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  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.
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lunedì 21 dicembre 2020

"Sul significato" intervista a Jessica Hausner


Questa interessante intervista è stata fatta a Jessica Hausner dalla Cine-Fils.com, nel Dicembre del 2009. Può essere visionata in lingua originale qui, su YouTube. Di seguito riporto la traduzione in italiano (ringrazio per l'aiuto Viola):

Le sue immagini sobrie lasciano molto spazio al significato, perché non è solo l'effettivo visibile che viene raffigurato, ma anche gli eventi che accadono sotto la superficie. Un'invisibilità che sfida il pubblico. Jessica Hausner ha parlato con noi dello sviluppo delle immagini e del loro significato.
 
Sulle IMMAGINI e il SIGNIFICATO 

Ho sempre l'impressione che il film come mezzo abbia davvero poteri magici, perché l'inesprimibile accade senza essere espresso o potersi esprimere. Perché il cinema ha a che fare con l'inesprimibile. E le immagini hanno la capacità attraverso i mezzi visivi, l'atmosfera e l'immagine stessa di mostrare qualcosa che sfugge all'interpretazione e alla definizione. Mentre con il linguaggio si nominano le cose e nominandole si inizia a interpretarle e ad applicarvi delle etichette. Per me è una gioia tornare alla fase pre-linguistica e guardare a una situazione senza poterle dare un nome. 

IL CINEMA solleva interrogativi con le IMMAGINI e con l'INVISIBILITÀ

Per quanto paradossale possa essere, l'invisibilità gioca un ruolo importante per me, poiché il film di solito si occupa di visibilità. E mi interessa mostrare la superficie visibile di qualcosa senza necessariamente definirne il significato. Certo, non appena monti una telecamera e dai un dialogo agli attori, generi un significato, è chiaro, ma allo stesso tempo mi piace avere una visione d'osservazione nel raccontare la storia e rappresentare un po' di realtà senza dare, allo stesso tempo, l'interpretazione. Questo fa sì che le persone si chiedano cosa sta succedendo e dove questo sta portando. Di conseguenza, sorge immediatamente la domanda su cosa c'è dietro le immagini. Ed è questo che è interessante, mostrare un evento senza spiegarlo. E come spettatore comincio a chiedermi: cosa c'è dietro a tutto questo, cosa è successo all'interno del personaggio, perché si è comportato così, perché è successo a lui, perché la storia è così? 

Come sollevare DOMANDE attraverso le IMMAGINI 

Le mie decisioni si basano sul principio: "meno è meglio" e applico il rasoio di Occam. I miei copioni di solito sono così minimalisti che le persone mi chiedono: "Di cosa si tratta? Non è niente!" "Non contiene niente." Questa è la frase che di solito mi viene detta. Vogliono sempre più dettagli e scene per capire meglio il personaggio. Ma mi rifiuto fermamente di farlo e così inizio a disegnare il mio storyboard. Lo storyboard è per me il punto in cui il film inizia ad essere un film. Perché è qui che cerco di trovare le immagini corrette. Questo è un lungo processo in cui disegno immagini e schizzi, mi vengono in mente idee, ricomincio da capo, inizio dalla fine o nel mezzo finché non trovo un punto di partenza e una scena in cui so che deve assomigliare a questo e quello. 

Come possono i film STIMOLARE il loro PUBBLICO

Ci sono certamente modi cinematografici per accendere il cervello. Per esempio discostarsi dal totale ermetismo dello schermo e dichiarare all'interno del film che si tratta di un film, di un artificio. "Non devi credere a tutto quello che vedi, devi pensare con la tua testa." Questo in un certo senso è sempre incorporato nello stile di un film. Già optando per un certo, chiaro stile, uno stile che è percepito come tale, ti dirigi in una direzione dove non ti limiti solo a raccontare una storia che ti trasporta in un altro mondo che è totalmente coerente con se stesso. Questo significherebbe che non ci sarebbero domande alla fine. Ma se fai un film con dei buchi, un film che non guida sempre il pubblico, allora il pubblico deve farsi la propria opinione. Alcuni credono sia noioso, a me invece piace sempre. Al cinema mi piace essere sfidata a pensare con la mia testa. 

giovedì 17 dicembre 2020

Little Joe (2019)

«Ho studiato psicologia soltanto due anni, poi ho lasciato perché sono rimasta delusa, mi sembrava stupido voler etichettare tutte le emozioni umane, l'ho trovato infantile. Più andavo in direzione scientifica e più mi sembrava folle, quindi volevo studiare le emozioni nella vita vera. Voglio che nei miei film i personaggi non siano completamente spiegabili.» 
Jessica Hausner (Bergamo Film Meeting 32, 2014).

Queste dichiarazioni della regista austriaca rilasciate qualche anno fa, risuonano così chiare durante la visione del suo ultimo lungometraggio, "Little Joe". Il film segue le vicende di Alice Woodard, una madre divorziata che vive con il suo unico figlio Joe e che lavora in una società impegnata allo sviluppo di nuove specie nelle piante. Alice progetta un nuovo fiore color cremisi a scopo terapeutico, un fiore dall'aspetto meraviglioso che se curato in modo adeguato è capace con il suo odore di fungere come un antidepressivo naturale. Alice, segretamente e contro il regolamento del laboratorio, porta il fiore a casa sua per donarlo al figlio, battezzandolo Little Joe. Il fiore però ha anche una peculiare caratteristica che viola le leggi della natura: è sterile, non può riprodursi in alcun modo senza l'aiuto dell'uomo. Si susseguiranno una serie di strani eventi che faranno trapelare che il fiore sia capace, attraverso il suo polline, di cambiare davvero le persone al fine di preservare la sua proliferazione nel mondo.
La Hausner non rinuncia all'ambiguità che contraddistingue il suo cinema, il tutto è misurato per insinuare il dubbio nello spettatore. Le persone attorno alla protagonista cambieranno, ma questi cambiamenti saranno davvero influenzati da Little Joe o saranno il frutto dalla spontanea trasformazione psicologica degli esseri umani? Joe lascerà l'appartamento della madre per ricostruire sinceramente un rapporto con il padre o perché nella campagna di suo padre potrà seminare Little Joe? Chris, il collega di Alice, sosterrà e crederà davvero al suo progetto o lo farà perché è influenzato dalla pianta? Karl, il responsabile della società per cui lavora, vorrà chiudere davvero un occhio sugli illeciti di Alice o lo farà esclusivamente per permettere a Little Joe di espandersi nel mondo?
La psicologa di Alice tenterà di dare una spiegazione agli eventi raccontati dalla sua paziente, riconducendoli ai sensi di colpa di Alice: l'improvviso successo del suo progetto, la sua voglia di indipendenza e di ricostruirsi una vita da sola con il conseguente "abbandono" del figlio adolescente, non sarà mica che "la paziente sta sopprimendo il suo desiderio inconscio di liberarsi dal legame con suo figlio"? É qui evidente l'ironia della Hausner nei confronti della limitatezza della psicologia nel voler cercare di spiegare a tutti i costi i fenomeni della vita, anche quelli più incerti e misteriosi.
La regia adotta un'affascinante estetica minimalista: inquadrature statiche e geometriche, lente carrellate prevalentemente orizzontali e una fotografia dai colori pastello e vivaci curata da Martin Gschlacht (che ha già collaborato con tutti i film della regista). Ad accompagnare questo quadro filmico sono le musiche orientali di Teiji Ito, noto per le sue colonne sonore nei film sperimentali di Maya Deren.
Ma cos'è in sostanza "Little Joe"? Una riflessione del male, quello più insidioso e manipolatorio, perché agisce silenziosamente e con estrema raffinatezza. Jessica Hausner è interessata al mondo dell'invisibile e questa volta riesce a farcelo "sentire" con la sua quieta ostilità, a dimostrazione di questo sono interessanti le scene in cui lo zoom della macchina da presa si dirige verso lo sfondo dei personaggi, facendo sparire completamente quest'ultimi nel bel mezzo di una conversazione, gli oggetti così focalizzati sullo sfondo è come se si rivelassero allo spettatore per la prima volta, quasi per bisbigliarci qualcosa. In questa pellicola, fin troppo perfezionista e tecnicista, non c'è il pathos di "Lourdes" (che rimane il capolavoro della regista), ma c'è una straordinaria inquietudine che non ti lascia via a post-visione e che stimola riflessioni non banali. E ce ne fossero di film così. Tra il cast spicca la presenza di Ben Whishaw che tutti ricorderanno per la sua interpretazione in "Profumo: storia di un'assassino". L'attrice Emily Beecham che interpreta la protagonista ha vinto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes 2019.


Il film grazie alla Movies Inspired è stato distribuito in Italia ed è acquistabile in DVD su questo link.

lunedì 4 ottobre 2010

Lourdes (2009)

La regista austriaca Jessica Hausner affascinata dal mondo dei "miracoli" si dirige realmente a Lourdes e costruisce una messa in scena che è il risultato di un'indagine sulla fede, la malattia e i sentimenti dei pellegrini. Lo fa attraverso la dolcezza della sua protagonista Christine (interpretata da una straordinaria Sylvie Testud), una donna affetta da sclerosi multipla che gli ha provocato una paralisi quasi totale del corpo e che ha deciso di dirigersi a Lourdes per placare la sua sofferenza fisica e interiore. Fin dall'incipit della sala da pranzo, accompagnato dalle note dell'Ave Maria di Schubert, notiamo immediatamente che la Hausner decide di raccontare con un rigore spiazzante la storia: campi vastissimi che sembrano usciti da un film di Jacques Tati e una fotografia dal manto cupo e grigio-azzurro curata dal talentuoso Martin Gschlacht (che già collaborò con la Hausner nel suo precedente film Hotel).
Le parole di Cecile, la dama capogruppo dei volontari di Malta, irrompono il soave canto dell'Ave maria sottolineando la sua missione.

«Anche se solo per qualche giorno aiutiamoli a dimenticare la propria solitudine e trovare un pò di serenità e di sollievo»

Christine viene accompagnata a spasso da una giovane volontaria, che si rivelerà alquanto inetta nel gestire la sua assistenza. In una scena amaramente ironica, la giovane enuncia l'importanza del volontariato proprio mentre Christine inizia a manifestare un malore e a perdere saliva, senza che la volontaria se ne accorga. È in quell'istante che l'altra crocerossina, Cécile – interpretata magnificamente da Elina Löwensohn – interviene, portando Christine nella sua stanza e lasciando indietro la giovane. La Hausner si distingue per la sua attenzione nel catturare i silenzi e gli sguardi dei personaggi, capaci di svelare le sfumature più sottili dei sentimenti umani. Arriviamo alle piscine e notiamo subito che si inizia a parlare di guarigioni miracolose, con alcuni che sostengono che spesso esse siano soltanto temporanee. Viene immediatamente rivelata l'inquietante verità sui “miracoli” di Lourdes: in 158 anni, solo 66 miracoli sono stati riconosciuti dalla Chiesa cattolica romana, mentre altri 7000 non sono stati accettati perché ritenuti temporanei. Facendo una ricerca, si osserva che, secondo molti cattolici, questi miracoli non appartengono alla "Signora Lourdes". Ma, affermando ciò, cosa intendono sottintendere? La Hausner a questo proposito dichiara:

«Prima di realizzare il film ho fatto diverse ricerche, volevo capire fin nei minimi dettagli questa favola per adulti che si racconta su Lourdes, un posto in cui si va a pregare e poi si guarisce. E' tutto vero, ci sono stati tanti miracoli non spiegabili dal punto di vista medico ma il mio intento era quello di volgere lo sguardo più in là, tutto quel che accade a Lourdes non vuol dire che Dio vuole fare miracoli per manifestarsi e dimostrarci che esiste e che è buono, è il contrario esatto. Il miracolo è arbitrario, non segue regole, è la cosa più casuale che possa esistere, almeno per me»

Il film mostra il miracolo nella sua oggettiva arbitrarietà. Entriamo nelle piscine di Lourdes e le note Ich'ruf zu dir, Herr Jesu Christ di Bach sembrano sussurrare la speranza dei malati. L'inquadratura fissa sulla tenda bianca che osserva Christine, in attesa del suo turno, sprigiona una delicata tensione spirituale. Il disagio e la sofferenza di Christine vengono sapientemente descritti nella sua confessione al prete, durante la quale ammette di provare invidia per gli altri e di non riuscire ad accettare la propria malattia. Il prete le ribatte con la consueta frase retorica: "la felicità non è solo nell'uso delle gambe e per permettere una guarigione miracolosa bisogna prima guarire la propria anima". La sofferenza dei malati emerge ulteriormente nella scena della benedizione, in cui le note dell'Ave Maria di Schubert riecheggiano in un lunghissimo piano-sequenza combinato con un campo lungo che inquadra tutti i malati mentre alzano timidamente la mano per ricevere la benedizione. Questa scelta stilistica conferisce alla scena una forte drammaticità, esprimendo una sofferenza corale.


Il seguito del film sarà incredibile: dopo un altro bagno nelle piscine, Christine comincerà a muovere gli arti superiori. Durante la notte, gradualmente, riuscirà a riprendere il controllo di tutto il suo corpo. Il miracolo è avvenuto! Nel frattempo, assistiamo a Cécile svenire e a manifestare i sintomi della sua incurabile malattia; qualcuno sussurra che si era fatta volontaria a Lourdes da molti anni, sperando in una guarigione. Con questo espediente narrativo, Hausner propone una visione del miracolo che si distacca dalla sua esperienza soggettiva. In questo modo, ciò che osserviamo e percepiamo visivamente nel film acquista un'autenticità radicata nella stessa essenza della natura, con tutte le sue leggi, sia favorevoli che contrarie. Sembra proprio che l'improvvisa guarigione di Christine susciti non poco interesse a Lourdes, c'è chi spera che sia definitivo e c'è chi, in maniera grottesca, si complimenta con lei facendole un applauso. Si tratta di un evento eccezionale per i fedeli e per i malati, che tuttavia faticano a comprenderlo e ad accettarlo appieno. Una splendida sequenza, accompagnata dalle note della Toccata in fuga di Bach, esprime visivamente questo stato di incertezza: Christine è seduta su una panchina con il bastone in mano, davanti ad essa c'è un'enorme colonna che riempie d'ombra metà del campo visivo. In una prima inquadratura, più ampia, oltre l'ombra c'è una luce, nella successiva inquadratura, più stretta, ci mostra Christine sola con l'ombra, impossibilitata di guardare la luce posta al di là dell'ombra. È evidente che la luce simboleggia la salvezza, ancora lontana agli occhi della miracolata.


Intanto Christine sostituisce Cécile nel viaggio in montagna, immergendoci in un'atmosfera surreale. Tra i personaggi si percepisce un silenzio carico di stupore, interrotto da qualche chiacchiericcio: c'è la donna affetta da eczema che chiede al prete perché proprio lei sia stata miracolata, e l'anziana, compagna di stanza di Christine, solita a portarla con la sedia a rotelle, che ora non ha più motivo di sentirsi utile. Vaga sola tra i paesaggi naturali in cerca disperatamente della miracolata, mentre quest'ultima si isola con il capogruppo dei volontari scambiandosi un bacio. Una serie di inquadrature a campo lunghissimo amplificano efficacemente la solitudine esistenziale dell'anziana e donano poesia al fuggevole bacio tra Christine e il volontario. Fino a questo punto il film appare equilibrato e delicato, con sfumature leggermente ironiche, toni ambigui, piccoli accenni drammatici, ma privi di pathos. Tuttavia, gli ultimi dieci minuti emergono con una potenza sorprendente.


«Uno... due... il signore sia con voi..."
"..e con il tuo spirito"

La macchina da presa inquadra con rigore il prete, collocato al centro di una scenografia dominata da una pavimentazione nera, tende scure, bandierine rosse e palloncini decorati con il simbolo dell'Ordine di Malta. In questo scenario dal tono cupo, il suo discorso carica il miracolo di Christine di tutta la retorica cristiana sulla misericordia e l'onnipotenza di Dio.

«E questo cosa significa per noi? Che Dio non ci ha abbandonato, che ci veglia e ci ama. E che manifesta la sua presenza. Lui ci dice: Tu non sei più solo»

Tra gli sguardi stanchi dei malati affiora qualche perplessità, ma gli applausi spezzano il disagio. Christine avanza, ringrazia tutti e cerca di rassicurare sul significato che questa guarigione ha per lei. Poi le viene assegnato il premio come miglior pellegrino dell’anno, un riconoscimento che esiste realmente a Lourdes e che trasforma il miracolo in un'espressione idolatrica piuttosto che morale. Durante la premiazione serpeggia un’inevitabile invidia tra i malati. Anche qui, l’uso del campo lungo e della profondità di campo crea un effetto visivamente spiazzante. La Hausner dipinge queste atmosfere con crudezza e straniamento, mettendo in evidenza il divario tra malati e sani, tra chi è paralizzato e chi può camminare liberamente. Così, dopo aver dato voce alla solitudine di un anziano paralizzato, avvia le danze dei giovani sani dell’Ordine di Malta con un'eleganza crudele. Si continua con il ballo di Christine accompagnata dal volontario di Malta, mentre l'anziana osserva, con sguardo desolato, il premio per il miglior pellegrino. Poi, all’improvviso, accade qualcosa di inaspettato, una vera e propria "sorpresa hitchcockiana": Christine inciampa e cade bruscamente a terra. Tutti si irrigidiscono. Il volontario le suggerisce di sedersi, ma Christine sa che quella è la sua unica occasione per affermare la propria rinascita. Insiste nel rimanere in piedi, ma il volontario resta impassibile. Il suo silenzio è un colpo al cuore per Christine: sembra quasi che voglia sbarazzarsi di lei, come se una donna che potrebbe tornare paralizzata non avesse più alcun valore ai suoi occhi. A rompere l'impasse interviene grottescamente l’anziana, che accorre con la sedia a rotelle e la porge a Christine. Il gesto scioglie la tensione tra lei e il volontario: l’anziana può ora ritornare nel suo ruolo e colmare la propria solitudine, mentre il volontario si allontana, sollevato dal sapere che Christine non è più sola. In questa magistrale sequenza fatta di silenzi, Hausner smaschera con spietata lucidità il sottile confine tra egoismo e carità. Tutti sembrano agire per il bene altrui, ma in realtà ciò che muove ogni gesto è un interesse personale, spesso inconsapevole. E Hausner va oltre: ci suggerisce che il bene che crediamo di offrire agli altri non è affatto ciò che appare, anzi, potrebbe non esserlo per nulla. L’atto dell’anziana è stato interpretato da molti critici come un esempio di carità cristiana, ma il film gli assegna un valore morale del tutto relativo, lasciando emergere l’ambiguità insita in ogni gesto di apparente generosità. Intanto, a un tavolo, qualcuno si interroga: perché Dio dovrebbe essere così crudele da concedere una guarigione solo temporanea? Sempre ammesso che la caduta di Christine segnali una ricaduta nella malattia. Qualcuno risponde che, forse, non è stato Dio a voler quel miracolo. La discussione prosegue, fino alla domanda inevitabile: Ma allora, chi? A questo punto, Bresson avrebbe risposto con amara ironia: "Il diavolo, probabilmente!"


Intanto, in sottofondo, risuona la canzonetta Felicità di Al Bano e Romina Power, accompagnando quella che sembra essere la "vendetta" della giovane volontaria. Con un’euforia quasi beffarda, la ragazza intona il brano, pienamente consapevole che il volontario ha appena abbandonato Christine. Il film è stato spesso impropriamente accostato all’ironia di Luis Buñuel, ma in realtà esiste una differenza sostanziale. Nel regista spagnolo l’ironia risulta esplicita, tagliente e diretta, con una funzione ben definita all’interno della narrazione, mentre nella Hausner si insinua nei silenzi sospesa tra le espressioni trattenute dei personaggi. Non è un'arma di denuncia clericale, bensì un elemento che amplifica il dramma, rendendolo ancora più sottile e disturbante. L'ultimo piano-sequenza rende il film un capolavoro, grazie allo sguardo parossistico della macchina da presa che sembra scrutare nell'ombra un mondo che troppo spesso preferiamo ignorare, quello della solitudine dei malati, della loro immobilità, della sofferenza e del peso del sentirsi "diversi". In questo contesto la Hausner compie un gesto straordinario, infondendo a quell'immagine desolante un'energia trascendente. Christine, insieme all'anziana, resta in disparte a osservare passivamente la folla che canta e balla; pur trovandosi vicine, le due donne non interagiscono tra loro e sono in netta contrapposizione simbolica. L’anziana stringe in mano la statuetta del “miglior pellegrino”, con la sicurezza di chi ha ritrovato il proprio ruolo di accuditrice. Tuttavia, quella statuetta è solo il simbolo di un’impalcatura idolatrica che permea la cultura cattolica. Nel frattempo, Christine decide improvvisamente di sedersi sulla sedia a rotelle, lasciando trapelare qualcosa di luminoso nel suo sguardo: osserva il mondo con occhi nuovi e sembra accettare con leggerezza la propria condizione, al di là di ogni previsione sul futuro. In quest’ottica, il futuro non è più concepito come l’attesa di una salvezza, tipica della “promessa” cristiana, ma si trasforma nella forza del presente, unica fonte di risorsa e ricchezza. Con questo gesto, Christine ribadisce anche la relatività della felicità, in netto contrasto con i modelli della società edonistica.


L'ultimo piano-sequenza richiama la scena della panchina in cui l'immagine si divide in due, con la parte sinistra immersa nell'oscurità e quella destra che ospita i personaggi. In questa inquadratura, l'anziana e Christine appaiono sul lato destro del campo visivo. La camicia bianchissima di Christine cattura immediatamente lo sguardo dello spettatore e nel momento in cui si posa sulla sedia a rotelle, attraversa la linea che divide l'inquadratura, addentrandosi nell'altra metà, quella oscura, affermando la sua presenza con la sua “luce”. Tutto ciò che conta è la sua presenza e disponibilità al mondo.
Il film si è aggiudicato il Premio SIGNIS dall’'Organizzazione cattolica per il cinema e il Premio Brain dall'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.



Il film è disponibile in DVD nella sua versione italiana, ma consiglio l'acquisto del BLU-RAY edito dall'Artificial Eye.

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