• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
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venerdì 1 marzo 2024

La zona d'interesse (2023)

Uscito nelle sale cinematografiche italiane il 22 Febbraio, è il film più discusso del momento e che sta raccogliendo ampi elogi e consensi da parte della critica e del pubblico. È uno dei pochi casi in cui si può affermare che tutto questo rumore è ben comprensibile e giustificato.
Come racconta Jonathan Glazer al New York Times il film per la realizzazione ha richiesto un lavoro di 9 anni, tutto è iniziato quando lesse su un giornale un'anteprima del romanzo "La zona d'interesse" scritto da Martin Amis, il libro è narrato in parte da un comandante immaginario di Auschwitz, Glazer fu immediatamente attratto da questa prospettiva, così fece delle ricerche sul materiale originale di Amis, consultò il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau e scoprì dettagli inediti sulla storia della famiglia del comandante Rudolf Höss, che poi sono finiti nel film. Tra questi, la rivelazione che il giardino della loro casa condivideva un muro con il campo di concentramento e che un giorno nell'estate del '43, secondo la testimonianza del giardiniere, la coppia ebbe un'animata discussione perché il comandate Höss doveva rispettare l'ordine di trasferirsi a Berlino e la moglie non voleva assolutamente abbandonare quella casa.
Nel film Rudolf Höss è interpretato da Christian Friedel e la moglie Hedwig Höss da Sandra Hüller. I due coniugi vivono con i loro cinque figli in una casa che hanno sempre sognato e conducono una tranquilla ed agiata vita famigliare. Hedwig con l'aiuto della servitù si occupa della casa e cura con passione il giardino, Rudolf porta ogni tanto a pescare i figli nel fiume vicino e la notte racconte fiabe alla figlia più piccola, nel giardino c'è anche una piccola piscina dove i bambini possono giocare e divertirsi. Glazer e il direttore della fotografia Łukasz Żal hanno installato fino a 10 telecamere all'interno e intorno alla casa e le hanno mantenute in funzione contemporaneamente, permettendo agli attori di circolare liberamente e improvvisare senza avere una troupe di tecnici alle calcagne, durante tutte le riprese è stata anche usata solo la luce naturale per restituire più efficacemente il realismo, perciò quello a cui assistiamo è un vero e proprio reality in stile "Grande Fratello" della famiglia nazista Höss, ma c'è un ma... un ammasso di suoni terrificanti e incessanti ripercuotono nel luogo, è come una grande macchina infernale che lavora e macina qualcosa nell'atmosfera, anche se per tutta la durata del film non vediamo direttamente da dove e cosa provengano questi suoni disturbanti, ascoltiamo chiaramente il rumore dei forni crematori in moto, i veicoli dell'esercito, gli spari, le urla e i pianti strazianti delle vittime del campo di concentramento. È come se un altro film fosse nel film, questo lavoro incredibile è stato realizzato dal sound designer Johnnie Burn che ha costruito una libreria di suoni basandosi su una lunga ricerca che ha previsto un documento di 600 pagine contenente gli eventi rilevanti accaduti ad Auschwitz, le testimonianze dei testimoni e una grande mappa del campo in modo che la distanza e gli echi dei suoni potessero essere correttamente determinati. Un risultato che supera qualitativamente persino quello fatto ne "Il figlio di Saul" di László Nemes.


Durante la notte Rudolf trova la sua figlia più piccola ancora sveglia davanti la porta che farfuglia qualcosa di incomprensibile riguardo la distribuzione dello "zucchero", le racconta una fiaba per tranquillizzarla e nel mentre si alternano delle immagini in bianco e nero inquietanti, girate con una termocamera e accompagnate da soundscapes composti da Mica Levi, che mostrano una bambina fuori al di fuori della casa che nasconde del cibo tra fango e cespugli, presumibilmente per aiutare i prigionieri del campo. È un'immagine di straordinaria potenza che rompe l'immaginario collettivo cinematografico della bambina con il cappotto rosso in Schindler's List e che lascia spazio a molteplici e significative chiavi di lettura indipendentemente dalla rivelazione della sua identità alla fine del film: dal punto di vista formale si inserisce in contrapposizione al naturalismo del film, facendo emergere un corpo luminoso nell'oscurità, come una luce della coscienza umana in un luogo disumanizzante, ed è anche in contrapposizione col suo stesso medium, perché l'immagine termografica risponde a una funzione poetica e non militare. Ad una chiave più vicina all'introspezione dei personaggi, potrebbe anche essere un'immagine proiettata dal subconscio della figlia di Rudolf, che avverte che qualcosa stia accadendo non solo fuori ma anche dentro di lei, è lo "zucchero" che sta distribuendo o che vorrebbe distribuire, è un'appello alla sua coscienza.
Malgrado gli atti di negazione a se stessi e l'ignoramento delle implicazioni di ciò che sta avvenendo attorno a loro, le suggestive immagini delle ceneri che riempiono i fiori, curati fino a poco prima con tanta dedizione da Hedwig, saranno uno dei primi sintomi del progressivo decadimento della "zona". Anche il climax del film si dileguerà facilmente, allontanandoci dalla famiglia Höss e scaraventandoci ai tempi d'oggi, dentro il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, dove alcune donne delle pulizie preparano il luogo per i visitatori. Vediamo i forni crematori, le valige, le scarpe e le divise dei prigionieri, c'è chi in queste immagini ci ha visto la semplice constatazione di un male incancellabile, ma la funzione museale è quella di testimoniarlo affinché non venga dimenticato o cancellato dai negazionismi. Un finale retorico e pretenzioso per un film che è in gran parte straordinario. Ma con i suoi pregi e difetti, "La zona d'interesse" rappresenta una delle esperienze cinematografiche più inquietanti della storia del cinema. 

sabato 27 gennaio 2024

Il fascismo ordinario (1965)

Conosciuto anche con il titolo internazionale Triumph Over Violence, è un documentario del regista sovietico Mikhail Romm. Diviso in 15 capitoli, è un compilation film della durata di due ore, che utilizza cinegiornali, filmati e fotografie d'epoca presi dagli archivi storici sul nazismo e fascismo, con l'aggiunta anche di immagini del dopo-guerra e riprese girate dallo stesso Romm a Mosca, negli anni '60.
Il film è una lunga e poderosa meditazione sul fascismo, inteso non solo nel suo significato storico e politico, ma anche nella sua accezione più psicologica e sociologica. Le immagini sono commentate in voice-over dallo stesso regista, spesso in modo ironico e umoristico quando assistiamo alle immagini di propaganda, ma senza superficialità perché volte sempre a schiudere delle riflessioni, che con il proseguire del film si faranno sempre più amare. Ci sono molti momenti intensi, per citarne alcuni c'è quello delle terrificanti fotografie che i soldati nazisti tenevano in ricordo insieme a quelle delle loro famiglie, o quello delle foto segnaletiche dei prigionieri dei campi di concentramento su cui il regista si sofferma in silenzio con lo zoom, per osservare i loro occhi, donandoci uno dei momenti più toccanti e indimenticabili. Il film si apre e si chiude con le immagini dei bambini in una scuola, su cui il regista ripone, malgrado tutto l'orrore testimoniato, la sua commovente speranza per il futuro della società umana.
A fine proiezione, tutto ciò che ne possiamo trarre è che il fascismo ordinario è nella massa umana che cancella ogni traccia di pensiero e individualità, è nel desiderio della guerra, anche nelle parate militari e le esercitazioni della NATO che alimentano lo sciovinismo e il militarismo, è nel culto di personalità di ogni leader, è nel capitalismo occidentale che anche durante la Germania nazista ha lucrato su ogni vittima dell'Olocausto, è nella manipolazione e nello sfruttamento delle classe operaia, è in tutto ciò che è il preludio di ogni forma di totalitarismo e non solo nella sua più ultima, evidente e brutale espressione. Guardare questo documentario dovrebbe essere un obbligo.


Il film è disponibile nella sua versione restaurata su Youtube nel canale ufficiale della Mosfilm, ho curato i sottotitoli in italiano che potete scaricare su questa pagina.

lunedì 7 febbraio 2022

I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (2018)

«Non mi importa se passeremo alla storia come barbari», queste furono le parole del ministro rumeno filonazista Mihai Antonescu pronunciate l'8 Luglio del 1941, dopo che si fece promotore in prima persona della Pogrom di Iași, avvenuta nello Giugno dello stesso anno, dando il via libera alla persecuzione, la deportazione e lo sterminio di tutti gli ebrei rumeni, impedendogli anche di emigrare dalla loro terra e annullando la protezione diplomatica che questi avevano in Paesi stranieri caduti sotto la dominazione nazista. Ad oggi si stima che 380.000 ebrei furono uccisi dai rumeni, come sottolinea lo storico Raul Hilberg, un numero così alto da rendere la Romania il Paese che ne ha uccisi di più subito dopo la Germania Nazista. Questa terribile memoria storica tenuta tutt'ora all'oscuro o comunque negata dalla gran parte della popolazione rumena, diviene il soggetto del film di Radu Jude che è un'opera a metà tra la finzione della messa in scena e il realismo del documentario. Il film si apre con l'immagine dell'attrice Iana Jacob davanti allo spiazzante sfondo di cingolati e varie armi d’epoca in un museo, che si presenta allo spettatore e descrive il ruolo che andrà interpretare nel film, quello di Mariana Marim, una regista teatrale che vuole mettere in scena un reenactment intitolato "Morte di una nazione" in una piazza di Bucarest (e qui il riferimento all'omonimo film di Griffith è volutamente provocatorio). Lo spettacolo teatrale vuole rievocare gli scontri avvenuti sul fronte orientale di Odessa nel 1941, quando la città fu occupata dai rumeni alleati con i nazisti tedeschi e fu attuato il conseguente sterminio degli ebrei. Per gran parte del film seguiremo la regista durante la preparazione dello spettacolo e le sue difficoltà a difenderlo, infatti una parte del casting coinvolto e un funzionario municipale della cultura che finanzia il progetto non tarderanno a cercare di boicottarlo perché non in linea alla rievocazione militare "patriottica" che si aspettavano. Una rievocazione che si scontra con quella propagandata da sempre dalla cultura di massa rumena e che vede in Antonescu un eroe nazionale piuttosto che un carnefice, come rappresentato persino in un popolare film televisivo rumeno intitolato "Lo specchio" diretto da Sergiu Nicolaescu nel 1993, del quale Radu mostra alcuni spezzoni e dove viene falsamente raccontato che non ha avuto alcuna responsabilità sulla deportazione degli ebrei. Ma non mancheranno le polemiche anche da un esponente della comunità ebraica, che per una lasciva e ripugnante questione razziale, pregherà la regista di non mescolare gli ebrei con i rom durante la rappresentazione della strage.
Radu con una vigorosa consapevolezza del cinema come atto politico, non lontana da grandi autori come Peter Watkins, Jean-Luc Godard e Joshua Oppenheimer, gestisce la messa in scena in maniera ingegnosa e potente, quasi prepotente per l'enorme mole di informazioni, argomentazioni e capacità critiche che riesce a sollevare in soli due ore attraverso il materiale d'archivio e i dibattiti sostenuti della sua determinata protagonista (che rappresenta il suo alter-ego). Formalmente predilige i piano sequenza e i campi medi dove gli attori si incastrano nello spazio come compressi dagli oggetti militari dello sfondo: le lunghe e accese conversazioni tra la regista e il funzionario avvengono tra l'imponente e minacciosa presenza di carri armati che nascondono memorie storiche raccapriccianti e che Radu non perde tempo di comunicare allo spettatore, come quella di un carro armato completamente forato da proiettili, dove durante la guerra vi fu posta sopra la testa decapitata di un ufficiale e che ora nel contesto museale sembra aver perso ogni traccia di quella memoria. Mariana Marim ci guida lentamente verso un finale che definire destabilizzante è dir poco, nell'ultima mezz'ora del film viene rappresentato lo spettacolo teatrale senza censure, così come originariamente pensato dalla regista, proprio in una piazza di Bucarest e sotto gli occhi di un vero pubblico ripreso attentamente dai cameramen per immortalare le loro reazioni come in una sorta di esperimento sociale. In questo momento l'elemento di finzione del film viene surclassato dalla forza documentaristica, Mariana Marim diventa quindi Iana Jacob, o viceversa, le due realtà si intersecano per raggiungere la verità. L'intera scena dello spettacolo è gestita davvero magistralmente, ha un impatto non dissimile alla straordinaria rievocazione del massacro in "The Act of Killing" di Joshua Oppenheimer. Con grande sorpresa della regista/attrice - e dello spettatore del film - la maggior parte del pubblico rumeno inveisce violentemente contro gli ebrei e applaude il discorso di Antonescu nonostante la rappresentazione del massacro. Se nel capolavoro di Opeenheimer i carnefici avevano in qualche modo la possibilità, attraverso la rievocazione, di interrogare la propria coscienza, qui la rievocazione storica e la testimonianza del suo orrore si dissolvono nella cieca e disumanizzante piaga dell'antisemitismo. Lo spettacolo si rivela un evento annichilente, che lascia attoniti e smarriti per la totale assenza di empatia da parte del pubblico rumeno. Radu costruisce qualcosa di sconvolgente che mette in discussione anche il potere stesso dell'arte. Gli interrogativi dopo la visione sono tantissimi e sarebbe persino riduttivo affrontarli uno ad uno. La certezza è che ci troviamo di fronte ad uno dei film più importanti e destabilizzanti del XXI secolo.


Il film sottotitolato in italiano, può essere visionato in streaming sulla piattaforma di miocinema.

venerdì 28 gennaio 2022

Il negozio al corso (1965)

Durante la seconda guerra mondiale, in una piccola città della Prima Repubblica Slovacca (Stato cliente della Germania Nazista), il falegname slovacco Anton Brtko soprannominato "Tóno", viene scelto da suo cognato - che detiene una posizione influente nel governo fascista locale - per ottenere l'amministrazione di una merceria appartenente alla vedova e anziana ebrea Rozália Lautmannová, seguendo quella che viene definita l'arianizzazione degli ebrei. La legge infatti prevedeva che tutti gli esercizi commerciali di proprietà ebraica avrebbero dovuto essere gestiti da un amministratore di razza cosiddetta "ariana" che avrebbe usufruito degli utili. Tóno titubante e un po' impacciato si ritroverà davanti alla docile e buffa Rozália, che a causa dei suoi problemi all'udito e alla demenza senile, non riuscirà a comprendere davvero quello che farà del suo negozio e la gravità della situazione politica del Paese. Imrich Kuchár, amico di Tóno e vicino alla comunità ebraica, lo aiuterà a trattare con l'anziana rivelandoli persino che la merceria non è affatto redditizia e che sopravvive solo grazie al contribuito assistenziale erogato dalla comunità ebraica locale. Così Tóno si ritroverà a ricevere uno stipendio dalla leadership ebraica stessa e aiutare l'anziana nella gestione dei clienti del negozio più che amministrarlo! I paradossi di questa storia, diventano i nodi centrali dello sviluppo di questa incredibile commedia, che con l'avanzare degli eventi diventerà sempre più amara.
I registi gestiscono il materiale con estrema delicatezza, dirigendo gli attori con spontaneità, restituendoci un ritratto umano denso, autentico e spietato al tempo stesso. Il legame che si instaura tra Tóno e Rozália è qualcosa che in qualche modo finisce per toccarci nel più profondo, perché diventa come quello tra un nipote e una nonna. Un legame che ha in sé l'arricchimento di uno scambio generazionale, ma anche lo scontro tra due modi diversi di vivere e vedere la realtà, da una parte la sottovalutata saggezza dell'antico e dall'altra l'arrogante erudizione del moderno. Non è un caso che nel finale Rozália, proprio la donna più sorda di tutti, è l'unica che esclama con potente evocazione «Pogrom!» appena comprende quello che sta avvenendo agli ebrei riuniti nella piazza, enunciando il vero significato di quello che sta accadendo in quel preciso momento storico e che, al contrario, tutti cercano di non ammettere o nascondere a se stessi compreso Tóno, che paralizzato dalla paura tenterà di convincere Rozália di consegnarsi ai nazisti piuttosto che fuggire. Nel finale, per la seconda volta, le parole di Rozália nel sogno di Tóno diverranno  profetiche: «Non temere ragazzo mio, la paura è la fonte di ogni male!». Tóno non riuscirà a combattere la paura e ci sarà da temere e tanto, perché segnerà tragicamente i loro destini. Non rimarrà che un peso nella sua coscienza, pesante come un macigno, le ultime inquadrature e movimenti della macchina da presa ce lo dichiarano poeticamente in maniera trascendente: l'occhio che guarda è ormai quello di Dio, Tóno non potrà evitare il giudizio della sua coscienza e ne verrà divorato superando la dimensione materiale, uscendo così da quella buia prigione di paura per oltrepassare finalmente le porte serrate del negozio che si spalancheranno come mosse da una forza invisibile, per condurlo verso la luce ed espiare la colpa danzando nell'eternità.
"Il negozio al corso" si aggiudicò meritatamente il premio Oscar come miglior film straniero nel 1966 e Ida Kamińska, che interpreta Rozália, fu candidata come migliore attrice protagonista per la sua straordinaria performance, ma non è da meno Jozef Kroner nei panni di Tóno, che ha retto un'interpretazione di rara intensità, sopratutto nella fase finale dove il terrore pervade totalmente il suo animo. Al suggestivo bianco e nero del film, si sommano le musiche composte da Zdeněk Liška che includono brani di musica tradizionale in stile banda di ottoni, che sarebbe stata comune in Cecoslovacchia durante il 1940. 

venerdì 3 settembre 2021

L'uomo che bruciava i cadaveri (1969)

Titolo originale: Spaľovač mŕtvol. Basato sull'omonima novella di Ladislav Fuks, il film segue le vicende di Karl Kopfrkingl, un crematore cecoslovacco che vive a Praga con sua moglie di origine ebraica e i suoi due figli. Ossessionato dai suoi doveri crede di non cremare solo i morti, ma anche di liberare le anime dei defunti attraverso la cremazione. Con le forze naziste riunite al confine ceco, svilupperà una mania che gli permetterà di mettere in atto le sue malate convinzioni.
Considerato uno dei film più belli del cinema cecoslovacco, é anche uno dei primi film a rappresentare la nuova onda cecoslovacca negli anni sessanta. Il regista Juraj Herz ci immerge nello sguardo malato del suo protagonista adottando un narrazione estremamente soggettiva, la particolarità del film è infatti la sua forma contigua, non ci sono "pause" tra una scena e l'altra, i dialoghi si sovrappongono alle sequenze successive, ed è predominante il monologo interiore del protagonista. È particolarmente efficace l'uso del grandangolo che, estendendo lo spazio filmico e deformando le forme, rende minacciosa la presenza di ogni figura umana, entrando in perfetta simbiosi con la realtà alterata dello sguardo del protagonista e l'alienazione progressiva del suo misticismo religioso. È un film disturbante, irriverente e potente, ciò che sconvolge di più è come il piccolo microcosmo di un uomo schiavo della sua psicopatologia si alimenterà ed estenderà grazie all'ascesa del nazismo, rivelando una malattia sociale irrimediabilmente più profonda, una rappresentazione del male perfettamente in linea con le dinamiche della ponerologia teorizzata da Andrzej M. Łobaczewski. Non può sorprendere che film nel 1969 fu immediatamente bandito dopo la sua prima e che rimase "nel caveau" fino al crollo del sistema comunista in Cecoslovacchia, nel 1989. Un capolavoro maledetto, imprescindibile.

mercoledì 27 gennaio 2021

Fania - Playting for Time (1980)

Conosciuto in Italia con il titolo Fania e anche Ballata per un condannato, è un film statunitense televisivo prodotto per la CBS, scritto da Arthur Miller e basato sull'autobiografia dell'acclamata musicista Fania Fénelon, "The Musicians of Auschwitz". Girato in pellicola e con una suggestiva fotografia a colori tendente al seppia, ritrae con estrema durezza ed efficace realismo psicologico la vita delle donne che fecero parte dell'Orchestra femminile di Auschwitz. A differenza degli altri deportati, a loro era concesso di esercitarsi per lo studio della musica e di suonare per il piacere delle SS, invece di fare i duri lavori manuali spesso assegnati ai prigionieri. Questa carica, che apparentemente poteva sembrare un privilegio, comportava un'umiliazione profonda e un degrado morale insostenibili: l'orchestra veniva usata come scherno per dare ogni mattina il "benvenuto" ai nuovi deportati nel campo di concentramento, mentre questi venivano separati dalle loro famiglie, picchiati e anche uccisi. Molti ebrei finivano per disprezzare le donne dell'orchestra per quello che facevano. La regia adotta un rigore formale che spiazza per la freddezza della messa in scena, sopratutto nei momenti più cruenti e il lavoro che è stato fatto sul sonoro è notevole nell'aver riprodotto con introspezione lo strazio, la confusione e l'orrore di tutto ciò che accade attorno alla protagonista. Il film è sorretto dall'interpretazione straordinaria di Vanessa Redgrave, una delle migliori che ho visto sullo schermo, l'espressione drammatica e la stasi che raggiunge quando entra in comunione con la musica, mi ha fatto pensare alla Falconetti ne " La passione di Giovanna D'arco" di Dreyer. È un film che in Italia è finito nel dimenticatoio, ma che meriterebbe di essere riscoperto e valorizzato, perché la sua potenza è indiscutibile.


mercoledì 21 settembre 2016

Türelem - With a little patience (2007)

Con l'infernale e poetico Saul Fia, il regista ungherese László Nemes ha certamente firmato un'opera coraggiosa e originale che aggiunge un contributo importante alla larga e spesso banale produzione di film dedicati all'Olocausto. Il regista è parecchio ossessionato dal tema perché, come racconta in un'intervista, quando era piccolo i suoi genitori gli rivelarono che parte della sua famiglia era di origine ebraica e fu deportata nei campi di sterminio. László afferma che da quel preciso momento è come se avesse sentito una «voragine oscura» aprirsi dentro di lui. Non ci meraviglia, quindi, che il suo primo cortometraggio Türelem è una sorta di tesi cinematografica su quelle che saranno le tematiche e le tecniche stilistiche sviluppate nel successivo Saul Fia. László è interessato al male e sceglie di rappresentarlo nel migliore dei modi: nella sua tremenda banalità. La sua logica, per quanto disumana è un prodotto pur sempre umano, lo spettatore si ritrova così ad affiancare il suo sguardo con oscuri protagonisti, come quello di un ebreo del Sonderkommando (Saul Fia) o di una giovane impiegata nazista (Türelem). La macchina da presa insegue parossisticamente i protagonisti nelle loro azioni quotidiane racchiusi in un primo piano in formato 4:3. L'ambiente circostante privato della profondità di campo, diventa un involucro di spettri umani quasi impenetrabile e insofferente, creando una tensione claustrofobica. Türelem è un interminabile pianosequenza della durata di 13 minuti e, per quasi la totalità del tempo, siamo partecipi della vita quotidiana di una comune impiegata d'ufficio: scrive lettere, esegue ordini, ripone oggetti nel suo armadietto e ogni tanto agita tra le mani una pietra preziosa, regalatale da un misterioso uomo nell'incipit del corto, presumibilmente il suo amante. Ma quando dei gemiti e lamenti spingeranno la protagonista ad alzarsi dalla sua postazione e ad affacciarsi alla finestra dell'ufficio, il punto di vista dello spettatore dovrà fare i conti con quello che la profondità di campo ci rivelerà. Lo sguardo della macchina da presa distaccandosi dalla sua protagonista fluttua spietatamente nell'ambiente esterno, testimoniando il dramma e l'orrore, mettendo in crisi qualsiasi processo di identificazione con la protagonista: che ora possa finalmente vedere il suo spasimante non ha più importanza, il male oppugna ogni logica morale e disarma lo spettatore. Un pugno sullo stomaco.

venerdì 2 maggio 2014

Ida (2013)

Una serie di immagini in bianco e nero ritraggono la vita di un gruppo di suore in un convento. C'è una giovanissima suora che dipinge la statua di un Cristo, che verrà portato fuori il convento e riposto su un piazzale. Nella notte la giovane suora riposta intimamente sul letto, bacia il suo rosario teneramente prima di addormentarsi. La statua del Cristo è sempre lì, oltre le mura di quella stanza, nell'intima oscurità di quella notte.
Ida è un film votato al rigore formale: la regolare composizione delle inquadrature, l'uso di un equilibratissimo bianco e nero, la recitazione minimale (la protagonista del film è un'attrice non professionista e volutamente inespressiva), i dialoghi  ridotti all'osso e l'uso della musica extra-diegetica nel finale, sono tra le scelte stilistiche che sposano la poetica del cinematografo di Robert Bresson (più che di Carl Theodor Dreyer, come erroneamente è stato citato dalla critica internazionale). Pawel Pawlikowski ha corso un grande rischio perché ci aveva abituati a tutt'altro (Last Resort e My Summer of Love) e con ciò il presentimento di esercizio di stile è spesso vivo durante la visione del film, eppure a conclusione Ida non si limita alla sua pregiatissima forma, ma è un'opera sentita che apparentemente potrebbe somigliare a un viaggio di formazione, ma la cui assenza di psicologia ci costringe a fare i conti con qualcos'Altro, a una dimensione trascendente. Il percorso spirituale della protagonista matura attraverso una doppia negazione, quella della propria identità perché sua zia Wanda le rivelerà che è di origine ebraica e che il suo vero nome è Ida e non Anna, e quella della vita confinata nel convento, perché spinta dalla ricerca della verità sulla sua famiglia intraprenderà un lungo viaggio con la zia, che susciterà in lei dei grossi interrogativi esistenziali e la porteranno alla scoperta di nuovi sentimenti, come l'attrazione per Lis, un giovane musicista. L'investigazione della famiglia con la zia si concluderà con un'esito raccapricciante: Ida apprenderà il responsabile degli assassini della sua famiglia e finalmente potrà ritrovare i resti dei suoi cari per seppellirli al cimitero. Ida ritornerà al convento, ma il suo è un ingresso (o ritorno) galleggerà sempre nello stesso travaglio spirituale tra la scelta di Dio e il mondo.


La Zia Wanda, in uno dei momenti più poetici e crudi del film, si suiciderà sotto le note di un LP di Mozart, negando anch'essa qualcosa, la propria vita che ormai era ridotta ad un'asfissiante solitudine fatta di depressione e alcol, ma la sua morte assume la forma di un richiamo per Ida che si ritroverà nella sua casa compiendo lo svestimento del suo abito religioso e con ciò di tutta quella parte di stessa che appartiene ancora ad "Anna". Allora sarà soltanto Ida. Liberata dalla morale e dalle tradizioni del convento che le sono stati inculcati fin dalla prima infanzia, deciderà di vivere un rapporto carnale con il musicista Lis. Eppure qualcosa si muoverà dentro di lei, qualcosa che la spingerà altrove. Nel pianosequenza finale, girato con una sorprendente telecamera a spalle, scelta stilistica estranea a tutto il resto del film, Ida è di nuovo in abito religioso e cammina verso l'obiettivo della macchina da presa sullo sfondo di una campagna notturna, mentre autovetture e motocicli viaggiano nell'orizzonte in senso opposto al suo moto. È anche l'unica scena del film in cui interviene la musica extra-diegetica con le note di un piano che suonano il toccante Ich Ruf Zu Dir Herr Jesus Christ di J. S. Bach. 
Ida non ritorna al convento, si incammina per la prima volta verso l'Altro (Cristo).



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