'opera, fedele alla brutalità e tragicità della fiaba originale. La pesciolina continua il suo racconto sulla storia della sirenetta e improvvisamente avviene una rottura stilistica: il bianco e nero e le forme goffe e impersonali dei personaggi che caratterizzano fin qui l'animazione, vengono sostituiti da un meraviglioso mondo di colori e figure più caratteristiche e simboliche. Un'esperienza visiva difficilmente esplicabile in parole e scandita da un'altrettanto suggestiva colonna sonora composta da Aleksandr Lokshin, merita una menzione la canzone originale "La tua povera nave è scomparsa nel mare" sui versi del poeta sovietico Alexander Galich e cantata dal soprano Viktoriya Ivanova, tra le musiche troviamo anche la "Toccata e fuga in re minore (BWV 565)" di Johann Sebastian Bach. Questo è un piccolo capolavoro dell'animazione che fareste bene a scoprire.





Puoi recuperare il film sottotitolato in italiano su questo link.

giovedì 14 aprile 2022

Il poema del vento e degli alberi (1987)

Film d'animazione diretto dal regista giapponese Yoshikazu Yasuhiko nel 1987, è tratto dall'omonimo manga illustrato da Keiko Takemiya e pubblicato serialmente dal 1976 al 1980, noto per essere una delle primissime opere dette shōnen-ai, genere dedicato al romanticismo omosessuale. La storia è ambientata nella Francia del IX secolo in un collegio maschile, qui un giovane di nome Serge Battour viene alloggiato con Gilbert Cocteau, uno studente misantropico che viene ostracizzato dagli alunni e dai professori della scuola per il suo assenteismo e le relazioni sessuali che instaura con gli studenti maschi più grandi. Serge cercherà di stringere amicizia con il compagno di stanza e aiutarlo ad integrarsi con gli altri compagni, ma senza risultati, Gilbert assumerà sempre un atteggiamento di rifiuto e al tempo stesso seduttivo nei suoi confronti. Scopriremo che lo strambo comportamento di Gilbert ha cause profonde, è infatti vittima di abusi fisici e psicologici da parte del suo zio Auguste Beau, una figura rispettata nell'alta società francese, che manipola i sentimenti del ragazzo per condurlo a comportamenti masochistici. La storia si farà sempre più disturbante, il corpo esile di Gilbert sperimenterà relazioni sempre più sadomasochistiche con gli adulti, portandolo all'inevitabile autodistruzione. Serge nonostante le difficoltà e i rifiuti, non lascerà mai solo Gilbert e si prenderà cura di lui, scoprendo un sentimento più profondo dell'amicizia.
Quello che colpisce di più di questa storia è la sua forte impronta occidentale che è resa evidente dall'estetica dei personaggi, Gilbert somiglia tantissimo al giovane Björn Andrésen del film "Morte a Venezia" di Luchino Visconti, anche la presenza di rituali e simboli cristiani è onnipresente, che nella storia hanno una duplice funzione: dal punto di vista psicologico, fungono da ostacolo morale all'accettazione della natura dei sentimenti omoaffettivi di Serge, e dal punto di vista figurativo fungono come metafora del supplizio che il corpo di Gilbert subisce, che è messo provocatoriamente in parallelo all'immagine del Cristo crocifisso. Le animazioni di Yasuhiko mantengono un'impronta fortemente minimalista, fossilizzandosi sulle ambientazioni interne che sollevano una maggior tensione psicologica, la colonna sonora presenta composizioni classiche di Bach e Chopin, e altre composizioni originali di Nobuyuki Nakamura che fanno da contrasto al carattere crudo della storia. Il legame sentimentale che nasce tra Serge e Gilbert viene inaugurato magnificamente dall'astrazione delle immagini finali, in cui i due corpi si uniscono in un'atmosfera celestiale, come ad ad esprimerne il sentimento puro da cui sono mossi. A detta dei fan, il film di Yasuhiko non renderebbe giustizia al manga perché racchiuderebbe un piccolissimo assaggio dell'opera, infatti l'anime dura appena un'ora ed effettivamente sul passato di Gilbert e sulla figura di Auguste si sarebbe potuto mostrare di più, ma personalmente come spettatore estraneo al manga, devo ammettere che la sua brevità non gli impedisce di essere un film incisivo e memorabile. Oltretutto è uno dei primissimi film d'animazione a trattare questo scottante tema.
Il film con mia gran sorpresa è stato distribuito in Italia nel 2006 in un'edizione DVD dalla Yamato Video, contenente sia l'audio originale giapponese che il doppiaggio italiano con Marisa Della Pasqua nei panni del giovane Serge e Paola Della Pasqua nei panni di Gilbert. Quindi non c'è nessuna scusa per non vederlo!

venerdì 4 marzo 2022

Conflict (1983)

Titolo originale: Конфликт. Conflitto è un corto d'animazione sovietico prodotto dalla Soyuzmultfilm nel 1983, ideato da Garri Bardin (l'autore del capolavoro Adagio). Nella sua autobiografia, pubblicata nel 2013, ha dichiarato che l'idea gli è venuta da un sogno:
«Ho solo sognato il prossimo film. Mi sono svegliato con la sensazione di un grande regalo. Fiammiferi, che non condividevano la stessa scatola. Alcuni con teste blu, altri con quelle verdi. La lite si trasformò in una guerra nucleare. E tutti bruciarono».
Il corto è una straordinaria rappresentazione in stop-motion di questo inquietante sogno, come sempre il regista si distingue per la sua forte impronta minimalista, pochissimi sono gli elementi in scena, come anche i colori, ma ingegnosamente organizzati, magistrale è l'uso delle luci che attraverso le ombre caratterizza i dettagli e l'espressività dei fiammiferi. Ad accompagnare la tragedia finale è il Concerto ad adagio per oboe e archi in re minore di Alessandro Marcello. Impossibile non essere colti dai brividi nell'ultima sequenza, in cui i fiammiferi vengono chiusi nella scatola come in una pietra tombale. Un capolavoro condensato in 7 minuti, che ci ricorda quanto folle sia la sciovinismo e la guerra. Il film nonostante l'enorme successo, non fu approvato dal Comitato Statale dell'URSS per la Cinematografia che lo bollò come "troppo pacifista".


Il corto può essere visionato su questo link.

mercoledì 10 novembre 2021

Belladonna of Sadness (1973)

Ispirato al saggio "La strega" di Jules Michelet, è il terzo e ultimo film d'animazione della trilogia Animerama e l'unico ad essere scritto e diretto esclusivamente da Eiichi Yamamoto. La sua produzione durò ben 7 anni, dal 1967 al 1973, e al momento dell'uscita fu un fallimento commerciale che contribuì alla bancarotta della Mushi Production. Fortunatamente il film con il passare degli anni è stato rivalutato, diventando un vero e proprio cult. Nel 2015 è stato ridistribuito nella sale cinematografiche in nuova versione restaurata in 4K.
Il film narra della vita di Jean e Jeanne, una coppia di novelli sposi, che vivono in un villaggio rurale della Francia medievale. La tradizione vuole che i sudditi debbano offrire al loro barone dei doni, in segno di gratitudine per aver concesso loro il sacro vincolo del matrimonio. Jean si dirigerà dal barone per offrirgli una mucca, ma lui ne pretenderà dieci. Non potendo soddisfare la richiesta del barone, la moglie Jeanne verrà costretta a passare la prima notte di nozze con lui secondo lo Ius primae noctis ("diritto della prima notte", anche conosciuto come "diritto del signore"). Il barone la stuprerà senza pietà e dopo la consegnerà a tutti i suoi cortigiani che abuseranno di lei in egual modo. Jeanne, insanguinata e terrorizzata tornerà da Jean, tentando inutilmente di riconciliarsi con lui. La disperazione e l'umiliazione di Jean saranno tali che lo porteranno a tentare di strangolare la moglie, ma quando prenderà coscienza di tale atto, fuggirà via di casa per la vergogna. Jeanne rimasta completamente sola con il suo dolore, comincerà ad avere delle strane visioni: le apparirà un piccolo spirito dalla forma fallica che la stuzzicherà sessualmente, promettendole di ottenere molto potere e un giorno di vendicarsi del barone. Jeanne con la promessa di salvare suo marito, accetterà il patto con l'inquietante esserino, che si rivelerà essere l'impersonificazione di Satana. L'essere aumenterà progressivamente le sue fattezze ogni qual volta Jeanne patteggerà con lui, ma questa metamorfosi sarà speculare, la donna infatti acquisterà sempre più fascino, potere, salute e ricchezza, elevando progressivamente il suo rango sociale, fino a sfidare la posizione e reputazione del barone.



Il film è composto da illustrazioni magnifiche, che sembrano principalmente essere influenzate dall'arte occidentale, possiamo scorgere nelle eleganti e voluttuose figure femminili lo sguardo di Gustav Klimt, nelle forme stilizzate e le linee pure, gli inchiostri in bianco e nero di Aubrey Beardsley, ma anche la drammaticità delle linee spigolose e la cromia decadente delle opere di Egon Schiele. Le immagini, soprattutto nella prima parte del film, sono statiche e descrivono figurativamente proprio la staticità, l'austerità di quello stesso mondo medievale dominato dalla morale cristiana. Le animazioni invadono gradualmente la staticità delle illustrazioni sgretolando tutte le inamovibili certezze di quel mondo. Emblematico è l'evento dello stupro in cui la figura di Jeanne verrà lacerata e immersa dal suo stesso sangue che pulserà animatamente nel suo sesso, i quali schizzi prenderanno le sembianze di spettrali pipistrelli rossi, un'immagine di incredibile violenza e intensità che prefigura una rottura formale. Rottura che troverà la sua massima espressione attraverso le tentazioni di Satana, aprendo così le porte ad un mondo visionario sempre più caotico, sovversivo e pagano. Quando la protagonista si donerà completamente a Satana, assisteremo ad un vero e proprio trip visivo, in cui elementi figurativi della storia rinascimentale e moderna si sovrapponeranno gli uni agli altri, orgiasticamente, dominando tutto lo spazio-tempo filmico. Questa scissione non sarà affatto casuale, perché anticiperà gli intenti dell'opera che si riveleranno nel tragico e potente finale: Jeanne, una volta acquisito il potere necessario grazie a Satana, diverrà una vera e propria strega, le sue conoscenze porteranno la popolazione ad acquisire una maggiore libertà sessuale (come la pratica della contraccezione e dell'amore libero extraconiugale), oltre che a salvare innumerevoli vite umane dalla peste grazie alle sue erbe mediche. Diverrà una donna talmente influente che il barone, percependo la grossa perdita di consensi, finirà di proporle di diventare il suo braccio destro, ma Jeanne non si accontenterà e gli chiederà di ottenere tutto il suo potere. Il barone prontamente si rifiuterà e condannerà Jeanne al rogo. L'impressionante scena del rogo finale ha molte analogie figurative con la Passione di Cristo, la donna sarà infatti crocifissa e successivamente fatta bruciare, il suo amato Jean tenterà di ribellarsi, ma verrà ucciso da una lancia di un soldato che si conficcherà nel suo costato, e l'ultimo sottile e poetico riferimento alla Passione sarà l'immagine della folla che comincerà a tremare come un'onda sismica non appena i due amanti moriranno. Ma quel terremoto si rivelerà essere di natura emozionale: è l'ira del popolo che verrà prontamente stemperata dalle minacciose lance dei soldati. Ma c'è un altro ma, i volti delle donne del popolo diverranno quelli di Jeanne, che incarneranno, simbolicamente, lo spirito sovversivo di tutti i futuri mutamenti sociali che porteranno alla rivoluzione francese. Yamamoto gestisce con intelligente e provocante audacia l'iconografia cristologica per costruire una parabola sovversiva sulla rivoluzione.


Il film, ad una prima lettura, potrebbe sembrare un omaggio al movimento di liberazione sessuale, ma sarebbe semplicistico definirlo tale, perché è molto ma molto di più di questo. Non è un caso che abbia persino suscitato parecchia indignazione da una parte del pubblico femminile, che ha bollato il film come anti-femminista e promotore di una "cultura dello stupro". I motivi sarebbero imputabili allo sguardo onnisciente maschile che filtra tutto l'immaginario della storia: la figura di Jeanne è sempre erotizzata, il suo corpo è continuamente violato per gran parte della durata del film e la sua libertà, la sua emancipazione femminile dipende esclusivamente da Satana che tenta in tutti i modi di dominarla. In sintesi, il pene del barone detiene il potere del mondo medievale e quello stesso mondo viene sovvertito dal pene di Satana. Questa visione fallocentrica risulterebbe così degradante per il genere femminile. In realtà se mettessimo da parte tali conclusioni e analizzassimo attentamente il film capiremmo che Satana viene presentato chiaramente come una parte dell'Io della protagonista, ed è essendo la protagonista eterosessuale, il suo immaginario erotico, il suo desiderio sessuale non può che essere indirizzato verso un uomo e i suoi genitali, oltretutto ciò che frena la protagonista dal fornicare con Satana non è certo l'assenza di piacere o la mancanza di consenso (inizialmente è divertita da quella piccola forma fallica), ma il suo senso di colpa, inculcato proprio da quella stessa morale cristiana che impone ai suoi sudditi il coito completo, esclusivamente finalizzato alla riproduzione e all'interno di una relazione matrimoniale monogama. La protagonista grazie a Satana scopre il piacere delle zone erogene del suo corpo, ma scopre anche la sua parte maschile, scopre così di poter avere un posto, un ruolo, un potere nel mondo, esattamente come è possibile per un uomo. Una visione diametralmente opposta alle accuse di sessismo, ma neanche prossima ad una visione libera da qualsiasi assoggettamento del dominio maschile. Ma sta proprio qui la potenza tragica dell'opera, Jeanne non è altro che una Proserpina che lotta continuamente per la sua libertà, spaccata e contesa letteralmente tra due mondi. Tracce del patriarcato vivono ancora oggi, fuori e dentro di noi, hanno persino attraversato gli oltre duecento anni che ci separano dalla rivoluzione francese, come una maledizione senza fine. "Belladonna of Sadness" è un film oscuro, maledetto, controverso, capace ancora oggi di suscitare un'enorme quantità di emozioni e riflessioni contrastanti, è un film che sfugge disinvoltamente ad una chiave interpretativa, non puoi tentare di addomesticarlo, come succede solo con i grandi capolavori.

martedì 2 febbraio 2021

Wolfwalkers - Il popolo dei lupi (2020)

Mentre la stragrande maggioranza dei film d'animazione prodotti in Occidente continuano la loro imperterrita strada nel 3D ostentando il realismo, spesso con risultati abbastanza discutibili, dall'Irlanda il genio di Tomm Moore si impone con incanto e potenza con le sue semplici e pure animazioni in 2D. Wolfwalkers, probabilmente, rappresenta la vetta del suo percorso artistico iniziato con lo straordinario The Secret of Kells (2009) e consacrato con il successivo La canzone del mare (2014). Il film è anche il terzo e ultimo di una trilogia ispirata alla mitologia irlandese, che come i predecessori vede prendere vita antiche leggende celtiche legate alla spiritualità del paganesimo. Qui però la critica al mondo monoteista è più sentita e feroce, aprendo molteplici e interessanti riflessioni sul rapporto tra uomo e natura, tra mondo civilizzato e selvaggio, sul dominio che esiste tra le specie, sul potere della paura e la conseguente negazione della propria natura, tutte riflessioni rappresentate con profondità nella semplicità, mai banalmente e mai illustrate didatticamente come spesso accade nei film del genere d'animazione. La sorellanza tra le due protagoniste appartenenti a due mondi e visioni completamente diverse è il fulcro centrale del film, durante le loro disavventure e dissidi si rimane urtati, feriti e commossi. Il tutto all'interno di un'animazione che dà libero sfogo alla dimensione interiore delle protagoniste. I colori, i segni, le forme, le luci e persino il cambio del formato del campo visivo dove si muovono i soggetti, sono perfettamente coniugati ai moti dell'anima dei personaggi. La colonna sonora struggente di Bruno Coulais va a definire magistralmente questo vortice di emozioni. Verso il finale il pathos accresce come in pochi film d'animazione si è provato negli ultimi tempi. Proprio come i graffi dei wolfworkers che "contagiano" gli esseri umani legandoli al mondo dei lupi, anche lo spettatore rimarrà contagiato dalla bellezza di questo universo magico. Capolavoro.


Potete guardare il film in streaming su questo link sottoscrivendo un abbonamento ad Apple TV+.
Se siete nuovi clienti potete usufruire dei 7 giorni gratuiti di prova.

lunedì 16 novembre 2020

The Plague Dogs (1982)

Ispirato all'omonimo romanzo "The Plague Dogs" (I cani della peste) di Richard Adamas, è il secondo film d'animazione scritto, diretto e prodotto da Martin Rosen, noto al pubblico per "Watership Down" (La collina dei conigli) uscito nel 1978, un altro film d'animazione basato da un romanzo di Adamas. Rosen in un'intervista rilasciata nei contenuti speciali del Blu-Ray di "The Plague Dogs" (uscito solo 2019), dichiara subito le difficoltà che ha dovuto affrontare per permettere la realizzazione di questo film, a partire dai finanziamenti e dalla sua successiva distribuzione al pubblico, che è potuta concretizzarsi soltanto eliminando due scene particolarmente violente e di cui si è pentito amaramente di tagliare. Oggi finalmente è stata distribuita in home video la versione integrale e guardandola ci si rende conto di quanto Rosen abbia ragione. La violenza nel film non è mai gratuita ma tutt'altro, perché è il prodotto di un'efficace e onesta rappresentazione etologica dei due cani protagonisti. Fin dalle primissime immagini del film, ci si sente emotivamente coinvolti dalle vite di  Rown (un labrador meticcio) e Snitter (un piccolo smooth fox terrier), due dei tanti cani usati come cavie in un laboratorio di vivisezione situato nel Lake Discritc. Rown viene usato ripetutamente per un'esperimento di resistenza all'acqua, quindi ogni volta viene annegato e poi "resuscitato", mentre Snitter ha subito un intervento sperimentale al cervello di cui è visibile il taglio sul cranio. Entrambi riusciranno a fuggire dal laboratorio attraverso il condotto d'aria dell'inceneritore, ma una volta liberi si troveranno sperduti tra le montagne inglesi e la sua fauna selvatica. Qui, tra l'angoscia della vastità di un mondo a loro sconosciuto, dovranno affrontare una grande lotta di sopravvivenza che metterà a dura prova la loro stessa natura di animali domestici. In loro aiuto arriverà una misteriosa volpe di nome Tod che osserverà da lontano i loro comportamenti e cercherà di sfruttarli a suo vantaggio. "The Plague Dogs" con i suoi colori tetri e spenti e le sue didascalie che scandiscono in rosso i giorni che i due protagonisti vivono in "libertà", è un'esperienza disturbante e che tocca nel profondo. Il deterioramento fisico dei cani e la loro incessante ricerca della libertà e della speranza in un mondo continuamente oscuro e ostile, è straziante. Lo sguardo dell'obiettivo è fedele a quello degli animali per tutta la durata, le intrusioni umane nello spazio filmico sono fugaci e si riducono a voci fuori campo o a inquadrature delle loro gambe quando i cani si avvicinano. Spesso viene usata un'inquadratura soggettiva quando un umano avvista i due cani, una scelta che tende a rendere al tempo stesso impersonale e anonima l'identità umana e a rafforzare il punto di vista dei due cani che ne avvertono la sua minaccia e intrusione. Sebbene il film soffra un po' nella parte centrale per la prolissità e la ripetitività, la conclusione ripaga l'attesa. Come fa notare lo stesso Rosen, il finale differisce dal libro perché non è consolatorio, ma più realista: il dramma di Rown e Snitter si spezza con un'immagine di straordinaria suggestione e poesia, quella della spiaggia dove la loro fuga dagli umani si interrompe e insieme nuotano incessantemente nel mare verso un'isola, la loro ultima speranza che prende vita... un miraggio nell'agonia o l'ascesa verso l'altro mondo. La canzone scritta per il film "Time & Tide" di Alan Price accompagna dolentemente questo magico momento. Più si pensa a questo film, più ci si rende conto della sua grandezza.


Il film non gode di alcuna distribuzione in Italia, ma è possibile acquistare il Blu-Ray in lingua originale nello store di Amazon su questo link. I sottotitoli in italiano possono essere recuperati qui nel sito di opensubtitles.

lunedì 8 giugno 2020

Paprika - Sognando un sogno (2006)

Ultimo lungometraggio del genio d'animazione Satoshi Kon, morto prematuramente a causa di un tumore al pancreas nel 2010. Il film è ambientato in un futuro dove l'invenzione di un dispositivo chiamato DC Mini, permette agli psicoanalisti di immergersi nei sogni dei loro pazienti, entrando a contatto con la loro parte subcosciente, al fine di conoscere e curare stati alterati e problematiche nascoste dell'io. La giovane dottoressa Atsuko Chiba è il capo dell'equipe che lavora al progetto e utilizza il dispositivo illegalmente per aiutare i suoi pazienti. Per non essere identificata entra nei sogni utilizzando una sorta di "avatar" impersonificato da Paprika, una giovane e attraente ragazza. Un giorno però dal laboratorio verranno rubati tre DC Mini, che verranno usati in modo malevolo, scopriremo che i dispositivi hanno un potere enorme, cioè quello non solo di entrare nei sogni delle persone ma anche di controllarli e di fonderli, fino a risucchiare la stessa realtà. 
Il film si sviluppa in una serie di incredibili eventi dove realtà e sogno si alternano con frenesia, spesso disorientando e sorprendendo per l'enorme quantità di connessioni e narrazioni che vengono aperte. L'intreccio narrativo, malgrado la sua estrema complessità, è gestito in maniera perfetta. La storia ci conduce verso un finale visivamente disturbante e allucinante, dove il magma caotico dell'inconscio collettivo dell'umanità finisce per dominare tutta la realtà: oggetti inanimati come bambole, mobili, dispositivi tecnologici, statue e simboli religiosi di ogni nazione del pianeta, prendono vita, marciando e fondendosi con gli umani, in una processione senza fine. Interessante è lo sviluppo del personaggio di Toshimi Konakawa, probabilmente l'alter ego del regista, che attraverso il suo sogno ricorrente apre riflessioni esistenzialiste sul senso della settima arte. Accompagnato da una colonna sonora suggestiva composta da Susumu Hirasawa, perfetta nell'accentuare le atmosfere oniriche del film, Paprika assieme a Perfect Blue rappresenta la vetta più alta del cinema di Satoshi Kon.


Il film è disponibile per l'acquisto in blu-ray su questo link.


sabato 11 aprile 2020

La jeune fille sans mains (2016)

«A volte mi sentivo come se fossi la mia eroina, i miei mezzi erano così limitati»
Sébastien Laudenbac

Questo film d'animazione ha una storia sofferta. Inizialmente era un progetto diverso e molto più grande, la cui preparazione durò 7 anni, ma che il regista e i suoi collaboratori dovettero abbandonare a causa dei finanziamenti insufficienti. Laudenbach, anni dopo, decise di ritornare sul progetto ma cambiandolo radicalmente nella forma, limitandone così i costi. Si dice che i grandi artisti siano quelli che riescono a produrre grandi opere con i mezzi più poveri, Laudenbach allora ne è la prova vivente, perché questo film d'animazione, ispirato all'omonima fiaba dei fratelli Grimm, è una meravigliosa perla rara. La particolarità delle animazioni del film è che sono caratterizzate da semplici linee, pellennate e macchie di colore che muovendosi, quasi danzando, danno forma ai tratti e alle espressioni dei personaggi, su uno sfondo di carta la cui texture è simile a un papiro. Questa scelta non è casuale, visto che il papiro si ricava proprio da una pianta acquatica (principalmente del Nilo) e il fiume è l'elemento chiave del film, quello "salvifico" e che lega i protagonisti della fiaba. L'estrema sintesi della forma è così avvincente ed equilibrata che non ne pregiudica affatto i fini espressivi, tant'è che ne potenzia persino il coinvolgimento emozionale, proprio perché lo spettatore è teso a completare anche "mentalmente" le forme, stimolando, inconsciamente, il proprio immaginario interiore. Il film riesce davvero a ricostruire atmosfere arcaiche e inquietanti, la figura spettrale e metamorfica del Diavolo, ad esempio, è formalmente appena abbozzata, ma riesce ad essere una delle rappresentazioni più disturbanti mai viste in un film. Anche il sonoro è particolarmente curato, c'è una dettagliata rappresentazione dei rumori naturali e un ottimo doppiaggio francese. Le musiche sono composte da Olivier Mellano, che aveva già collaborato in passato con il regista in due cortometraggi, il compositore racconta così questa collaborazione: «abbiamo questo modo di lavorare insieme molto istintivo, molto leggero e abbastanza crudo», infatti la colonna sonora è minimalista e utilizza prevalentemente lo strumento della chitarra, la canzone finale "Wild Girl" è composta e scritta dallo stesso regista. Il finale fiabesco nella sua semplicità è toccante, e si dirige inaspettatamente verso la trascendenza. Il genio visionario di Sébastien Laudenbac anche se meno riconosciuto in termini di popolarità rispetto all'animatore francese Michael Dudok de Wit (La Tortue Rouge), è altrettanto straordinario. E se non l'avete ancora scoperto, questo è il momento giusto per farlo.


Il film sfortunatamente non è disponibile in home video in Italia, però è acquistabile qui nella sua edizione americana, per quanto riguarda i sottotitoli in italiano potete trovarli su questo link.

martedì 10 maggio 2011

Il brutto anatroccolo (2010)

Sono felice di parlare nuovamente in questo spazio di Garri Bardin, autore del corto Adagio di cui avevo parlato qualche mese fa. Questa volta Bardin ispirato dalla favola de Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen realizza un bellissimo lungometraggio su cui ci ha lavorato per ben 6 anni, solo per la realizzazione di 400 pupazzi di oche, galline e anatre. La favola non poteva che essere riletta in chiave socio-politica, la diversità del brutto anatroccolo dovrà infatti fare i conti con l'entità della "nazione": la collettività circoscritta nella fattoria che si rappresenta con una bandiera che raffigura un uovo e che è abitata sempre dallo stesso tipo di animali, dimostrandosi incapace di integrare "modelli" diversi da quelli dominanti. Gli animali non conoscono il mondo oltre la recinzione perciò non possono sapere la differenza tra un uovo di un cigno e quello di una gallina, come non possono riconoscere un pulcino di cigno.
L'uovo però è fondamentale, è ciò che da' origine alla prole e mantiene la sopravvivenza della sua specie, è il fondamento della famiglia, perciò la fattoria espone ogni mattino la citata bandiera con il simbolo dell'uovo, accompagnata da un inno popolare martellante cantato da tutti gli animali, un rituale collettivo che diviene una spietata metafora del nazionalismo. Perciò in questo contesto, è divertente vedere un gallo che per mostrare alla comunità che ha fatto un uovo più grande delle altre famiglie, prende un uovo di un cigno che trova per caso oltre la ricezione e lo trasferisce dentro la fattoria per iniziare a covarlo. Per uno strano scherzo del destino, nascerà il "brutto anatroccolo" che verrà subito ripudiato e umiliato dai genitori adottivi e da tutta la comunità a causa delle sue sembianze fisiche molto diverse dagli altri pulcini. Il brutto anatroccolo, non avendo rifermenti e radici della sua identità, si adeguerà passivamente in quel microcosmo e farà di tutto per essere accettato. Simbolico sarà il suo dormire arrotolato alla bandiera dopo essere stato rifiutato dalle varie famiglie di anatre, oche e galline (che al contrario suo, dormono calorosamente l'una accanto all'altra) come se cercasse di trasferire disperatamente nella bandiera la speranza di essere integrato, di ottenere l'accettazione. L'esaltazione del nazionalismo diventa un ostacolo per la realizzazione della sua natura, in chiave marxista come accade in ogni culto, più cose si trasferiscono all'oggetto di culto, meno l'uomo ne risente in se stesso.
Non riuscirà infatti a fuggire via scoprendo altri mondi e modi di vivere, sui quali potrebbe ritrovare la sua vera identità, ma vi sarà costretto solo quando verrà cacciato dalla stessa comunità. 
Nel film non manca neanche la critica alla famiglia, qui rappresentata come un'istituzione perversa, dove ogni atto compiuto dai genitori si riversa sui figli che imitano a loro volta i genitori: esemplare è quel calcio che il gallo da' all'uovo del brutto anatroccolo e che i suoi figli pulcini imiteranno ogni volta nel corso del film. L'insistenza della ritualità del quotidiano nella struttura narrativa dell'opera di Bardin, ha sempre un suo perché e non è mai lasciata a caso, proprio perché nel finale vuole portare lo spettatore ad una rottura formale, che rivelerà la natura trascendente dell'opera.
Nella conclusione del film, il brutto anatroccolo è diventato un bellissimo cigno ma è incapace di volare, così per aiutarlo uscirà dal suo corpo un piccolo spirito guida che ha le stesse sembianze di quando era solo un brutto anatroccolo, si tratta del bambino interiore o divino, che simbolicamente guarisce le ferite emotive dell'infanzia permettendoci di spiccare il volo nell'età adulta. La famiglia, lo Stato, gli inni nazionali, non avranno più potere su di lui, volando guarderà dall'alto la fattoria che si rivelerà solo un minuscolo pezzo della realtà di questo incredibile mondo. Questo momento straordinario è accompagnato dalle magnifiche musiche de Il lago dei cigni di Tchaikovsky. Il film è un poetico e brillante manifesto della libertà, un inno alla bellezza della diversità, un capolavoro d'animazione che entra nel cuore.


Il film non è mai stato distribuito in Italia, tuttavia è disponibile
acquistarlo qui in Blu-Ray nella sua edizione francese.

lunedì 22 novembre 2010

Adagio (2001)

Ringrazio i blogger di Occhi sulle Espressioni e Barren Illusions per avermi fatto conoscere Garri Bardin, un animatore russo che lavora in stop-motion e che lo fa in un modo impareggiabile.
I suoi lavori si riconoscono subito per la spietata critica sociale ma anche per la sua forte impronta minimalista: i suoi soggetti sono sempre rappresentati da oggetti comuni e di uso quotidiano come fiammiferi, origami e corde, che in una mente ordinaria potrebbero sembrare "senza vita" ma che nella mente stra-ordinaria di Bardin prendono vita attraverso l'uso minuzioso dello stop-motion con un uso altamente espressivo delle luci, delle ombre, dei colori, restituendoci così vaste gamme di espressioni umane che arrivano a toccare le corde più profonde nell'animo dello spettatore, come davvero pochi sanno fare nel mondo dell'animazione, sopratutto in Occidente. Il cortometraggio "Adagio" è il capolavoro di Bardin che ho preferito, eh già... perché di capolavori ne ha fatti tanti (qui nel suo canale ufficiale Youtube potete visionarne alcuni).
Il titolo del corto richiama proprio le note malinconiche dell'Adagio in sol minore composto da Tomaso Albinoni e arrangiato da Remo Giazotto, che fa da colonna sonora alle meravigliose immagini degli origami che caratterizzano il cortometraggio e che costruiscono una potente parabola sulla religione e l'intolleranza. La storia si sviluppa attraverso un gruppo di uccelli di origami grigi che simboleggiano l'umanità e quella di un uccello di origami bianco che richiama la figura di un Messia. Gli umani/origami grigi si muovono faticosamente nel bel mezzo di una tempesta e guardano con molto sospetto la presenza dell'origami bianco che gli mostra che è possibile superare facilmente il loro tortuoso cammino, nonostante la tempesta. Gli origami grigi non gli credono, rifiutano il suo messaggio di speranza e si sentono provocati dalla sua fede, così lo attaccano. L'origami bianco manifesta una resistenza soprannaturale alla loro violenza e si rialza, ma gli origami grigi continuano a colpirlo fino ad ucciderlo. L'origami bianco allora resuscita dimostrando a tutti che esiste l'eternità, i grigi a questo punto comprenderanno il loro errore e come un gruppo di fanatici religiosi lo aduleranno formando una processione, mentre tengono in mano un cartello che lo ritraggono. Sconvolgente e geniale è la sequenza finale: entra in scena un uccello di origami nero che viene notato dai grigi per il suo aspetto bizzarro e i suoi movimenti non perfettamente coordinati alla loro marcia, così viene rimproverato e isolato. L'origami nero al contrario del bianco è privo di poteri soprannaturali, perciò subisce passivamente i giudizi e le angherie dei grigi. Diviene un potente simbolo della discriminazione umana. Interessante è anche l'amara metafora umana che si cela negli origami grigi: pur avendo delle ali per poter volare rifiutano di farlo per paura della tempesta, come l'uomo quando limita la sua libertà a causa delle sue paure.
Ho appreso anche che il corto è liberamente ispirato dal racconto "Danko's Burning Heart" di Maxim Gorky. Ma forse è un particolare irrilevante come anche tutti i fiumi di parole su cui ci ho buttato sopra, godetevelo in silenzio:


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