• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
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venerdì 4 marzo 2022

Conflict (1983)

Titolo originale: Конфликт. Conflitto è un corto d'animazione sovietico prodotto dalla Soyuzmultfilm nel 1983, ideato da Garri Bardin (l'autore del capolavoro Adagio). Nella sua autobiografia, pubblicata nel 2013, ha dichiarato che l'idea gli è venuta da un sogno:
«Ho solo sognato il prossimo film. Mi sono svegliato con la sensazione di un grande regalo. Fiammiferi, che non condividevano la stessa scatola. Alcuni con teste blu, altri con quelle verdi. La lite si trasformò in una guerra nucleare. E tutti bruciarono».
Il corto è una straordinaria rappresentazione in stop-motion di questo inquietante sogno, come sempre il regista si distingue per la sua forte impronta minimalista, pochissimi sono gli elementi in scena, come anche i colori, ma ingegnosamente organizzati, magistrale è l'uso delle luci che attraverso le ombre caratterizza i dettagli e l'espressività dei fiammiferi. Ad accompagnare la tragedia finale è il Concerto ad adagio per oboe e archi in re minore di Alessandro Marcello. Impossibile non essere colti dai brividi nell'ultima sequenza, in cui i fiammiferi vengono chiusi nella scatola come in una pietra tombale. Un capolavoro condensato in 7 minuti, che ci ricorda quanto folle sia la sciovinismo e la guerra. Il film nonostante l'enorme successo, non fu approvato dal Comitato Statale dell'URSS per la Cinematografia che lo bollò come "troppo pacifista".


Il corto può essere visionato su questo link.

martedì 10 maggio 2011

Il brutto anatroccolo (2010)

Sono felice di parlare nuovamente in questo spazio di Garri Bardin, autore del corto Adagio di cui avevo parlato qualche mese fa. Questa volta Bardin ispirato dalla favola de Il brutto anatroccolo di Hans Christian Andersen realizza un bellissimo lungometraggio su cui ci ha lavorato per ben 6 anni, solo per la realizzazione di 400 pupazzi di oche, galline e anatre. La favola non poteva che essere riletta in chiave socio-politica, la diversità del brutto anatroccolo dovrà infatti fare i conti con l'entità della "nazione": la collettività circoscritta nella fattoria che si rappresenta con una bandiera che raffigura un uovo e che è abitata sempre dallo stesso tipo di animali, dimostrandosi incapace di integrare "modelli" diversi da quelli dominanti. Gli animali non conoscono il mondo oltre la recinzione perciò non possono sapere la differenza tra un uovo di un cigno e quello di una gallina, come non possono riconoscere un pulcino di cigno.
L'uovo però è fondamentale, è ciò che da' origine alla prole e mantiene la sopravvivenza della sua specie, è il fondamento della famiglia, perciò la fattoria espone ogni mattino la citata bandiera con il simbolo dell'uovo, accompagnata da un inno popolare martellante cantato da tutti gli animali, un rituale collettivo che diviene una spietata metafora del nazionalismo. Perciò in questo contesto, è divertente vedere un gallo che per mostrare alla comunità che ha fatto un uovo più grande delle altre famiglie, prende un uovo di un cigno che trova per caso oltre la ricezione e lo trasferisce dentro la fattoria per iniziare a covarlo. Per uno strano scherzo del destino, nascerà il "brutto anatroccolo" che verrà subito ripudiato e umiliato dai genitori adottivi e da tutta la comunità a causa delle sue sembianze fisiche molto diverse dagli altri pulcini. Il brutto anatroccolo, non avendo rifermenti e radici della sua identità, si adeguerà passivamente in quel microcosmo e farà di tutto per essere accettato. Simbolico sarà il suo dormire arrotolato alla bandiera dopo essere stato rifiutato dalle varie famiglie di anatre, oche e galline (che al contrario suo, dormono calorosamente l'una accanto all'altra) come se cercasse di trasferire disperatamente nella bandiera la speranza di essere integrato, di ottenere l'accettazione. L'esaltazione del nazionalismo diventa un ostacolo per la realizzazione della sua natura, in chiave marxista come accade in ogni culto, più cose si trasferiscono all'oggetto di culto, meno l'uomo ne risente in se stesso.
Non riuscirà infatti a fuggire via scoprendo altri mondi e modi di vivere, sui quali potrebbe ritrovare la sua vera identità, ma vi sarà costretto solo quando verrà cacciato dalla stessa comunità. 
Nel film non manca neanche la critica alla famiglia, qui rappresentata come un'istituzione perversa, dove ogni atto compiuto dai genitori si riversa sui figli che imitano a loro volta i genitori: esemplare è quel calcio che il gallo da' all'uovo del brutto anatroccolo e che i suoi figli pulcini imiteranno ogni volta nel corso del film. L'insistenza della ritualità del quotidiano nella struttura narrativa dell'opera di Bardin, ha sempre un suo perché e non è mai lasciata a caso, proprio perché nel finale vuole portare lo spettatore ad una rottura formale, che rivelerà la natura trascendente dell'opera.
Nella conclusione del film, il brutto anatroccolo è diventato un bellissimo cigno ma è incapace di volare, così per aiutarlo uscirà dal suo corpo un piccolo spirito guida che ha le stesse sembianze di quando era solo un brutto anatroccolo, si tratta del bambino interiore o divino, che simbolicamente guarisce le ferite emotive dell'infanzia permettendoci di spiccare il volo nell'età adulta. La famiglia, lo Stato, gli inni nazionali, non avranno più potere su di lui, volando guarderà dall'alto la fattoria che si rivelerà solo un minuscolo pezzo della realtà di questo incredibile mondo. Questo momento straordinario è accompagnato dalle magnifiche musiche de Il lago dei cigni di Tchaikovsky. Il film è un poetico e brillante manifesto della libertà, un inno alla bellezza della diversità, un capolavoro d'animazione che entra nel cuore.


Il film non è mai stato distribuito in Italia, tuttavia è disponibile
acquistarlo qui in Blu-Ray nella sua edizione francese.

lunedì 22 novembre 2010

Adagio (2001)

Ringrazio i blogger di Occhi sulle Espressioni e Barren Illusions per avermi fatto conoscere Garri Bardin, un animatore russo che lavora in stop-motion e che lo fa in un modo impareggiabile.
I suoi lavori si riconoscono subito per la spietata critica sociale ma anche per la sua forte impronta minimalista: i suoi soggetti sono sempre rappresentati da oggetti comuni e di uso quotidiano come fiammiferi, origami e corde, che in una mente ordinaria potrebbero sembrare "senza vita" ma che nella mente stra-ordinaria di Bardin prendono vita attraverso l'uso minuzioso dello stop-motion con un uso altamente espressivo delle luci, delle ombre, dei colori, restituendoci così vaste gamme di espressioni umane che arrivano a toccare le corde più profonde nell'animo dello spettatore, come davvero pochi sanno fare nel mondo dell'animazione, sopratutto in Occidente. Il cortometraggio "Adagio" è il capolavoro di Bardin che ho preferito, eh già... perché di capolavori ne ha fatti tanti (qui nel suo canale ufficiale Youtube potete visionarne alcuni).
Il titolo del corto richiama proprio le note malinconiche dell'Adagio in sol minore composto da Tomaso Albinoni e arrangiato da Remo Giazotto, che fa da colonna sonora alle meravigliose immagini degli origami che caratterizzano il cortometraggio e che costruiscono una potente parabola sulla religione e l'intolleranza. La storia si sviluppa attraverso un gruppo di uccelli di origami grigi che simboleggiano l'umanità e quella di un uccello di origami bianco che richiama la figura di un Messia. Gli umani/origami grigi si muovono faticosamente nel bel mezzo di una tempesta e guardano con molto sospetto la presenza dell'origami bianco che gli mostra che è possibile superare facilmente il loro tortuoso cammino, nonostante la tempesta. Gli origami grigi non gli credono, rifiutano il suo messaggio di speranza e si sentono provocati dalla sua fede, così lo attaccano. L'origami bianco manifesta una resistenza soprannaturale alla loro violenza e si rialza, ma gli origami grigi continuano a colpirlo fino ad ucciderlo. L'origami bianco allora resuscita dimostrando a tutti che esiste l'eternità, i grigi a questo punto comprenderanno il loro errore e come un gruppo di fanatici religiosi lo aduleranno formando una processione, mentre tengono in mano un cartello che lo ritraggono. Sconvolgente e geniale è la sequenza finale: entra in scena un uccello di origami nero che viene notato dai grigi per il suo aspetto bizzarro e i suoi movimenti non perfettamente coordinati alla loro marcia, così viene rimproverato e isolato. L'origami nero al contrario del bianco è privo di poteri soprannaturali, perciò subisce passivamente i giudizi e le angherie dei grigi. Diviene un potente simbolo della discriminazione umana. Interessante è anche l'amara metafora umana che si cela negli origami grigi: pur avendo delle ali per poter volare rifiutano di farlo per paura della tempesta, come l'uomo quando limita la sua libertà a causa delle sue paure.
Ho appreso anche che il corto è liberamente ispirato dal racconto "Danko's Burning Heart" di Maxim Gorky. Ma forse è un particolare irrilevante come anche tutti i fiumi di parole su cui ci ho buttato sopra, godetevelo in silenzio:


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