lunedì 20 gennaio 2020

La casa è nera (1963)

Venti minuti di straziante poesia. É il primo film della regista e poetessa iraniana Forough Farrokhzad, prodotto nel 1963 dalla Golestan Film per l'Associazione e Assistenza ai lebbrosi. La regista con sguardo documentaristico, mai compiaciuto e autocommiserante, ci mostra la vita di una comunità di lebbrosi isolati dal mondo, ingabbiati in una ritualità quotidiana che si reitera con tormento e dolore, dove i giorni, i mesi, gli anni si ripetono ancora e ancora, come se il tempo fosse un moto circolare senza un divenire, in attesa che si spezzi con la morte. La voce fuori-campo accompagna le immagini pregando, supplicando, evocando Dio, in un'attesa assordante che evoca la sventura weileiana.
Si vedono storpi ripercorrere lo stesso via vai nelle strade, le loro cure e medicazioni negli ambulatori, bambini malati giocare a pallone, donne lavorare la lana, spazzolarsi e truccarsi, scene dell'intera comunità in festività con balli e musiche, ma ognuna di queste attività, ogni sforzo di vivere, vengono tradite dai loro occhi feriti e spesso assorti nel silenzio.
La regia è simmetrica e non ha gerarchie, inquadra tutti con la stessa dignità e lo stesso interesse, malati e non, il montaggio è rapido e conciso, teso a creare delle relazioni continue con tutti gli elementi in modo da sfuggire al simbolismo e riprodurre l'essenza della verità.
La scena finale dove il maestro interroga i bambini e i ragazzi, è l'unica scena della pellicola dove la voce fuori campo viene eliminata e ascoltiamo i diretti protagonisti, le loro amare risposte raggeleranno e intensificheranno il vuoto esistenziale già preannunciato nella documentazione filmica della comunità. Emblematico è quando il ragazzo lebbroso alla richiesta del maestro di scrivere una frase che contenga la parola "casa", scriverà "la casa è nera". Nera come l'oblio, il vuoto, la morte, il destino oscuro al quale sono tutti condannati, prigionieri all'interno di quello spazio: l'immagine della folla dei malati che avanza verso la porta chiusa dalla comunità con il cartello "Lebbrosario" si alterna alla scena del ragazzo che scrive la frase sulla lavagna.
La regista Farrokhzad filma un'opera breve come la sua vita - morì tragicamente soltanto circa 4 anni dopo in un'incidente - ma potente, intrisa di una disperazione tale che rivedremo soltanto trent'anni dopo nel cinema di Artur Aristakisyan.

Questa è la descrizione di una società chiusa e rigida, l’immagine del vivere invano, da emarginati, come scarti. Anche le cosiddette persone sane in una società apparentemente sana al di fuori del lebbrosario possono soffrire degli stessi sintomi, nascosti nelle profondità del loro animo.
(Intervista di Faraj Saba, Roshanfekr, febbraio 1964)


4 commenti:

  1. ed era una poetessa di serie A:

    http://www.labottegadelbarbieri.org/scor-data-5-gennaio-1935/

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    1. grazie di cuore per il link, mi hai fatto scoprire un tesoro!
      Tra l'altro non sapevo che avesse tentato il suicidio e adottato uno dei bambini del film che ha girato. E le sue poesie potenti come c'era da immaginarselo.. che donna straordinaria! E che perdita...!

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