martedì 10 marzo 2015

Sussurri e grida (1972)

«Tutti i miei film possono essere pensati in bianco e nero, eccetto Sussurri e grida ... ho sempre immaginato il rosso come l'interno dell'anima»
Ingmar Bergman
Diretto dal grande maestro svedese nel 1972 e fotografato in maniera ineccepibile da Sven Nykvist, "Sussurri e grida" è probabilmente il film più intimista e disturbante di Bergman. È un viaggio nell'anima di quattro donne chiuse nelle mura dello stesso palazzo: Agnese una donna malata di cancro, le sue sorelle Karin e Maria e la badante Anna che ha perso sua figlia. Bergman attraverso la confessione aperta del diario di Agnese costruisce una narrazione interiore, dove vengono rievocati momenti della sua infanzia e del suo rapporto con la madre e le sorelle. Il calore della sua voce rompe il silenzio di quelle mura austere e di quel gelido ambiente borghese in cui è cresciuta e rivela gli aspetti più reconditi della sua esistenza: il suo affetto tormentato per la madre e il senso di inferiorità che ha sempre provato nei confronti delle sorelle. La malattia diviene motivo di grande turbamento per le sue sorelle, perché mette chiaramente alla prova la natura autentica del loro amore per lei. Bergman non ce le racconta convenzionalmente utilizzando solo il punto di vista di Agnese, ma crea una "rottura" attraverso una sensibile e spiazzante ricerca estetica che risulta quanto mai originale e perfetta per arrivare alla verità: un' inquadratura in primo piano sul loro volto che guarda dritto alla macchina da presa, mentre la loro bocca si apre emettendo dei sussurri e successivamente l'immagine cinematografica si sfuma in rosso, come il colore del sangue che scorre dentro i loro corpi, come il colore dell'interno dell'anima ci sottolinea il regista. Lo sguardo della macchina da presa - che corrisponde a quello dello spettatore, è l'unico testimone di quei sussurri - di quel contatto così profondo e intimo con le donne. .
Successivamente vengono rappresentati sconvolgenti e oscuri momenti della vita delle sorelle e di Anna, legati al loro vissuto subcosciente e recondito. Maria ci viene presentata come una donna estremamente egoista, che tradisce il marito con il dottore di Agnese, e quando suo marito tenterà il suicidio perché stanco della situazione, lei lo guarderà dissanguarsi e morire con indifferenza. Karin invece ci viene presentata come una donna profondamente solitaria e frustrata, sposata con un uomo nobile per convenienza e che non ama, continuerà a ripetere a stessa «la vita è una bugia». Violentissima è la sequenza in cui si infila nella vagina un pezzetto di vetro e si dirige nella camera da letto del marito per mostrargli in maniera disperata e provocante la sua lacerazione fisica e interiore.


Infine c'è la rappresentazione del mondo interiore di Anna, la più significativa delle tre. Anna si avvicina a Karin e Maria ma viene sempre ignorata, è come se sua presenza fosse completamente insignificante per le donne, eppure è l'unica che si prende cura realmente di Agnese.
Nella momento più spiazzante del film, viene mostrato un futuro in cui Agnese risorge nel suo letto e chiama Anna dicendole che vuole parlare con le sue sorelle, Anna le chiama una per volta ma entrambe le sorelle rifiuteranno qualche contatto con il corpo della sorella, facendo prevalere la loro paura e il loro egoismo all'amore. Anna sarà l'unica ad accogliere il corpo di Agnese tra le sua braccia e a confortarla, come una madre con il suo bambino. I loro corpi, nella sequenza più simbolica del film, si congiungeranno come nella scultura della Pietà di Michelangelo.
Nella sequenza finale c'è un secco ritorno alla realtà: Anna legge alcuni estratti dal diario scritto da Agnese che descrive i giorni dove le donne l'hanno assistita come i più belli della sua vita, perché seppur la malattia la facesse soffrire, mai le sorelle erano state più vicine in tutta la loro vita dall'infanzia fino a quel momento. Bergman dipinge sullo schermo questa rivelazione con un enorme giardino illuminato dalla luce del sole, dove le tre sorelle vestite in bianco sono sedute su un'altalena spinta delicatamente da Anna. Una sequenza potentemente purificatoria e simbolica, girata in un esterno e in netto contrasto con gli interni del palazzo che erano onnipresenti per la gran parte delle scene del film. I tormenti personali delle sorelle, per un momento, si dissolvono nella quiete di quella giornata luminosa, rimangono solo i loro corpi che ondeggiano soavemente su quell'altalena esprimendo finalmente la loro presenza e disponibilità al prossimo, che li rende così meravigliosamente umani.
Un capolavoro da custodire nella mente e nel cuore.

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