martedì 28 settembre 2021

Tu e io (1971)

Penultimo lungometraggio di Larisa Shepitko, un passo prima del capolavoro L'Ascesa. É stato il suo primo e unico film a colori, la fotografia fu curata da Aleksandr Knyazhinskiy, che in seguito collaborerà con Andrej Tarkovskij per la fotografia di Stalker. Si dice che lo stesso Tarkovskij ammirò moltissimo il film della Shepitko, tanto da condizionarlo nella scelta dell'attrice, l'allora ventunenne, Natalya Bondarchuk come protagonista nel suo film Solaris.
Il film segue le vicende di Pyotr, un neurochirurgo che ha abbandonato improvvisamente un progetto sperimentale sui cani avviato a Mosca, per trasferirsi in Svezia come medico nell'ambasciata. Dopo alcuni anni, insoddisfatto, ritornerà a Mosca ma la comunità scientifica non lo riaccoglierà. Sua moglie Katya chiederà aiuto a Sasha, amico ed ex compagno di lavoro di Pyotr, ma inutilmente, perché anche lui ha perso la voglia di tornare a lavorarci. Pyotr partirà improvvisamente per la Siberia, mettendo nuovamente in crisi sua moglie, durante questo viaggio salverà la vita di una giovane suicida, di cui finirà per innamorarsi e che lo porterà ad interrogarsi sul verso senso della sua vita. 
La Shepitko dovette lottare molto per realizzare e finalizzare Tu e io, il film subì dei tagli importanti dalla censura sovietica, senza eguali in tutta la sua filmografia: interi episodi furono distrutti, alcuni attori non ebbero l'approvazione e altro materiale fu ri-girato. In quello che ci rimane del film oggi, si avverte una certa disorganicità nella coralità del racconto, le storie dei personaggi non sono tutte adeguatamente approfondite, l'universo interiore di Kaya e di Sasha rimangono sfumati, quello di Pyotr è opaco sebbene funzionale, ma nonostante ciò l'opera è chiara nelle intenzioni e arriva dritta al cuore dello spettatore.
Il film attraverso la crisi esistenziale del suo protagonista pone allo spettatore una serie di importantissime domande: Sono riuscito come persona? Perché e quando è andato tutto storto? Perché e quando mi sono tradito? Per la Shepitko tradire se stessi e la propria vocazione sono un vero e proprio crimine. Pyotr è fuggito non per delle difficoltà particolari, ma perché non credeva più in quello che stava facendo, il suo progetto sperimentale aveva avuto un solo riscontro positivo su un cane, ma per lui non era abbastanza ed ha abbandonato la sua patria per seguire un richiamo verso l'Occidente. E possiamo ben immaginare che probabilmente sta proprio qui, in questo "richiamo", l'elemento chiave per comprendere il motivo per il quale la censura sovietica fu così intollerante nei confronti della prima versione del lungometraggio. 

«Una persona che ha tradito se stesso, il suo lavoro, commette un crimine in relazione sia alla società che a se stesso. Devi pagare un prezzo pesante per questo. Si tratta dell'armonia dell'esistenza, della perdita di questa armonia, del suo ritorno» 
Quando Pyotr ritorna nella sua patria, fa fatica ad accettare il suo fallimento, continua a sfuggire alla moglie, non vuole farsi carico di alcuna responsabilità, nemmeno quella di averla abbandonata per tre anni e tenta inutilmente di colmare il suo vuoto esistenziale salvando vite umane attraverso la sua professione di medico. Ma cruciale sarà, durante il suo viaggio in Siberia, l'incontro con la giovane Nadya - interpretata da un'intensa Natalya Bondarchuk - che dopo averla salvata dal suicidio comprenderà di averlo fatto solo per se stesso, per continuare a raccontarsi la bugia di amare ancora la sua vita e il suo lavoro. Determinante sarà anche l'incontro che farà con una bambina affetta da una grave forma di trombosi cerebrale, che apparirà in una scena indelebile, come una misteriosa figura tra i malati più anziani che riempiono la sala d'attesa. Per la prima volta nella sua vita, Pyotr non riuscirà a mentirle, sentenzierà che il suo caso è senza speranza. All'uscita dallo studio, incrocerà nuovamente lo sguardo della bambina, sofferente, che a stento si reggerà in piedi, dopo uno scambio di sorrisi amari, il dottore rimarrà assorto da quella visione. Qualcosa dentro di lui comincerà a muoversi, qualcosa che tra non molto esploderà.
La regia della Shepitko è sempre all'altezza del contenuto, non si può far altro che notare che le scene non potrebbero essere girate meglio o diversamente, la direzione degli attori è stupefacente, con pochissimi primi piani riesce a centrare e focalizzare i moti interiori dei suoi personaggi, dalle emozioni più viscerali a quelle più ineffabili. Anche se nel film prevalgono i toni del dramma, le vicende tra Katya e Sasha sfociano nella commedia (c'è persino una scena girata in un circo), questi passaggi sono gestiti degnamente e donano all'opera una delicatezza e una leggerezza inedite al cinema della regista sovietica. 
Le musiche composte da Alfred Schnittke (che collaborerà con la regista anche ne L'Ascesa) rifiniscono magnificamente la tensione spirituale sollevata dalle situazioni, le ambientazioni e l'evoluzione dei personaggi. Da notare che per gran parte del film, la fotografia tende a bruciare lo sfondo del cielo in un bianco secco, creando un'atmosfera quasi surreale, è come se i personaggi vagassero davvero nel vuoto, disorientati, in cerca di qualche figura umana che possa risvegliare in loro quel senso di vivere che disperatamente ricercano l'uno nell'altro. A ciò si aggiunge la struttura di un montaggio narrativo che tende a disorientare: alcuni eventi potrebbero essere accaduti nel passato, altri nel presente o nel futuro, e ciò non è tanto dipeso dalla presenza di elissi, ma proprio perché il protagonista fugge continuamente da una situazione all'altra, reiterando la stessa fuga, che come scopriremo essere solo da se stesso.
Il finale però spezza questo girone, Pyotr durante una rimpatriata con i suoi amici per una caccia tra i boschi innevati, ha un crollo emotivo e si isola dal gruppo. Tutto il dolore, il senso di colpa, che ha sotterrato fino a quel momento della sua vita, risalgono completamente alla sua coscienza, ed è come se morisse dentro. Ed improvvisamente si accorge di essere osservato da un cane, a cui fa cenno di avvicinarsi. Il cane esaudisce la sua richiesta ed entrano in contatto. Grazie a questa connessione Pyotr ha una "visione" e ritrova finalmente «l'armonia dell'esistenza». In questa visione c'è la sua ricerca sperimentale, il cane sopravvissuto, Sasha accanto a lui e infine, il volto misterioso della bambina malata, che come un'icona sacra richiama e ispira il dono della cura. 
Il film si aggiudicò il Leone d’argento al Festival del cinema di Venezia del '71, memorabile è l'interpretazione di Leonid Dyachkov nei panni di Pyotr, che potrebbe benissimo rientrare tra le migliori interpretazioni maschili mai viste sulle schermo. 


Il film è disponibile su Youtube su questo link. Mentre su questa pagina potete scaricare i sottotitoli in italiano, di cui ho curato personalmente la traduzione.

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