domenica 26 settembre 2021

Society (1989)

Il film inizia come un banale teen horror, il cui protagonista è Bill Whitney, un giovane liceale figlio di una ricca famiglia di Beverly Hills. Nonostante la sua vita benestante e la soddisfacente vita scolastica, non riesce ad essere felice perché qualcosa lo turba, fa spesso degli incubi, ha delle strane allucinazioni e dialoga pochissimo con la sua famiglia, si sente estraneo nella sua stessa casa e teme che i suoi genitori gli nascondino qualcosa, arriverà persino a dubitare di essere il loro figlio biologico. Tutti timori che il ragazzo confiderà al suo psicoterapeuta, il Dr. Cleveland, che però lo tranquillizzerà definendole semplici paranoie. Un giorno però il suo amico David, l'ex ragazzo di sua sorella, gli darà un nastro audio registrato di nascosto durante una delle feste tra ricconi organizzata dalla sua famiglia, dove si scopriranno essere impegnati in un raccapricciante rituale, una strana orgia con la loro figlia, che si concluderà con quello che sembrerà essere un omicidio di uno dei presenti, con tanto di godimento collettivo. Bill, terrificato dalla registrazione, cercherà delle risposte, ma durante la sua ricerca subirà delle continue pressioni sociali che tenteranno di occultare la verità di quei nastri. 
Society sarà anche un film non riuscito, «pretenzioso e odioso» come lo definì il Variety nel '95 e con un protagonista non particolarmente espressivo, interpretato da un Billy Warlock, che il Messaggero nella sua critica del '90 appuntò «ha il brutto difetto di stare sempre con la bocca aperta», eppure nessun spettatore potrà essere preparato a quello che accadrà nell'ultima mezz'ora di film. Gli effetti visivi curati da Screaming Mad George, daranno inizio a un'orgia del male, descritta nel film come "shuting", che si imprimerà nel cervello dello spettatore come uno dei peggiori incubi cinematografici mai visti. Non a caso la sequenza del perverso rituale è visivamente ispirata all'opera pittorica "Il grande masturbatore" del genio surrealista e dell'inconscio Salvador Dalì. Il grottesco, l'humour noir e la satira sollevata dal film fino a quel momento, non faranno altro che estendere l'orrore della messa in scena. Se si riderà, saranno risate amare, perché la metafora del potere prenderà vita con tutta la sua ferocia: è una terrificante rappresentazione della dominazione sui corpi e del risucchio di ogni forma di individualismo, i corpi sociali si fondono, si appiccicano e si nutrono dell'energia vitale dei ribelli, conformandoli al sistema o distruggendoli. Non è un caso che il corpo dello sfortunato David, dopo essere stato "assaporato" da tutti i presenti, verrà consegnato al giudice Carter, proprio all'uomo che rappresenta il potere giudiziario, per finirlo con la sua fatale penetrazione. Nel lotta finale persino Billy eliminerà il suo tanto odiato rivale con la stessa pratica, penetrandolo e ribaltando tutta la sua massa corporea. Ribaltando quindi, simbolicamente, anche il suo ruolo da vittima a carnefice. E cosa c'è di più tetra e orrifica la battuta finale del giudice Carter quando dirà: «Ho l'impressione che dovrò andare a un debutto a Washington, la prossima estate», chiudendo il capitolo di una storia, ma che ne aprirà altre, perché il potere dell'elite continuerà il suo corso nel mondo. Lo shuting è dentro il sistema. L'orrore è nell'ordinario, in quel sistema sociale di continue lotte di classe, irrimediabilmente endemico. Un cult indimenticabile.

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