• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
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lunedì 25 luglio 2022

Il quinto sigillo (1976)

Il film è ispirato all'omonimo romanzo del 1963 di Ferenc Sánta, siamo a Budapest nell'Ungheria del 1944, dominata dal Partito delle Croci Frecciate, un gruppo di amici composto da Gyurica (Lajos Öze), un cinico orologiaio, Király (László Márkus), un venditore ambulante di libri e Kovacs (Sándor Horváth), un umile falegname, si riuniscono ogni sera in un tavolo nel bar di Bèla (Ferenc Bencze), un uomo rude che sa il fatto suo, per scaldarsi dalle oscure giornate invernali. Király rivela a tutti di essersi procurato della carne di vitello vendendo dell'arte romanica e alcune opere di Hieronymus Bosch, proprio di quest'ultimo si intrufolano, sinistramente nel montaggio del film, le sue immagini oniriche e demoniache mentre gli amici conversano tra loro scherzando sulla misera della loro vita. Poco dopo nel bar fa misteriosamente irruzione Károly Keszei (István Dégi), un uomo zoppo che è tornato dal fronte, il gruppetto lo invita ad unirsi al loro tavolo. L'uomo rivela di essere un fotografo artistico e specula sul ruolo della sua professione, qui la conversazione prende una strada sempre più filosofica fintanto Gyurica pone una domanda piuttosto strana al gruppo. Li chiede di immaginare di morire a breve e di avere la possibilità di rinascere, ma di essere obbligati a scegliere una delle due seguenti vite: quella dello schiavo Gyugyu che subisce supplizi e torture di ogni sorta, o quella del suo padrone Tomóceusz Katatiki che si macchia di crimini efferati senza provare alcun rimorso per tutta la vita. L'inquietante domanda scuoterà tutti, insinuandosi nella loro coscienza per tutta la notte.
Costantemente pervaso di un'atmosfera tetra e claustrofobica, dove la stessa macchina da presa rimane imprigionata negli interni guardando con timore gli esterni e dipinto da una fotografia livida illuminata pallidamente da lampadine, nulla di queste suggestive ed efficaci scelte stilistiche può prepararci al brutale finale. Se Novecento, come affermò Bernardo Bertolucci, è un film psicologico sul fascismo, allora il film di Zoltán Fábri è un manuale di psicologia sul fascismo. Lo sguardo di Fábri racconta la violenza oltre il sangue, le percosse, le esecuzioni e i particolari macabri dei film di guerra a cui siamo abituati, lo fa scrutando all'interno dell'oscurità umana, restituendoci il ritratto psicologico di una piccola borghesia schiacciata dalla ferocia del totalitarismo. È il grosso prezzo da pagare per quella stessa classe che ingenuamente ha tentato di esorcizzarlo con la sua morale cristiana, ad addomesticarlo con la pretesa di qualche compromesso in denaro e a diluirlo nell'illusione che impersonificando il ruolo dello schiavo quando è più conveniente tutto può diventare sopportabile. Ma non si può sfuggire all'orrore e alla violenza del potere e non ci si può aspettare di rimanere illesi dal fascismo, Fábri questo lo sa bene e lo rappresenta degnamente, con una tecnica altrettanto eccezionale nella pianificazione degli spazi delle inquadrature, nei decisi movimenti di macchina e nella tesissima direzione degli attori. Il quinto sigillo è un film durissimo, uno dei migliori del cinema ungherese e, mi permetto di dire, anche di tutta la storia del cinema. Il titolo è un chiaro e provocatorio riferimento all'Apocalisse di Giovanni, nel testo biblico si fa riferimento alle anime sacrificate in attesa della giustizia divina, nel contesto del film il senso sacro del sacrificio viene alimentato dallo Stato fascista. Non è la prima volta che un film sulla seconda guerra mondiale viene intitolato con una citazione dell'Apocalisse, è successo più tardi anche con Va' e Vedi, il capolavoro di Elem Klimov.


Il film è rimasto inedito in Italia, ma può essere facilmente recuperato su internet. Sono felice di comunicarvi che ho curato la traduzione dei sottotitoli in italiano, che potete scaricare qui.

sabato 25 aprile 2020

Vincere (2009)

È la storia di Ida Dalser, una donna benestante che nel 1909, a Trento, lavorando come giornalista in un periodico socialista conobbe Benito Mussolini, con il quale instaurò una relazione sentimentale. La sua totale devozione per il suo amato la portò a finanziare la sua attività politica e a fondare il noto giornale "Il Popolo d'Italia", che dal 1922 divenne anche il giornale ufficiale del Partito Nazionale Fascista. Ida ebbe anche un figlio con Mussolini, di nome Benito Albino, che fu riconosciuto nel 1916 dallo stesso. La donna però fu abbandonata con suo figlio proprio quando Mussolini ascese al potere diventando il Duce e decise di sposare Rachele Guidi con la quale ebbe una figlia. Ida sosteneva di essere l'unica vera moglie di Mussolini perché aveva celebrato un matrimonio religioso con lui, il cui il certificato andò perduto (intenzionalmente?) assieme ai registri parrocchiali. Ida nonostante le continue minacce e intimidazioni da parte del Partito Fascista, decise di non rimanere in silenzio e per questa ragione fu internata in un manicomio dove vi morì in una lenta e sofferente agonia.
La tragica storia di Ida Dalser, con tutte le sue contraddizioni, oggi diviene una forte testimonianza della violenza politica, quella fascista, che ha caratterizzato gli anni più bui della storia d'Italia del Novecento. Il tradimento personale subito da Ida coincide anche con quello di Benito Mussolini rispetto al socialismo, per questa ragione la sua storia possiede una forte lettura politica.
La regia di Marco Bellocchio ci restituisce un ritratto intenso e feroce del fascismo, adotta un audace stile futurista nell'uso delle didascalie e nell'utilizzo dei filmati di archivio d'epoca, fondendo efficacemente le immagini di finzione con quelle documentaristiche. Le potenti e originali musiche di Carlo Crivelli accompagnano le scene con pathos, nella colonna sonora spicca anche un brano di Philip Glass ("The Window of Appearances") che accompagna la toccante scena innevata e notturna dove Ida getta le lettere dai cancelli del manicomio.
Ida Dalser è interpretata da una incredibile Giovanna Mezzogiorno, in quella che è la sua migliore performance della sua carriera artistica, l'intensità del suo volto in lacrime nella scena dell'interrogatorio mi ha fatto pensare a La passione di Giovanna D'arco di Carl Theodor Dreyer. È anche interessante notare la scelta di aver fatto interpretare sia Benito Mussolini che suo figlio Benito Albino dallo stesso attore Filippo Timi; da un lato la scelta sembra voler richiamare l'ossessione a quel "modello" di uomo e politico a cui il popolo italiano era fortemente ispirato e ammaliato, dall'altro amplifica il duplice abbandono di Ida che si ritroverà isolata dai due uomini - dallo stesso volto - che ha più amato nella sua vita.
Vincere è un film imponente, drammatico e crudo, capace di rappresentare con durezza la violenza psicologica tipica del totalitarismo; è un pugno sullo stomaco che non si dimentica e probabilmente è l'ultimo grande film di Bellocchio.


Il film è disponibile in Blu-Ray in un'edizione dell'Artificial Eye su questo link.


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