giovedì 17 dicembre 2020

Little Joe (2019)

«Ho studiato psicologia soltanto due anni, poi ho lasciato perché sono rimasta delusa, mi sembrava stupido voler etichettare tutte le emozioni umane, l'ho trovato infantile. Più andavo in direzione scientifica e più mi sembrava folle, quindi volevo studiare le emozioni nella vita vera. Voglio che nei miei film i personaggi non siano completamente spiegabili.» 
Jessica Hausner (Bergamo Film Meeting 32, 2014).

Queste dichiarazioni della regista austriaca rilasciate qualche anno fa, risuonano così chiare durante la visione del suo ultimo lungometraggio, "Little Joe". Il film segue le vicende di Alice Woodard, una madre divorziata che vive con il suo unico figlio Joe e che lavora in una società impegnata allo sviluppo di nuove specie nelle piante. Alice progetta un nuovo fiore color cremisi a scopo terapeutico, un fiore dall'aspetto meraviglioso che se curato in modo adeguato è capace con il suo odore di fungere come un antidepressivo naturale. Alice, segretamente e contro il regolamento del laboratorio, porta il fiore a casa sua per donarlo al figlio, battezzandolo Little Joe. Il fiore però ha anche una peculiare caratteristica che viola le leggi della natura: è sterile, non può riprodursi in alcun modo senza l'aiuto dell'uomo. Si susseguiranno una serie di strani eventi che faranno trapelare che il fiore sia capace, attraverso il suo polline, di cambiare davvero le persone al fine di preservare la sua proliferazione nel mondo.
La Hausner non rinuncia all'ambiguità che contraddistingue il suo cinema, il tutto è misurato per insinuare il dubbio nello spettatore. Le persone attorno alla protagonista cambieranno, ma questi cambiamenti saranno davvero influenzati da Little Joe o saranno il frutto dalla spontanea trasformazione psicologica degli esseri umani? Joe lascerà l'appartamento della madre per ricostruire sinceramente un rapporto con il padre o perché nella campagna di suo padre potrà seminare Little Joe? Chris, il collega di Alice, sosterrà e crederà davvero al suo progetto o lo farà perché è influenzato dalla pianta? Karl, il responsabile della società per cui lavora, vorrà chiudere davvero un occhio sugli illeciti di Alice o lo farà esclusivamente per permettere a Little Joe di espandersi nel mondo?
La psicologa di Alice tenterà di dare una spiegazione agli eventi raccontati dalla sua paziente, riconducendoli ai sensi di colpa di Alice: l'improvviso successo del suo progetto, la sua voglia di indipendenza e di ricostruirsi una vita da sola con il conseguente "abbandono" del figlio adolescente, non sarà mica che "la paziente sta sopprimendo il suo desiderio inconscio di liberarsi dal legame con suo figlio"? É qui evidente l'ironia della Hausner nei confronti della limitatezza della psicologia nel voler cercare di spiegare a tutti i costi i fenomeni della vita, anche quelli più incerti e misteriosi.
La regia adotta un'affascinante estetica minimalista: inquadrature statiche e geometriche, lente carrellate prevalentemente orizzontali e una fotografia dai colori pastello e vivaci curata da Martin Gschlacht (che ha già collaborato con tutti i film della regista). Ad accompagnare questo quadro filmico sono le musiche orientali di Teiji Ito, noto per le sue colonne sonore nei film sperimentali di Maya Deren.
Ma cos'è in sostanza "Little Joe"? Una riflessione del male, quello più insidioso e manipolatorio, perché agisce silenziosamente e con estrema raffinatezza. Jessica Hausner è interessata al mondo dell'invisibile e questa volta riesce a farcelo "sentire" con la sua quieta ostilità, a dimostrazione di questo sono interessanti le scene in cui lo zoom della macchina da presa si dirige verso lo sfondo dei personaggi, facendo sparire completamente quest'ultimi nel bel mezzo di una conversazione, gli oggetti così focalizzati sullo sfondo è come se si rivelassero allo spettatore per la prima volta, quasi per bisbigliarci qualcosa. In questa pellicola, fin troppo perfezionista e tecnicista, non c'è il pathos di "Lourdes" (che rimane il capolavoro della regista), ma c'è una straordinaria inquietudine che non ti lascia via a post-visione e che stimola riflessioni non banali. E ce ne fossero di film così. Tra il cast spicca la presenza di Ben Whishaw che tutti ricorderanno per la sua interpretazione in "Profumo: storia di un'assassino". L'attrice Emily Beecham che interpreta la protagonista ha vinto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes 2019.


Il film grazie alla Movies Inspired è stato distribuito in Italia ed è acquistabile in DVD su questo link.

3 commenti:

  1. Risposte
    1. Dici bene caro Julien, visto ieri notte quasi mattina, un ottimo film, un po' inquietante, ne parlerò anche io dalle mie parti xD

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